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2 GIUGNO 1946 MILANO - REFERENDUM COSTITUZIONALE : LA FOLLA IN PIAZZA DUOMO CELEBRA LA VITTORIA DELLA REPUBBLICA, POLITICA, MONARCHIA O REPUBBLICA, MANIFESTO, ITALIA, ANNI 40, B/N, 17683, 01-00089468000007 No Model Release -
Domenica 2 giugno 1946 l’alba sorge su un’Italia in fila. La primavera aveva già il sapore dell’estate: un cielo terso, l’aria tiepida, le città ancora ferite dalla guerra ma percorse da un’euforia nuova. Davanti ai seggi allestiti nelle scuole bombardate, negli uffici comunali rattoppati in fretta, nelle aule con i muri ancora screpolati dalle cicatrici di proiettili, ci sono già code lunghissime. Uomini con la giacca buona della domenica. Operai. Ex partigiani. Nobili decaduti. Contadini arrivati con il treno della notte. E soprattutto donne. Donne ovunque: madri, figlie, sorelle, giovani, anziane, monache uscite dai conventi all’ora del mattutino. Stringono il certificato elettorale come fosse una lettera d’amore (come scrisse la celebre giornalista Anna Garofalo) e si passano la voce di non mettere il rossetto per non invalidare la scheda. Per la prima volta le donne votano a livello nazionale (molte lo avevano già fatto nella “prova generale” delle amministrative di marzo) per scegliere il destino del Paese.
Alla fine voterà quasi il 90 per cento degli aventi diritto. Un dato impressionante per un Paese distrutto, affamato, ancora percorso da rancori e vendette. Si va al voto per decidere tra Monarchia o Repubblica, ma anche per chi avrebbe fatto parte dell’Assemblea Costituente. I muri delle città sono tappezzati di manifesti: lo scudo crociato della Democrazia Cristiana («Nell’urna Dio ti vede, Stalin no»), i simboli socialisti e comunisti, i richiami alla monarchia sabauda e al partito monarchico. Dietro quel voto, però, si combatte anche la battaglia per l’anima dell’Italia.
Papa Pio XII assiste con inquietudine agli eventi. Il Vaticano, nonostante il Concordato, non amava particolarmente i Savoia, compromessi col fascismo e complici davanti alle leggi razziali. Ma temeva infinitamente di più l’avanzata comunista. Il primo giugno, alla vigilia del voto, il Papa parla alla radio usando parole prudenti ma chiarissime: il bivio è tra la «civiltà cristiana» e uno «statalismo senza religione».
Nelle parrocchie, intanto, i sacerdoti fanno campagna elettorale apertamente. Al Sud, molti parroci spingono per la monarchia. Al Nord, invece, una parte importante del clero, molti dei quali avevano sostenuto o addirittura fatto parte della Resistenza, ritenevano che i Savoia fossero finiti. Il cardinale di Milano Ildefonso Schuster, che aveva cercato di convincere Mussolini a consegnarsi agli Alleati, era convintamente repubblicano, mentre l’arcivescovo di Napoli Alessio Ascalesi si schierò apertamente con la monarchia. Il segretario del Pci Palmiro Togliatti e il leader socialista Pietro Nenni sostennero con forza la scelta repubblicana nel referendum del 2 giugno 1946, contribuendo a mobilitare il voto popolare contro la Monarchia. Fu qui che emerse il capolavoro politico di Alcide De Gasperi. Il leader della Democrazia Cristiana e presidente del Consiglio comprese prima degli altri che il destino della Chiesa non poteva restare incatenato a quello della casa reale. Cattolico rigoroso, ma uomo di Stato lucidissimo, convinse il Vaticano che la Dc avrebbe difeso i valori cattolici anche dentro una Repubblica. Fu un passaggio decisivo: sganciò il cattolicesimo italiano dai Savoia e impedì che il referendum diventasse una guerra religiosa. Senza la sua mediazione il Paese sarebbe esploso.
Lo scrutinio fu un romanzo italiano, pieno di suspense e paura. Nella Sala della Lupa a Montecitorio, sotto gli arazzi medicei, si accumulano sacchi provenienti da tutta Italia. Alcuni erano sacchi postali della Repubblica Sociale; altri, vecchi sacchi di farina dell’Emilia contadina; da Napoli arrivarono perfino involucri della spazzatura pieni di schede. I valletti della Camera indossano il frac con i bracciali tricolori. Le macchine calcolatrici ticchettano senza sosta. Gli addetti ai conteggi rifanno i conti a mano. Gli ufficiali alleati masticano chewing gum osservando quella democrazia fragile che cerca di nascere dalle macerie. Gli Alleati seguirono con attenzione quell’evento spartiacque: gli americani erano per la Repubblica, gli inglesi per la monarchia. Quel giorno il New York Times titola: «L’Italia decide oggi. La gloria delle donne al primo voto». Quando arrivano i primi dati dal Sud, i monarchici esultano: Napoli sfiorava l’80 per cento per il Re. Ma poi cominciano ad affluire i numeri del Nord: Emilia, Toscana, Lombardia, Piemonte. Il Nord della Resistenza. Una valanga repubblicana. L’Italia appare spaccata in due. Per giorni il Paese rimase sospeso. A Napoli esplosero scontri violenti, con morti e feriti. Le autoblindo correvano nelle strade tra i cortei contrapposti.
Il 10 giugno a Montecitorio, in un’affollatissima Sala della Lupa, il presidente della Cassazione Giuseppe Pagano pronuncia quasi frettolosamente la dichiarazione finale. La Repubblica ottiene 12 milioni e 700 mila voti, pari al 54,27 per cento dei voti validi, la monarchia 10 milioni e 700 mila, pari al 45,73. Come ha ormai accertato la storiografia, fu la sua incauta dichiarazione conclusiva («la Corte di Cassazione emetterà in altra adunanza i risultati coi dati delle sezioni mancanti») a essere «strumentalmente utilizzata dagli incontrollati e ripetuti richiami su presunti brogli, alimentando così un racconto alternativo che si spinge fino ad attraversare i decenni successivi», come scrive lo storico della Sapienza Umberto Gentiloni Silveri. Una diatriba aperta ancora oggi. Ma fu proprio allora che De Gasperi decise di forzare la storia. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno, davanti al rischio concreto di una guerra civile, assunse provvisoriamente le funzioni di capo dello Stato. Alcuni ambienti monarchici chiedevano resistenza armata. Ma il “Re di maggio” Umberto II comprese che sarebbe stato un bagno di sangue e partì in esilio per Lisbona. Il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò definitivamente la Repubblica. La storia aveva emesso il suo verdetto.





