Il contesto è quello molto solenne del discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, invitato dai Presidenti delle Camere a celebrare gli 80 anni dall’inizio dei lavori dell’Assemblea costituente nell’Aula di Montecitorio davanti al Parlamento riunito.

Il presidente riprendendo il discorso di insediamento della Consulta di Carlo Sforza del 5 settembre 1945, cita i martiri civili che hanno pagato con la vita l’opposizione al regime fascista, in opposizione al quale la Repubblica è nata: «Matteotti, Amendola, Gramsci, Carlo e Nello Rosselli». Tra loro nomina «don Minzoni».

don Giovanni Minzoni (1885-1923)

Ma chi era don Giovanni Minzoni? Nome che non sempre compare tra gli altri nei libri di storia? Noto come “il prete del popolo”, era stato ucciso a bastonate 23 agosto 1923, mentre rincasava: pagava il suo impegno dedicato all’educazione e alla formazione delle classi più umili, alla promozione di circoli sociali cattolici che attiravano giovani facendo concorrenza all’avvio dell’Opera Nazionale Balilla, che in quella località stentava per l’influenza educativa del sacerdote che si opponeva alle violenze delle squadre di Italo Balbo e che aveva criticato l’assassinio del sindacalista socialista Natale Galba. Un anno dopo il quotidiano torinese la Stampa lo ricordava in un breve trafiletto intitolato il “Matteotti cattolico”.

Al suo ricordo in occasione del centenario della morte, proprio ad Argenta (Ferrara) il Cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza epistolare in una omelia ritratto che ne ricostruiva così la statura civile e cristiana.

«Nell’infamia del sospetto e delle accuse ad arte fatte crescere per isolarlo dalla Chiesa», e da tutto il popolo, si disse che “faceva politica” e che quindi in fondo se l’era cercata. Se è così il cristiano se la cerca sempre perché chiamato a un amore incarnato, nella storia, senza limiti; perché chiamato a un amore libero da ogni ideologia e da quegli “ismi” che intossicano i cuori, a iniziare dal primo, il più banale e pericoloso: l’egoismo. Il suo amore per il Vangelo e per la sua comunità diventò amore politico, con l’adesione alla Democrazia Cristiana e al partito Popolare, promuovendo l’Unione professionale, la cooperativa agricola cattolica, la cassa rurale. Per don Minzoni mettere in pratica il comandamento dell’amore significò educazione, cioè la creazione di un oratorio per i ragazzi e i giovani disorientati del Dopoguerra, alla ricerca di un “padre” e di valori stabili, evangelici, trascendenti, ben oltre le ideologie circolanti. Da questa carità educativa fece sgorgare il suo impegno per la nascita e la crescita dell’Azione Cattolica prima e poi dello scoutismo per i ragazzi e i giovanissimi, come anche una attenzione speciale alla formazione delle donne, inventando forme di catechesi per gli adulti e per la famiglia, organizzando la pastorale giovanile, avviando il doposcuola, la biblioteca circolante, il teatro, il cinema».

«Don Minzoni», disse quel giorno il cardinale Zuppi, ricostruendo senza mezze parole il contesto politico, «è stato ucciso dalla violenza fascista e dalle complicità pavide di chi non la contrastò. Fascismo, che assume colori diversi, sistemi e burocrazie di ogni totalitarismo e diversi apparati, significa il disprezzo dell’altro e del diverso, l’intolleranza, il pregiudizio che annienta il nemico, il razzismo raffinato o rozzo che sia, la violenza fisica che inizia sempre in quella verbale e nell’incapacità a dialogare con chi la pensa diversamente. Minzoni lo affrontò senza compromessi, opportunismi, convenienze. Per questo era e rimane una sentinella del mattino che nella notte continua a farci credere nella luce. Ricordo tre episodi che decretarono probabilmente la sua condanna a morte e che ci mostrano la sua passione evangelica e sacerdotale. Celebrò i funerali di un assessore socialista ucciso dai fascisti, durante i quali condannò l’omicidio come mostruoso cinismo, viltà e settarismo. Scrisse una fermissima lettera dopo che i fascisti avevano impedito una processione degli scout verso il santuario della Celletta, nella quale indicò i veri nemici della Chiesa “nei paladini dell’ordine, nei moralisti della disciplina che ostentandosi combattono l’opera dei parroci o meglio del Papa”. Infine il 9 agosto, pochi giorni prima quindi dell’assassinio, ebbe una discussione pubblica con il gerarca Balbo che aveva minacciato dure sanzioni se non si fosse sciolta l’associazione scoutistica perché questo era l’ordine del Duce. Minzoni rispose che prendeva ordini solo dal Papa e che i suoi ragazzi sarebbero rimasti uniti in nome di Dio per il loro e unico vero bene che non era quello di imparare a usare i fucili. Pochi giorni prima della morte disse: “Ci prepariamo alla lotta tenacemente e con un’arma che per noi è sacra e divina, quella dei primi cristiani: preghiera e bontà. Ritirarmi sarebbe rinunciare a una missione troppo sacra. A cuore aperto, con la preghiera che spero mai si spegnerà sul mio labbro per i miei persecutori, attendo la bufera, la persecuzione, forse la morte per il trionfo della causa di Cristo. La religione non ammette servilismi, ma il martirio”. Cioè, amore. Papa Francesco, istituendo la “Commissione dei Nuovi Martiri”, ha scritto: “I martiri […] hanno accompagnato in ogni epoca la vita della Chiesa e fioriscono come ‘frutti maturi ed eccellenti della vigna del Signore’ anche oggi”. Don Giovanni Minzoni è parte di questa luminosa schiera di amici di Dio e ci insegna la forza dell’amore cristiano che non teme l’odio del mondo, seme di vita che non finisce, amico di Cristo, mai servo di idoli e ideologie, ma fratello dei più piccoli, attento a costruire quel mondo dove tutti sono fratelli».