Sul caso di Annabella Martinelli, 22 anni, scomparsa il 6 gennaio da padova e trovata morta giovedì, probabilmente a causa di un suicidio, abbiamo sentito Stefano Vicari, responsabile dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Gli inquirenti avrebbero trovato nello zaino della 22enne alcuni biglietti in cui manifesta l'intenzione di uccidersi, così come a casa erano stati rinvenuti altri scritti compatibili con l'idea del suicidio. Non c'era solo questo, però. Nel bloc notes c'erano disegni, alcuni di animali e altri astratti. Nel giubbotto indosso alla ragazza c'erano soldi, documenti e il telefonino della giovane, che aveva dato l'ultimo segnale di vita un giorno dopo la scomparsa, probabilmente quando lei era già morta.

Il professore Stefano Vicari

Professore, da quello che è emerso finora tutto lascerebbe presagire un suicidio.

«Sì, è molto probabile. Ovviamente, qualora venisse confermata l’ipotesi del suicidio, bisogna dire che episodi di questo tipo raramente sono il frutto di un’azione improvvisa. In genere sono eventi che vengono da lontano, che si inseriscono in una storia di sofferenza preesistente».

Non è stato un gesto d’impulso?

«Contrariamente a quanto spesso si pensa, il suicidio non è quasi mai un atto puramente impulsivo. Dai dati clinici che osserviamo emerge che solo una piccola percentuale dei tentativi di suicidio è legata a una reale impulsività. Nella grande maggioranza dei casi, oltre l’80%, c’è una storia di depressione o di un disturbo psicologico o psichiatrico che si sviluppa nel tempo».

Lei al Bambino Gesù segue i ragazzi che hanno tentato di togliersi la vita. Che cosa osservate?

«Quello che emerge con chiarezza è che queste forme di sofferenza spesso potrebbero essere intercettate prima. I ragazzi manifestano segnali, attraverso i vissuti emotivi e i comportamenti, ben prima di arrivare a un gesto così drammatico. Più ancora più dei suicidi portati a termine, ciò che sta aumentando in modo molto significativo sono i tentativi di suicidio. I dati europei ci dicono che circa il 4% degli adolescenti soffre di un disturbo depressivo. Fa male constatare che, nonostante se ne parli molto, a livello concreto cambi poco o nulla».

In che senso?

«Nel senso che manca una pianificazione seria su come promuovere la salute mentale dei ragazzi e su come prevenire e curare i disturbi quando siamo in grado di intercettarli, come nel caso della depressione. Spesso si interviene solo quando accade il fatto di cronaca, ma non prima».

Nella combo, a sinistra il bosco in cui stato ritrovato il corpo di Annabella Martinelli; in alto, da sx un fermo immagine della videosorveglianza che ritrae i movimenti in bicicletta di Annabella Martinelli tra Padova e Teolo, la notte del 6 gennaio scorso; Annabella Martinelli, in una foto tratta dal volantino diffuso dalla famiglia; in basso, la bicicletta di Annabella Martinelli
Nella combo, a sinistra il bosco in cui stato ritrovato il corpo di Annabella Martinelli; in alto, da sx un fermo immagine della videosorveglianza che ritrae i movimenti in bicicletta di Annabella Martinelli tra Padova e Teolo, la notte del 6 gennaio scorso; Annabella Martinelli, in una foto tratta dal volantino diffuso dalla famiglia; in basso, la bicicletta di Annabella Martinelli

Nella combo, a sinistra il bosco in cui stato ritrovato il corpo di Annabella Martinelli; in alto, da sx un fermo immagine della videosorveglianza che ritrae i movimenti in bicicletta di Annabella Martinelli tra Padova e Teolo, la notte del 6 gennaio scorso; Annabella Martinelli, in una foto tratta dal volantino diffuso dalla famiglia; in basso, la bicicletta di Annabella Martinelli

(ANSA)

Che cosa si dovrebbe fare, allora?

«Prima di tutto aumentare l’offerta assistenziale sui territori. In molte regioni italiane mancano strutture adeguate per intercettare e curare il disagio giovanile, sia a livello territoriale, dove si potrebbe fare una vera prevenzione, sia a livello ospedaliero per la gestione dell’emergenza psichiatrica. Oggi, se una ragazza di 15 o 16 anni tenta il suicidio in Calabria, Umbria o Abruzzo, spesso arriva da noi a Roma perché non ci sono posti letto disponibili e dedicati in questi luoghi. Ci sono intere regioni con dotazioni insufficienti o addirittura assenti. Forse, invece di gridare all’emergenza solo dopo che il fatto è accaduto, dovremmo preoccuparci di costruire una pianificazione sanitaria capace di rispondere in tempo ai bisogni dei più giovani».

La fragilità, però, non è legata solo a un evento acuto, come la fine di una relazione o un problema scolastico.

«Esatto. Quelli sono spesso il fattore scatenante, la scintilla che fa detonare un combustibile accumulato nel tempo. La sofferenza psicologica ha quasi sempre radici più profonde».

Perché, allora, i tentativi di suicidio stanno aumentando soprattutto tra gli adolescenti e i giovani?

«Le ragioni sono molteplici, ma una delle più importanti, a mio avviso, è la solitudine. È un tema ricorrente nei ragazzi che incontro, in particolare nelle ragazze. Molti affrontano grandi sofferenze sentendosi completamente soli. Mancano quegli “ammortizzatori sociali” che un tempo erano rappresentati dalla famiglia, dal gruppo di amici, dal contesto di vita capace di offrire ascolto e sostegno».

La rete di relazioni oggi è più fragile rispetto al passato?

«Sì, decisamente. Esistono forme estreme di questa condizione, come il ritiro sociale: ragazzi e ragazze che smettono volontariamente di uscire di casa. Anche questo fenomeno è in aumento ed è un segnale evidente della solitudine che molti vivono. La rete digitale diventa allora un sostituto delle relazioni, ma è un sostituto impersonale, con limiti evidenti. La relazione in presenza è un’altra cosa rispetto a ciò che si può trovare online. Colpisce anche il fatto che, secondo alcuni report come quello recente di “Save The Children”, molti ragazzi preferiscano parlare con i chatbot dell’Intelligenza artificiale piuttosto che con gli adulti di riferimento. È un dato che deve farci riflettere molto. L’intelligenza artificiale è sempre disponibile, sempre presente, non giudica. Se diventa preferibile agli affetti reali, significa che c’è una grande solitudine e una difficoltà, da parte del mondo degli adulti, a offrire ascolto e presenza. In questo senso, la crisi dei ragazzi è anche la crisi degli adulti, sempre più distratti rispetto ai bisogni emotivi di bambini e adolescenti».

Vuole aggiungere un’ultima considerazione?

«Credo sia fondamentale che il mondo degli adulti si occupi seriamente dei bisogni dei ragazzi. La scuola, la famiglia, i contesti educativi devono offrire non solo istruzione o sicurezza economica, ma soprattutto una presenza affettiva. È questa, oggi, una delle criticità più profonde che bambini e adolescenti stanno vivendo».