PHOTO
Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e Terra Madre, è morto il 21 maggio all'età di 76 ani
«Carlin Petrini era un uomo appassionato, capace di entusiasmo e di visione. Anche nelle battaglie più difficili non veniva mai meno la fiducia che qualcosa potesse cambiare. E questo, alla fine, è forse il suo insegnamento più grande».
È il ricordo di Alberto Chiara, giornalista e già caporedattore di Famiglia Cristiana, che con il fondatore di Slow Food, scomparso giovedì sera all’età di 76 anni nella sua casa di Bra (Cuneo), ha condiviso un lungo percorso umano e professionale. Con Petrini scompare una delle figure più influenti nel dibattito internazionale su cibo, ambiente e giustizia sociale. Dalla sua intuizione sono nati, oltre a Slow Food, la rete di Terra Madre, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un movimento culturale globale che ha profondamente cambiato il modo di intendere il rapporto tra alimentazione, territorio e comunità. Alberto Chiara, da inviato, ha seguito da vicino le principali iniziative di Slow Food, a partire dalle prime edizioni di Terra Madre, raccontando un’esperienza che lo ha portato in diversi Paesi del mondo accanto allo stesso Petrini, tra Africa, America ed Europa.


Chiara, la morte di Carlo Petrini segna la fine di una stagione importante.
«È una perdita che riguarda non solo una persona ma un’idea di mondo. Petrini aveva la capacità rara di partire da un’intuizione e costruire attorno a essa un movimento concreto, globale. Non si limitava a denunciare ciò che non funzionava: metteva insieme persone, esperienze, culture diverse per generare alternative reali».
Come è nato il vostro rapporto personale e professionale?
«La conoscenza risale agli anni Novanta ma la frequentazione vera e propria è cresciuta a partire dalla prima edizione di Terra Madre nel 2004. Da allora ho seguito molte edizioni e abbiamo condiviso diversi viaggi e reportage. C’era un dialogo continuo fatto di lavoro ma anche di amicizia e stima reciproca».
Famiglia Cristiana fece dialogare Petrini con Enzo Bianchi. Che esperienza è stata?
«Siamo stati tra i primi a farli incontrare. Il monaco e il gourmet, il monaco e l’agronomo, il monaco e il difensore dei prodotti della terra. Quel confronto è diventato poi un punto di riferimento anche per Terra Madre. Era un dialogo vero, non costruito, tra due visioni che si interrogavano a vicenda su cibo, terra e spiritualità».
La collaborazione tra la rivista e Slow Food ha portato anche a esperienze internazionali.
«Sì, siamo stati insieme in Messico a un congresso internazionale di Slow Food nel 2007. Poi in Etiopia, prima di una edizione di Terra Madre, per raccontare le origini del caffè e soprattutto chi lo coltiva. E ancora negli Stati Uniti, a New York e in diverse università dell’East Coast, per portare un’altra idea di cibo proprio nella patria del fast food e di McDonald’s. È stata una collaborazione molto feconda che ha aperto prospettive nuove».


Che cosa emergeva da questi incontri e viaggi con Petrini?
«Una grande umanità e, tra le righe, anche una nostalgia profonda per la sua giovinezza in Piemonte. Raccontava spesso delle esperienze vissute da piccolo a contatto con l’attività della San Vincenzo (l’associazione cattolica impegnata a favore dei poveri e degli ultimi, ndr) dalla quale aveva imparato a guardare ai poveri con attenzione concreta. Questo legame con gli ultimi gli veniva soprattutto dalla madre, Maria, credente, che gli aveva trasmesso uno sguardo attento ai più fragili. Lui lo ha portato avanti a modo suo, senza mai dichiararsi apertamente credente ma vivendo e difendendo valori chiaramente evangelici. Per questo diventò amico di Enzo Bianchi, di monsignor Domenico Pompili (attuale vescovo di Verona, ndr), con il quale nel 2017 fondò le comunità Laudato Si’».
Il tema degli ultimi è stato centrale nella sua esperienza.
«Sì perché Petrini non parlava mai di cibo in astratto ma parlava di persone. Di chi lo produce, di chi lo lavora, di chi spesso è invisibile nelle filiere globali. Anche quando criticava il sistema alimentare industriale lo faceva sempre partendo da una preoccupazione per la dignità delle persone».
Qual è il nucleo più profondo della filosofia di Slow Food?
«Il “buono, pulito e giusto” era la sintesi di tutto. Buono non solo nel gusto ma nella qualità della vita che esprime. Pulito nel rispetto dell’ambiente. Giusto nella dignità del lavoro. Era una visione integrale che oggi potremmo definire anche culturale e sociale insieme».
Con papa Francesco ebbe una grande sintonia e si incontrarono diverse volte.
«Era un rapporto di grande sintonia umana. Condividevano l’attenzione agli ultimi e una visione concreta della cura del creato. C’era anche una comunanza culturale, frutto delle comuni radici piemontesi, che li rendeva in qualche modo vicini. Ma soprattutto li univa uno sguardo simile sull’umanità ferita e sulla necessità di prendersene cura. Non fu un caso che le Edizioni San Paolo (editore di Famiglia Cristiana, ndr), gli chiesero la prefazione alla all’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco».
Che eredità lascia oggi Carlo Petrini?
«La capacità di mobilitare le persone a partire da un’idea. Terra Madre è forse il simbolo più evidente: un progetto che ha riunito migliaia di contadini, pescatori, produttori da tutto il mondo. Ma anche la capacità di far dialogare mondi diversi, dalla cultura alla politica, dalla scienza alla vita quotidiana alle religioni. E soprattutto il sogno, inteso come forza concreta di cambiamento. Senza trascurare la scommessa di intrecciare sapori e saperi che lo portò a dare vita all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, una frazione di Bra, in provincia di Cuneo. Lì filosofia del cibo, comunità di contadini, pescatori e allevatori, intese come tradizioni, tecniche e diritti da tutelare, marketing, tecnologia dei mari e dei campi, alta cucina assumono spessore accademico consegnando alle nuove generazioni un futuro possibile ed allettante».








