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Da pratica prevalentemente agricola a sistema di sfruttamento esteso a edilizia di lusso, trasporti e tessile, anche in regioni avanzate come la Lombardia. Il caporalato, fenomeno osservato all’inizio, a Foggia e nel Tavoliere della Puglia, oggi è esteso in tutta Italia e oltre.
«Nous sim comm a la ciuccia, chiu ci danno a mazzate, chiu giar regnam, ma a volte diamo calci». «Siamo come gli asini: più ci danno mazzate, più ci stringiamo, ma a volte scalciamo». A parlare in dialetto, davanti a un giovanissimo magistrato che, per la prima volta, lo ascolta davvero, era un bracciante pugliese. Parole che restano impresse nella mente di Marco Dinapoli. «Mi sono ricordato dei disordini nelle campagne», racconta il magistrato invitato a parlare di caporalato dal Movimento lavoratori di Azione cattolica nell’abito dell’incontro Orizzonti Mediterranei, «e ho capito il motivo».
Dinapoli ha passato anni a indagare il fenomeno dello sfruttamento, prima in Tribunale a Brindisi, poi alla guida della Direzione Distrettuale Antimafia. «Storicamente», spiega, «il caporale reclutava braccianti, letteralmente mercato delle braccia, nella piazza del paese. Lo faceva la sera prima decidendo chi avrebbe lavorato il giorno dopo». Il caporale passava e sceglieva. Il resto era silenzio, fatica, umiliazione. «I braccianti mi descrivevano tutto in udienze che finivano a notte fonda», ricorda. Tra i racconti anche quello di un bracciante che chiedeva un po' d'ombra per ripararsi dal sole durante la raccolta delle olive, ma il barone rispose di no perché non voleva sacrificare alberi di ulivo per dare sollievo ai lavoratori. «Le piante di ulivo avevano più valore delle persone umane», commenta Dinapoli.
Quel “barone” è il simbolo di una «subcultura» che, dice il procuratore, «considera i braccianti come quelli che hanno soltanto le braccia da offrire, e nient'altro». Una mentalità che non si è fermata all'agricoltura. «Si è estesa ad altri settori produttivi», avverte, «è arrivata anche in settori dove non l'avremmo immaginato: nel settore dei brand di lusso, nei trasporti, nel tessile». E la prova è sotto gli occhi di tutti: due anni fa, a Milano, un consolato statunitense è stato realizzato da un'azienda che impiegava circa 300 operai indiani in regime di caporalato. Lavoravano 12 ore al giorno, pagavano vitto e alloggio, venivano trasportati a loro spese. Il caporale è fuggito, fermato in aeroporto mentre tornava in Turchia.
Ma il cuore dello sfruttamento resta nelle campagne. Le immagini dei ghetti – Borgo Mezzanone, Torretta Antonacci – sono la fotografia di un'Italia che non vuole vedere. Furgoni omologati per 9 posti, con i sedili rimossi per trasportarne 13. Oltre 120 chilometri al giorno su strade dissestate. Orari di lavoro che superano le 10 ore, ma che sono pagate a giornata con paghe risibili. «Non ci sono libri paga, non ci sono documenti contabili», spiega il procuratore, «possiamo solo chiedere ai lavoratori. Ma i loro racconti sono il punto di partenza di un'indagine, non il punto d'arrivo».
Indagini difficili perché quei lavoratori, spesso irregolari, senza permesso di soggiorno, non tornano quasi mai in aula a ripetere le loro accuse. «Passa del tempo tra il momento dell'accertamento e il processo», spiega Dinapoli, «e molti non si trovano più. Le dichiarazioni rese prima non sono utilizzabili, è come se non ci fossero». Per questo, il magistrato ha insegnato ai suoi uomini: «Non bisogna catturare le persone, bisogna catturare le prove. E quando hai catturato le prove, allora puoi catturare le persone». Droni, controlli incrociati, verifiche sulla produzione aziendale: tutto serve per costruire un quadro che regga al contraddittorio. «Ci vuole molta determinazione per proseguire e cercare di arrivare alla fonte, a chi si arricchisce davvero dallo sfruttamento, ma non è impossibile».
La lotta allo sfruttamento richiede un approccio integrato che coinvolga istituzioni, forze dell’ordine e società civile unendo memoria, giustizia e promozione di Lavoro dignitoso. Su questo si spende Libera, come spiega. Davide Pati, referente dell’associazione. Ricorda Paola Clemente, la giovane donna di Mesano, morta in campagna mentre lavorava. «Da quella morte è nata poi la legge sul caporalato del 2016, che quest'anno compie 10 anni». Una legge che, riconosce Pati, «va migliorata in vari aspetti», ma che ha rappresentato un punto di svolta. Perché ha eliminato il requisito della violenza o minaccia per configurare il reato, e ha introdotto strumenti come il controllo giudiziario sulle aziende.
«La memoria», insiste Pati, «non è solo ricordo, ma impegno per la giustizia». E allarga lo sguardo a ciò che succede in America Latina, in Africa, nel resto d’Europa. Alle tante vittime, alle tante storie che «sono collegate alle mafie italiane, alle rotte dei traffici, alla finanza che esclude e scarta. Esiste un legame inscindibile tra conflitti armati, traffico di armi, tratta di esseri umani e sfruttamento lavorativo. Sono fenomeni che si alimentano a vicenda».
A caccia di profitto, di guadagni, di potere. «Quando faccio l'autostrada Bari-Napoli e vedo i camion carichi di pomodori, penso all'oro rosso», racconta Bruno Mitrugno, storico direttore della Caritas di Bari, che da anni opera tra i ghetti e i campi. «Rosso non solo per il colore dei frutti, ma perché in quei camion ci sono le lacrime, il sudore e qualche volta il sangue di chi li ha raccolti».
Un lungo elenco di infortunati e morti sul lavoro, come Sat Nam Singh, il bracciante indiano che lavorava nella agropontino, a Latina. Era addetto al macchinario avvolgitore del telo di copertura della piantagione. Macchinario che non aveva il meccanismo di sicurezza che ne blocca il funzionamento se entra un corpo estraneo, Era stato rimosso per andare più veloci. E così, quando il lavoratore vi è rimasto impigliato la macchina gli ha tranciato il braccio. L’uomo, invece che essere soccorso, è stato scaricato, con il suo braccio in una cassetta, di fronte la sua abitazione. «Come se fosse un fastidio, non un essere umano» commenta il procuratore, «invece che pensare a dargli aiuto bisognava pensare a liberarsene e allontanare il problema». Dinapoli ricorda anche Alhage Singat, un lavoratore di 29 anni che veniva dal Gambia. Abitava nel ghetto di Torretta Antonacci, era in attesa da anni del permesso di soggiorno, le condizioni di lavoro erano sempre più dure, ma i documenti non arrivavano, quando il ghetto di è allagato di fango per una alluvione lui non ha resistito alla disperazione e si è tolto la vita. «Al cimitero di Orta Nova», aggiunge, «c’è un angolo destinato ad accogliere i morti non riconosciuti, perché abbiamo anche questo: persone che muoiono senza documenti. Con l’indagine “Terra Promessa” abbiamo provato a risalire all’identità di alcuni di loro, ma non ci siamo riusciti perché non avevamo il minimo appiglio per individuare le vittime».
E allora occorre continuare a cercare giustizia, applicando le leggi con rigore. Cita un caso esemplare: l'applicazione della 231/2001, che consente di colpire le aziende che traggono profitto dallo sfruttamento. «Quando la contestammo a una azienda farmaceutica, si precipitarono a risarcire i danni pur di evitare l'amministrazione giudiziaria. Pagarono senza esitare». Una lezione che ora viene estesa al caporalato: il Tribunale di Milano l'ha già usata per i rider del delivery e per i brand dell'alta moda.
Ogni condanna, ogni amministrazione giudiziaria, ogni memoriale, è un passo nel contrasto a una mentalità che vede nel lavoratore solo un costo da contenere. in questa direzione. Perché, ripete il magistrato, «il lavoro è un modo per esprimere la propria personalità, non è soltanto una fonte di reddito». E finché questo non sarà chiaro a tutti, dalle campagne pugliesi ai grattacieli di Milano, il caporalato troverà sempre nuove strade.







