Don Cesare Zuccato, parroco di Luino, il paesino affacciato sul Lago Maggiore che ha dato i natali a Piero Chiara, è il sacerdote che ha accompagnato Umberto Bossi nel suo cammino di conversione cristiana. L’aggettivo è d’obbligo, nel caso del fondatore della Lega, avendo attraversato parecchi periodi spirituali (ve lo ricordate il dio Po?) con una discreta fama di mangiapreti (polemizzò anche con papa Giovanni Paolo II, oltre che con i vari “vescovoni”). «Ma il Bossi che ho conosciuto io, segnato dalla malattia, era ben diverso. Ha compiuto un vero e autentico percorso di fede cristiana», spiega il cinquantasettenne don Cesare. «Ci eravamo conosciuti attraverso un comune amico, il senatore Giuseppe Leoni, tre o quattro anni fa, e lui ha cominciato a frequentare la Messa, accompagnato da Leoni e dalla consorte Emanuela nella chiesa di Buguggiate, di cui ero parroco prima di trasferirmi, lo scorso autunno, a Luino. «Se vuole un particolare, gli piaceva che a Messa durante la liturgia suonasse l’organo, me lo chiedeva espressamente “Con la Messa ci vuole l’organo”, diceva». L’ultimo incontro è avvenuto nell’abitazione di Gemonio della famiglia Bossi, «una casa normale, senza alcuna pretesa di lusso, l’ho anche confessato ma naturalmente sui contenuti della confessione non le dirò nulla. L’unica cosa che le posso dire, la mia impressione in generale, che esula dal segreto confessionale, è che in fondo ha sempre ascoltato quel che diceva la Chiesa, anche se poi, soprattutto in gioventù, la interpretava a modo suo». E il dio Po? «Io non parlo del Bossi politico ma della persona, sul dio Po non le dirò nulla perché non posso. Ma la mia impressione è stata quella di un uomo che ha fatto i conti con Dio, che si è sempre interrogato di fronte a Padreterno, che ha ripercorso la sua vita, quello che gli è successo, e ha sempre cercato il rapporto con il Signore, oltre che il suo perdono». Poi don Cesare passa a raccontare gli episodi avvenuti dopo quella confessione. «Abbiamo detto tutti insieme il Padre Nostro, insieme a Giuseppe Leoni e alla signora Emanuela, su suo invito, e poi ci siamo salutati. Ci eravamo dati appuntamento a prima di Pasqua. Non pensava certo che la sua vita terrena si sarebbe spenta da lì a un mese, era malato, ma lucido, sereno, stava relativamente bene, faceva i suoi ragionamenti e anche molte battute. Lo ricordo come un colloquio di profonda fede e umanità. In questi anni era molto affascinato da papa Francesco, che seguiva con grande attenzione, riferendomi le sue parole. Ha certamente fatto un bilancio della sua vita alla luce della fede, questo glielo posso dire ed è una cosa molta bella secondo me». In quelle conversazioni Bossi parlava spesso della sua passione politica. «Mi aveva colpito una frase che mi aveva detto durante uno dei nostri incontri, che in fondo potrebbe essere un insegnamento anche per tutti gli amministratori pubblici: diceva che fare politica è come essere innamorati, per cui ti viene la passione per le cose che succedono, per i cambiamenti che si possono fare, non è soltanto un lavoro. Questa cosa qui mi ha proprio colpito e secondo me è una cosa bella. E poi le dicevo della casa in cui viveva, della vita che faceva, come un pensionato qualunque, da quello che ho visto, non era certo un politico che si era arricchito».