Diminuiscono le nascite (- 3,9% sul 2024), cala la fecondità (1,14 figli per donna) e l’età media (47,1 anni) ci rende il Paese più anziano in Europa. Il bilancio demografico Istat 2025 è tutto un “segno meno”. E il trend che non si discosta dagli anni precedenti, tanto da apparire ineluttabile. «Ma è sbagliato abituarsi, la situazione è drammatica e bisogna reagire», commenta Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e ideatore degli Stati Generali della Natalità.
 

Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e ideatore degli Stati Generali della Natalità
Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e ideatore degli Stati Generali della Natalità

Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità e ideatore degli Stati Generali della Natalità

Lo scorso anno sono nati solo 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024, e le famiglie unipersonali, composte cioè da un unico individuo, sono quelle più diffuse (37%). Cosa succede?
«Cultura ed economia vanno di pari passo. Fino a quando nel nostro Paese la nascita di un figlio sarà la seconda causa di povertà, culturalmente non sarà mai appetibile metter su famiglia».
La denatalità non è percepita come un’emergenza, come mai?
«Apparentemente la situazione regge, ma è chiaro che a un certo punto qualcuno terrà il cerino in mano. Oggi il problema è narrato, le fondamenta sono minate ma non vediamo le crepe sul muro. La casa però crollerà».
Dalla narrazione alla vita reale, cosa succederà a un Paese dove da un anno all’altro nascono 15 mila bambini in meno?
«Andrà in crisi il sistema pensionistico, la sanità non sarà più gratuita e crollerà il prodotto interno lordo».
Da dove si riparte?
«La situazione è talmente incancrenita che non si può recuperare, ma se non ci sono figli non c’è nemmeno la società. Da oggi e per i prossimi 20 anni il presidente del consiglio, chiunque esso sia, deve essere anche il Commissario per la natalità o perlomeno avere la delega per la natalità. Il tema è imprescindibile. Le misure da mettere in atto possono essere divisive ma serve far squadra: il commissario alla natalità farebbe lavorare insieme i ministeri così da mettere al centro i bambini. Oggi, invece, ognuno va da sé: è folle che, prima di intervenire sul resto, si chiedano 3 miliardi di euro per il congedo maschile al posto di garantire la maternità alle lavoratrici non dipendenti».

Quali misure sarebbero necessarie e urgenti?
«Innanzitutto, concentrare le risorse economiche sulla natalità senza parcellizzarle sulle diverse categorie sociali. Poi servono lavoro per i giovani e stipendi adeguati. Ancora, facilità di accesso alla prima casa e fiscalità equa: in Italia le tasse si pagano in base al reddito e le famiglie con figli sono penalizzate. È un’ingiustizia, è come se ci fosse una tassa sui figli».
Diminuiscono anche i matrimoni. Fra religiosi (-11,7%) e civili (-0,2%), nel 2025 sono state celebrate 165 mila nozze, 8 mila in meno sul 2024...
«Bisogna eliminare le difficoltà oggettive del far famiglia, pena anche il farle diventare un alibi. Creiamo le premesse perché ci si possa sposare a 22-23 anni».

Negli ultimi Stati generali della natalità era emersa la proposta dello Ius familiae, di cosa si tratta? C’è altro che si può fare?
«Lo Ius familiae sarebbe una terza via per l’immigrazione in Italia, un iter capace di incentivare l’immigrazione familiare e aumentare così il numero di bambini e cittadini. Poi bisognerebbe cercare di richiamare i giovani italiani che vivono all’estero, adeguando gli stipendi al mercato internazionale. Dovremmo diventare attrattivi anche per le famiglie dal resto d’Europa, sfruttando le bellezze del nostro Paese e la possibilità dello smart working».

Che Paese è oggi l’Italia?
«Siamo stanchi e invecchiati. Un Paese anziano non rischia, ha perso la speranza, non si gioca la partita, non è sfrontato nei confronti del futuro. Prendo il calcio come metafora del Paese: siamo un’Italia che ha paura di giocare, di imporsi, perché siamo vecchi e demotivati».