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I dati Eurostat lo confermano: le madri italiane restano le più anziane in Europa con il primo figlio a 31,9 anni.
Professoressa Nanetti che fotografia ci restituiscono del Paese?
«I dati Eurostat ci restituiscono l’immagine di un Paese in cui la questione della natalità non può essere letta come una semplice somma di scelte individuali, ma come il riflesso di una trasformazione profonda dei corsi di vita. L’Italia concentra in modo particolarmente evidente alcune tendenze che attraversano l’Europa: bassa fecondità, posticipazione della maternità, slittamento della genitorialità verso età più avanzate. Se nell’Unione europea l’età media al primo figlio nel 2024 è di 29,9 anni, in Italia sale a 31,9, il valore più alto. Questo dato non dice soltanto che le donne “aspettano di più”: dice che l’accesso alla vita adulta è diventato più lungo, più fragile e più incerto. Lavoro instabile, autonomia abitativa rinviata, relazioni affettive più vulnerabili: tutto questo fa sì che la genitorialità non appaia più come una tappa relativamente prevedibile del ciclo di vita, ma come una scelta sempre più selettiva, negoziata e socialmente condizionata. La denatalità, dunque, non è solo un fenomeno demografico: è la spia di una struttura sociale che fatica a rendere praticabile il progetto di avere figli».
Quali sono le cause per cui le donne arrivano sempre più tardi a questa scelta?
«Le cause sono molteplici, ma il punto decisivo è che la maternità non viene semplicemente rimandata, viene resa più rischiosa, più costosa e meno compatibile con il resto della vita. L’allungarsi dei percorsi formativi, la precarietà del lavoro giovanile, la difficoltà di accesso alla casa e il rinvio dell’uscita dalla famiglia d’origine fanno sì che la scelta di avere un figlio si collochi sempre più spesso al termine, e non più all’inizio, del processo di costruzione della stabilità. Prima si cercano istruzione, lavoro, reddito, casa, tenuta della relazione; solo dopo, eventualmente, si apre lo spazio della genitorialità. In questo senso, la maternità tende a diventare un progetto ad alta intensità di investimento, che richiede condizioni preliminari sempre più difficili da raggiungere. Ed è un fenomeno che ha radici lontane: già alla fine degli anni Ottanta Scabini e Donati parlavano della “famiglia lunga del giovane adulto”, cogliendo con grande anticipo la tendenza italiana al prolungamento della dipendenza dalla famiglia d’origine. Oggi quel quadro si è radicalizzato: non siamo più soltanto di fronte a una permanenza più lunga in casa, ma a un’intera adultità costruita sotto il segno della reversibilità e dell’incertezza».
Perché l’età avanzata delle donne è strettamente correlata alla denatalità?
«Perché l’età al primo figlio non è un dato solo anagrafico, ma un indicatore del tipo di progetto familiare che una società rende realisticamente possibile. Quando il primo figlio arriva tardi, non cambia soltanto il “quando”, ma anche il “quanto” e il “come”. Aumenta la probabilità che il figlio resti unico, non solo per ragioni biologiche, ma perché l’intero equilibrio della coppia, del lavoro e dell’organizzazione quotidiana tende ad assestarsi attorno a una configurazione più fragile e meno espansiva. Inoltre, quando si diventa genitori più tardi, cresce la probabilità che la cura dei figli piccoli si sovrapponga a quella dei genitori anziani: le generazioni si comprimono e la maternità e la paternità si trovano schiacciate tra responsabilità discendenti e ascendenti. È questo uno dei punti centrali: il ritardo della genitorialità non riduce solo il tempo biologicamente disponibile, ma intensifica il carico sociale e organizzativo della scelta. In altre parole, non si restringe solo il calendario delle nascite: si restringe l’orizzonte stesso del progetto familiare».


Qual è l’impatto sulla società di questo ritardo nelle scelte?
«L’impatto è molto profondo, perché non riguarda soltanto il numero dei nati, ma il modo in cui una società si riproduce nel tempo. Il ritardo nelle scelte familiari modifica il ritmo delle generazioni, la struttura della parentela e la qualità dei legami sociali. Le famiglie diventano più verticali e meno orizzontali: più generazioni sovrapposte, ma meno fratelli, cugini, zii, reti collaterali. Questo significa meno supporti informali, maggiore concentrazione dei carichi di cura e nuclei più isolati. Ma c’è anche un impatto culturale, ovvero, una società che fa pochi figli e li fa tardi tende a spostare il proprio baricentro simbolico sul presente, più che sull’investimento nel futuro. L’infanzia e la giovinezza diventano meno centrali nell’immaginario pubblico e nelle priorità collettive. Infine, questo ritardo accentua la privatizzazione della riproduzione sociale, avere figli diventa sempre meno un’esperienza sostenuta da condizioni collettive e sempre più una prova affidata alle risorse private delle famiglie. E quando la genitorialità dipende quasi solo dalla tenuta privata dei singoli, il suo costo sociale aumenta e la sua praticabilità si restringe».
Serpeggia, come sempre, un giudizio feroce sui giovani che non si vogliono impegnare, etc... C’è a parer suo un tema di egoismo?
«Eviterei la categoria morale dell’egoismo, perché finisce per oscurare il problema reale. Parlare di egoismo è rassicurante per gli adulti, ma poco utile per capire il fenomeno. Più che una generazione che rifiuta il legame, io vedo una generazione che sperimenta il legame in condizioni molto più fragili, intermittenti e incerte di quelle vissute dalle generazioni precedenti. C’è un equivoco di fondo poiché si giudicano i giovani con categorie costruite in una fase storica in cui l’impegno era sostenuto da istituzioni più stabili, da aspettative più prevedibili e da un più chiaro patto tra sforzo individuale e riconoscimento sociale. Oggi quel patto si è incrinato. E quando viene meno la fiducia che l’impegno produca davvero continuità, sicurezza e futuro, non aumenta necessariamente l’egoismo; aumenta piuttosto la cautela. Paradossalmente, in molti casi il rinvio non nasce da un deficit di responsabilità, ma da una percezione più alta della responsabilità: si tende a rinviare proprio perché si avverte con maggiore intensità il peso di scelte percepite come irreversibili. Il vero nodo, allora, non è l’egoismo dei giovani, ma la debolezza delle cornici collettive che dovrebbero rendere l’impegno sostenibile nel tempo».
Ci sono fattori strutturali legati alle condizioni con cui i giovani entrano nel mondo del lavoro e nella società?
«Sì, e a mio avviso sono il punto centrale. Più che di una semplice crisi della natalità, siamo di fronte a una crisi delle condizioni sociali che rendono possibile il passaggio alla vita adulta. Il problema non è solo entrare nel mercato del lavoro, ma il fatto che sempre più spesso vi si entra in forme occupazionali che non producono pieno riconoscimento adulto: lavori temporanei, redditi bassi, discontinuità, sottoinquadramento, part-time involontari. Il lavoro, insomma, fatica a svolgere quella funzione di ancoraggio biografico che in passato aveva più chiaramente. E quando il lavoro non garantisce continuità, anche le scelte affettive e familiari perdono prevedibilità. Inoltre, si accentua una forte dualizzazione: alcuni giovani riescono a entrare in circuiti relativamente protetti, altri restano a lungo in una zona grigia fatta di precarietà e dipendenza economica dalla famiglia. Questo rende la genitorialità sempre più selettiva: più accessibile per chi dispone già di risorse familiari, patrimoniali e relazionali, più difficile per chi deve costruire tutto a partire da sé. In Italia, poi, il costo della maternità continua a ricadere in misura sproporzionata sulle donne, e questo rende il problema ancora più evidente».
Cosa si può fare per invertire la rotta?
«La prima cosa è smettere di pensare che bastino bonus episodici o campagne simboliche. La scelta di avere figli non dipende solo da un calcolo economico: dipende dal grado di fiducia che una società riesce a generare nel proprio futuro. Per questo il punto non è soltanto aiutare chi ha già figli, ma ricostruire le condizioni che rendono più praticabile l’intera sequenza che precede quella scelta. Bisogna ridurre l’incertezza, de-privatizzare il costo della cura, redistribuire meglio il tempo, rendere più continua la transizione all’autonomia. Invertire la rotta significa fare in modo che avere un figlio non sia un’impresa affidata quasi esclusivamente all’eroismo organizzativo delle famiglie, e soprattutto delle donne. C’è poi un tema decisivo, spesso sottovalutato: il tempo. Oggi uno dei beni più scarsi non è solo il reddito, ma il tempo governabile. La genitorialità diventa più difficile anche perché si inserisce in vite frammentate, con ritmi di lavoro estesi e imprevedibili. Per questo una politica davvero efficace dovrebbe restituire alle persone più continuità, più governabilità del tempo e più fiducia nella durata delle scelte. Non si tratta di convincere le persone a fare figli, ma di cambiare le condizioni dentro cui quella scelta prende forma».
Come si fa a rendere “appetibile”, desiderabile la scelta di maternità, ma più in generale di genitorialità?
«La genitorialità non diventa desiderabile con la retorica, ma quando una società la rende insieme sostenibile, riconosciuta e condivisa. Diventa desiderabile quando non appare come una rinuncia, una penalizzazione o un salto nel vuoto, ma come una forma sensata di realizzazione. Oggi, invece, il figlio rischia troppo spesso di essere percepito soprattutto come fonte di costo, fatica, perdita di libertà ed esposizione all’incertezza. Finché prevale questo immaginario, la genitorialità resta possibile solo per chi è disposto ad assumersi un surplus di rischio. C’è poi un altro punto importante: maternità e paternità sono ormai avvolte da standard altissimi, quasi perfezionistici. Si chiede ai genitori di essere sempre presenti, competenti, all’altezza. È il modello della genitorialità intensiva, che rende la scelta di avere figli non solo impegnativa, ma anche psicologicamente intimidatoria. Rendere più desiderabile la genitorialità significa allora anche decomprimerla, sottrarla a questo eccesso di aspettative, far sì che non appaia come una prova totale da superare perfettamente. Ma soprattutto significa ricostruire fiducia nel futuro. Si fanno figli più facilmente in società in cui il domani, pur incerto, appare ancora abitabile. Per questo la genitorialità torna davvero desiderabile quando una società la rende possibile materialmente, la legittima simbolicamente e la sostiene socialmente».




