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Don Marco Pozza.
«La rabbia come punto d’inizio per scrivere il proprio Incipit Vita Nova è un qualcosa che (ri)accade quotidianamente dentro il carcere. È un punto di partenza, però: se non diventa, poi, dolore, quella rabbia ha un potere di autocombustione demoniaco. Soprattutto verso sé stessi». Don Marco Pozza è sacerdote della diocesi di Padova, scrittore e cappellano del carcere Due Palazzi, dove da anni accompagna i detenuti con uno stile diretto e umano. Commenta con queste parole la poesia “Ave Maria piena di rabbia”, composta da A. P., detenuta nella sezione femminile di media sicurezza della Casa Circondariale di Lecce, che nei giorni scorsi si è aggiudicata il Premio Afrodite: i suoi versi – ruvidi e incalzanti– hanno conquistato la giuria e il pubblico di Santa Caterina di Nardò (Lecce). A ritirare il riconoscimento, a nome dell’autrice, è stata la Garante dei Diritti delle persone private di libertà personale per la città di Lecce, Maria Mancarella, assieme a Eleonora Rosato, coordinatrice del progetto “Libere di leggere”, del carcere di Borgo San Nicola.
Don Marco, la rabbia può essere una forma di preghiera, oppure è il segno di una fede ferita?
«Non mi convince l’abbinamento tra Maria e la rabbia. A meno che non si legga come: “Ave Maria, (sono) piena di rabbia”. Se c'è una donna che ha fatto della serenità, della mitezza e della calma il suo progetto di vita, quella donna è proprio Maria. Se la rabbia, invece, narra di chi scrive, allora l’espressione è un’invocazione: “Fa’, Maria, che la rabbia diventi dolore”. La rabbia è come un motore rotto, tutto bollente: impossibile ripararlo finché non si raffredda. Così è anche per le persone: quando la rabbia si placa e si fa dolore, si apre la possibilità della cura. In galera, traghettare dalla rabbia al dolore significa mettere quel motore nelle condizioni di essere finalmente riparato. Se, invece, si abbina la rabbia a Maria, apprezzo il tentativo poetico, ma fatico a trovarci un collegamento che non sia una semplice provocazione. Di quelle che lasciano il tempo che trovano».
La donna detenuta scrive: “Mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il desiderio di libertà espresso in questi versi riguarda il carcere fisico, o una prigione più profonda, interiore?
«Dipende molto da cosa si chiede a quella gabbia che si apre: è per la liberazione o per la libertà? Sembrano sinonimi, ma sono all’opposto: per la liberazione non serve fare nulla, basta lasciare che il tempo passi e che il giorno del fine-pena arrivi. Per la libertà, la faccenda è seria: non basta che uno l’aspetti, è necessario prepararsi per non tornare a ferirsi con quella libertà. Per chi conosce la galera, sono due modi diametralmente opposti di vivere il tempo della carcerazione. La liberazione ha a che fare con il carcere fisico, di cemento, mentre la libertà ha a che fare con la dimensione interiore di una persona».
Nella tradizione cristiana, Maria è spesso associata alla consolazione. Cosa suggerisce il fatto che una donna detenuta scelga proprio la figura di Maria per raccontare il proprio dolore?
«Maria, essendo madre, è il parafulmine: a casa, quando si è arrabbiati per qualcosa, sovente ci si sfoga con la mamma, anche se non c’entra nulla. E lei, proprio perché è madre, sa di esistere per questo: “Sfogati con me, se vuoi, non avere paura”, dicono spesso le mamme. Non stupisce che il femminile, dentro le carceri, sia abbinato a Maria: la tenerezza è il paese in cui la rabbia non verrà mai gettata via. Verrà riciclata perché diventi dolore. Dunque, occasione di vita».
Questa poesia è stata premiata perché capace di parlare a tutti. Che cosa ci dice del nostro tempo il fatto che una delle voci più autentiche sulla speranza arriva oggi da una cella?
«Nulla che non sia evidente. È la convinzione del poeta Friedrich Holderlin che, nel suo Patmos, scrive: “Dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva”. La speranza s’accende meglio laddove manca: è la mancanza (di qualunque cosa) ad alimentare maggiormente il desiderio di (ri)trovare quella cosa. Messo sotto pressione – come un alimento sottovuoto – nella sua cella, l’uomo e la donna, a contatto con il vuoto, riscoprono meglio di altri ciò che riempie esattamente quel vuoto. Eppoi, diciamocelo, in cella si ha la possibilità di essere meno distratti da mille cose e di avere l’occasione, armati di silenzio, di andare all’essenziale».
Lei incontra da anni persone detenute: nei versi di “Ave Maria piena di rabbia” legge soprattutto il rimorso per il passato o la domanda dell’autrice di essere guardata ancora come una persona e non solo come un reato?
«Leggo sovente, nelle storie detenute, la rabbia verso sé stessi per avere gettato alle ortiche stagioni intere di vita. Quando poi questa rabbia diventa una sorta di sofferenza (il motore rotto si è raffreddato), solo allora si potrà vantare il diritto di non essere definiti dai propri sbagli. Senza questa consapevolezza, forte è il rischio di rivestirsi di un certo vittimismo per cercar la pietà della città: il che, giustamente, innervosisce la collettività, non rende il giusto merito a chi, invece, ha abbandonato definitivamente l’uomo vecchio per andare a costruire l’uomo nuovo».
Maria si scandalizza davanti a una preghiera così, oppure è proprio da quella rabbia sincera che può cominciare un cammino di salvezza?
«Mai metter paletti o indicatori di segnaletica a Dio e ai suoi ambasciatori, a maggiore ragione se si tratta di sua Madre: è pur sempre una creatura “hors catégorie” come direbbero i francesi. Nessuna creatura sarà mai così distante da Dio da impedire alla sua Grazia di poterla intercettare, andarla a recuperare e offrirle l’occasione della salvezza. La rabbia come punto d’inizio per scrivere il proprio Incipit Vita Nova è un qualcosa che (ri)accade quotidianamente dentro il carcere. È un punto di partenza, però: se non diventa, poi, dolore, quella rabbia ha un potere di autocombustione demoniaco. Soprattutto verso sé stessi».
Don Marco, se potesse rispondere alla detenuta che scrive “mi son pentita, aprite sta gabbia”, quale parola del Vangelo sceglierebbe per lei e perché?
«Non spetta a chi è recluso aprire la gabbia: è compito della legge e di chi l’amministra. Del carcere come istituzione che, quando vuole, sa essere madre che corregge senza umiliare. Il fatto di non aver le chiavi della propria cella, poi, la dice lunga sul potere che l’altro può esercitare su di te. L’apertura della cella è una conseguenza spontanea di un dialogo che nasce tra chi è da una parte delle sbarre (della cella) e chi è dall’altra. La parola evangelica, che per me rimarrà imbattibile in materia di libertà, è: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32) dove libertà non è fare ciò che si vuole, ma essere liberati dal peccato e dalla falsità (la mamma e il papà della rabbia) tramite la sua Parola. È il mio personalissimo mistero della fede, al quale mai mi abituerò dietro le sbarre il ferro del carcere».
Ave Maria piena di rabbia / il sole sorge / mi sveglio all’alba
sezione femminile / rimpianti senza fine
la vita mia / in mano alla follia
reiterazione / la tua prigione
rabbia e rancore / nostra alimentazione
Ave Maria / piena di rabbia
la notte è lunga / in questa gabbia
il silenzio è un’utopia / chiudi il blindo amica mia
la notte è lunga per chi ha l’insonnia
c’è chi prende le gocce e non si vergogna
sezione psichiatria / mai pensato in vita mia.
Ave Maria / piena di rabbia
mi son pentita / aprite sta gabbia.




