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Uno studio condotto da ricercatori della Stanford University, del King’s College di Londra e dell’Ifo tedesco ha dimostrato che il lavoro da casa può influenzare la fecondità in modo statisticamente significativo. Nelle coppie in cui entrambi i potenziali genitori hanno la possibilità di lavorare da remoto si registra una media di 0,32 figli per donna in più rispetto alle coppie che non dispongono di questa flessibilità. La ricerca stima che se il nostro Paese ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni in testa alla classifica, nascerebbero 12.800 figli in più in un anno. Ne parliamo con Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari.
Bordignon, è davvero così? Lo smart working è più efficace di tanti bonus?
«Direi che incide su una variabile fondamentale: il tempo. Le evidenze che emergono dagli studi internazionali mostrano che la possibilità di lavorare anche solo uno o due giorni da casa sembra essere correlata all’aumento della fecondità delle coppie. Non si tratta solo di un vantaggio economico immediato: permette di conciliare meglio lavoro e famiglia, di gestire i figli e gli anziani, di ridurre lo stress quotidiano».
Allora perché aziende e pubblica amministrazione, a cinque anni dall’introduzione dello smart working, stanno richiamando in ufficio i propri dipendenti?
«Molte aziende temono una perdita di controllo o temono che la produttività cali, nonostante le evidenze scientifiche dicano il contrario. La pubblica amministrazione, in particolare, soffre di rigidità organizzativa e mancanza di innovazione nei modelli di lavoro. È una resistenza culturale più che tecnica; il concetto di “presenza fisica come misura del lavoro” resta radicato: sembra difficile affermare una cultura del lavoro per obiettivi piuttosto che per volume di ore utilizzate. Nella realtà dei fatti lo smart working, che comprende il work from home ma che integra anche per molto altro, oltre ad aumentare la produttività contribuisce concretamente alla conciliazione vita-lavoro».
In Italia c'è ancora una bassa propensione al lavoro flessibile. È un problema culturale?
«Sì, lo è. In altri Paesi europei o negli USA, lo smart working è entrato nell’organizzazione quotidiana del lavoro già da anni, diventando uno strumento normale per conciliare lavoro e vita familiare. In Italia, invece, pesa ancora una mentalità legata alla presenza sul posto di lavoro. Serve un cambio culturale profondo: comprendere che la qualità e i risultati contano più delle ore passate in sede. Va anche considerato che un lavoro invasivo, in termini di ore mensili impegnate, e la continua erosione dei riposi sincronici - i cosiddetti giorni festivi – rendono sempre più complessa la adesione alle proposte della vita civica, delle associazioni, delle comunità locali e delle parrocchie. Perdiamo partecipazione».
Una resistenza incomprensibile se consideriamo che il lavoro in presenza riduce notevolmente il “tempo-famiglia” durante la giornata…
«Proprio così. Il tempo è il bene più prezioso e più raro per la vita relazionale ed educativa delle famiglie. È un bene infungibile e non rigenerabile. Una volta che è perduto, resta perduto. Oggi una famiglia italiana dedica meno tempo ai figli e alle relazioni intime e di cura rispetto al passato. Lavorare sempre in “ufficio” obbliga spesso a spostamenti lunghi e frammenta la giornata, lasciando poco spazio alla vita familiare. È un paradosso: penalizziamo la natalità e la qualità della vita mentre pensiamo di “aumentare produttività”. Alcuni studi parlano di fine dell’età della cura poiché troppe giovani famiglie sono costrette al doppio lavoro per arrivare semplicemente a “sbarcare il lunario” e non hanno più spazio nelle giornate per dedicarsi alle relazioni primarie o sociali».
Oltre ad aumentare i costi nei trasporti e il costo ambientale.
«Esatto. Spostarsi tutti i giorni significa spendere tempo e denaro, senza contare l’impatto sull’ambiente. Il lavoro da casa riduce queste criticità, favorisce la sostenibilità e crea un vantaggio concreto per le famiglie e per il Paese. Ridurre gli spostamenti giornalieri può anche alleggerire il traffico cittadino, migliorando la qualità dell’aria e la vivibilità delle città».
Senza trascurare, infine, che quella dei trentenni è la generazione della conciliazione vita-lavoro.
«La generazione dei trentenni ha un approccio completamente nuovo al lavoro: non cercano solo uno stipendio, ma equilibrio, flessibilità e senso di realizzazione. Chi non si adegua rischia di perdere talenti preziosi. Favorire la conciliazione vita-lavoro non è più un optional, è strategico. Anche la parte di lavoro ‘on-site’ deve essere sempre più all’insegna della sicurezza, dello sviluppo umano, della valorizzazione dei talenti e delle relazioni».
È il caso di riprendere un pensiero strutturato ed orientato al tema famiglia-lavoro?
«Assolutamente sì. Serve una politica coerente tra welfare, lavoro e servizi alla famiglia, partecipazione al bene comune con il proprio lavoro. Non basta incentivare economicamente la natalità: dobbiamo creare un ecosistema in cui la scelta di avere figli sia compatibile con la vita professionale. Lo smart working può diventare uno degli strumenti chiave per costruire questo futuro».









