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Davide Cavallo, studente milanese rimasto gravemente ferito dopo il brutale pestaggio che risale allo scorso 12 ottobre in corso Como
L’abbraccio, l’empatia di Davide Cavallo, verso i suoi aggressori, ha colpito l’immaginario, anche perché contrasta con quello che sia nel dibattito pubblico sia nella percezione delle aule di giustizia ci appare il comune sentire. Davide è lo studente della Bocconi, accoltellato a Milano il 12 ottobre del 2025, in corso Como, che ha riportato lesioni permanenti a causa di quel gesto. Eppure in aula, a palazzo di giustizia di Milano, presente alla lettura del dispositivo della sentenza che condannava a 20 anni per tentato omicidio Alessandro Chiani, e Ahmed Atia a 10 mesi e 20 per omissione di soccorso, ha abbracciato i suoi aggressori e parlato con loro mandando al mondo un messaggio contro la vendetta. Un fatto raro che Maria Martello, docente di psicologia dei rapporti interpersonali, e prima, giudice onoraria presso il Tribunale per i minorenni e poi presso la Corte d’Appello di Milano, definisce: «L’isola che non c’è».
Dottoressa Martello, che cosa ci comunica la scena di quell’abbraccio?
«La scena di una giustizia anelata che stenta a diventare esperienza allargata: credo che ognuno di noi in cuor suo, quando ha commesso un torto, desideri dentro di sé di essere abbracciato e amato anche con il proprio errore. Tutti lo desideriamo, ma quasi nessuno è in grado di farne dono agli altri: la cosa eccezionale avvenuta nell’aula di giustizia è che qualcuno ha avuto il coraggio di farne dono e di farlo con autenticità, cosa ben diversa dall’abbraccio che può essere dato in modo ipocrita o superficiale o strumentale. Qui invece il gesto è stato gratuito, dettato solo da un cuore generoso e profondamente umano. E questo ci sorprende, perché ci siamo abituati alla disumanità. Dovremmo rieducarci un po’ tutti a riscoprire l’umanità».
Come la mettiamo con l’assunzione della responsabilità?
«Occorre ribadire che offrire comprensione all’altro non significa sconto di pena: la responsabilità resta e ha delle definizioni sul piano legale a cui corrispondono pene per i diritti violati, ma dal punto di vista umano c'è una giustizia più alta e questo ragazzo è stato capace di compierla».
Davide ha detto che dopo le scuse sentite, qualcosa dentro di lui si è ricucito. Un gesto simile aiuta anche chi è vittima?
«Quando siamo vittime di reato, noi tutti rischiamo di diventare anche vittime anche di noi stessi, se nel gestire il trauma subito, che tale resta, lo confondiamo con le emozioni e con il dolore che perpetuiamo continuando a pensare a noi stessi come vittime della ingiustizia subita, ma questo non aiuta a superarla».
Che cosa succede quando le conseguenze sono gravi e non riparabili come nel caso di Davide?
«Mi è capitato di parlare con vittime di grandi reati che si sono costituiti in associazione e qui ho visto che c'erano alcuni che erano rimasti nell'onda sempre rivendicativa e non erano mai soddisfatti della giustizia, della sanzione per quanto elevate, altri invece hanno trasformato le loro associazioni in enti che si adoperavano per evitare che quei reati si ripetessero. Il secondo atteggiamento ha fatto bene alla società, ma soprattutto alle persone che hanno agito così. Liberarsi dalla zavorra che un evento illecito ha causato aiuta ad andare incontro al futuro guardandolo in modo positivo e costruttivo».
Spesso in contesti di cronaca la parola perdono viene svilita, come una domanda buttata a bruciapelo fuori tempo a una vittima a caldo. Al perdono serio serve tempo?
«Quello è un uso volgare e strumentale della parola perdono che, invece, è un percorso complesso. Direi che per arrivarci, prima di tutto, serve formazione di principi a priori: a cominciare dall’importanza della gratuità, di fare nella vita, quando non ci sono conflitti in corso, delle cose “per dono”, cosa non scontata in un tempo storico di individualismo e logiche commerciali. Se io ho dentro il concetto di questa bellezza del dono, che fa bene a chi riceve ma anche a chi dà, potrò un giorno dopo un conflitto, dandomi il tempo necessario di elaborare il trauma, anche arrivare a fare dono anche a chi mi ha ferito: nel senso che avrò modo di dire che voglio che sia applicata la legge, il diritto e la certezza della pena, importantissimi, e al tempo stesso che umanamente posso perdonare perché non identifico la persona con il suo errore. Ma per arrivare a questo, bisogna avere seminato prima, in tempo di pace».


Il libro Mettiamoci d'accordo, diventare mediatori nel quotidiano per risolvere i conflitti, Maria Martello, InDialogo
Ha appena scritto un libro che si intitola e parla proprio di questo: Mettiamoci d’accordo (InDialgogo), che obiettivo si prefigge?
«È tutto finalizzato a creare questa formazione di base che si deve creare in tempi di pace, in tempi in cui un trauma non inteso come violenza fisica e/o psicologica patita, ma come peso della complessità di un conflitto interpersonale, non ci ha ancora travolto. Tutti siamo destinati a incontrarlo, piccolo o grande, nella vita, perché attraverso l'esperienza del conflitto, noi evolviamo. Ma bisogna imparare a gestirlo prima che il trauma arrivi».
Questo lavoro di prevenzione sulla gestione del conflitto andrebbe fatto con i piccoli?
«Con i piccoli è molto efficace e molto gratificante, perché non hanno difese da destrutturare, la differenza è un po’ quella che si ha quando si insegna a sciare a un bambino o a un adulto. Con i miei allievi abbiamo fatto degli esperimenti nelle prime classi delle primarie e visto che i bambini imparano presto a gestire il conflitto e ne ricavano anche migliori risultati scolastici dopo. Ma è vero che l’educazione alla relazione dovrebbe essere fatta in tutti gli ordini di scuola, perché la relazione cambia con l’età e la responsabilità. Non solo: non c’è adulto che non possa recuperare questo vuoto formativo».
Il caso di cronaca da cui siamo partiti, ci porta a riflettere su una conflittualità futile che permea il nostro mondo: sui social, nel dibattito pubblico, ogni contrapposizione degenera in conflitto. C’è relazione tra questa conflittualità verbale e quella del coltello in strada?
«L’humus in cui tutti questi fenomeni crescono è lo stesso e c’è una responsabilità degli adulti, di chi adopera parole pubbliche, l’alternativa è dare all’humus un terreno diverso: io sono convinta che nell'animo umano ci sia sempre una voglia di bene. Se trova risposte, porta ad abbandonare il male. Ho fiducia nei giovani, hanno sete di essere educati in un modo serio, autentico, ai valori, non all'immagine, non ai like in internet. Ma perché questo accada hanno bisogno dell'abbraccio fisico del corpo del genitore, dell'amico che frequentano di persona, non via social, e col quale condividono l'umanità, senza bisogno di fingersi santi o perfetti. L’umanità è bellezza, esaltazione, miseria: le persone si amano non perché sono perfette, ma con la loro imperfezione. Perché ci possa essere una umana fraternità bisogna che ciascuno abbia accettato i limiti propri e dell’altro: spesso le persone che non riescono a perdonare l’altro faticano prima a perdonare a sé stesse, il proprio limite».






