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Valentino Giola davanti all'ospedale Niguarda di Milano dopo aver fatto visita al figlio Giuseppe
Su al primo piano ha appena lasciato suo figlio Giuseppe, 16 anni. «Vado a riposarmi un po’ e poi torno da lui. Non stanotte, però. Fin dall’inizio ha detto a me e alla mamma che non c’era bisogno». All’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale Niguarda, Valentino Giola, mentre parla con noi, ogni tanto saluta con un cenno altre persone che passano, quasi sicuramente parenti degli altri ragazzi ricoverati qui all’Ospedale Niguarda di Milano dopo la tragedia di Crans-Montana
Come sta Giuseppe?
«Fortunatamente sta meglio. Le medicazioni sono andate molto bene. Adesso ha quasi tutto il viso scoperto e la mano sinistra sta riprendendo la sua funzionalità completa. Ha avuto delle ustioni di secondo grado, alcune anche piuttosto corpose, ma i medici sono stati molto tempestivi, compresi quelli svizzeri che lo hanno curato per primi».
Riesce a camminare, a mangiare da solo?
«Sì, non è collegato a nessun macchinario. Ha solo una flebo al giorno di vitamine».
Cosa ha mangiato a pranzo?
«Risotto alla milanese, prosciutto cotto e insalata. Alla fine, ha mangiato un dolce che gli abbiamo portato noi. È un po’ dimagrito, anche perché è stato intubato due giorni. Tutti i ragazzi ustionati come lui hanno un metabolismo molto accelerato e quindi hanno bisogno di mangiare tantissimo. Il corpo impiega tante energie per ricostruirsi e va aiutato. Per questo ricevono anche dei preparati proteici molto nutrienti».


Giuseppe Giola, 16 anni, con la mamma Odette e il padre Valentino
Come sta di umore?
«Ha degli alti e dei bassi. Conosceva tutti i ragazzi morti, sono cresciuti insieme, in particolare i due di Milano, Achille e Chiara. Achille lo conosceva fin dalla scuola materna. Il giorno dei funerali gli psicologi hanno ritenuto giusto dirglielo assieme alla mamma. Non se l’aspettava, pensava che in qualche modo ce l’avessero fatta. Sarà lunga metabolizzare il lutto che ha vissuto e la paura che ha provato, ma gli psicologi dicono che lui ha la forza interna per farlo. E poi, come ci ha confidato lui stesso, la fede lo sta aiutando molto ad affrontare questi momenti. Don Enrico Bonacina, padre spirituale del Liceo Gonzaga che Giuseppe frequenta, è venuto a trovarlo il secondo giorno di ricovero e si sentono spesso».
E suoi amici?
«Le visite sono limitate a una persona al giorno, per scongiurare il rischio di infezioni. Allora ieri è venuta a trovarlo una sua compagna di scuola. Ha preparato un album molto voluminoso. Contiene delle foto con i suoi amici e tante lettere che gli hanno scritto. So quanto sia importante per lui questo dono».
(Il papà di Giuseppe di colpo si interrompe e si commuove al ricordo. Poi riprende).
«Giuseppe ha sempre giocato a calcio ed è un milanista di ferro. Negli ultimi tempi frequenta un corso di volontariato organizzato da una fondazione supportata dal Milan. Due volte alla settimana gioca assieme a dei ragazzi problematici e in questi giorni ha ricevuto video e messaggi di giocatori del Milan, oltre che del mister Massimiliano Allegri e di campioni di altri sport come Jannick Sinner e Charles Leclerc».
Cosa le ha raccontato della notte della tragedia?
«Giuseppe era nell’angolo più remoto del piano sotterraneo, quindi non ha visto quello che è successo. Due sue amiche sono arrivate correndo da lui e gli ha detto: “C’è il fuoco, scappiamo”. Allora ha cercato di raggiungere l’uscita dalla scala, ma nella confusione è caduto, ed è stato anche calpestato dagli altri ragazzi che cercavano come lui di salvarsi. Mi ha detto che in quel momento ha pensato di non farcela. Poi invece ha trovato la forza per trovare un pertugio e da lì si è buttato fuori ed è riuscito a chiamare la mamma. Ma intanto le fiamme erano arrivate anche da lui. Noi eravamo a cena lì vicino a casa di amici che poi hanno perso un figlio. Quando siamo arrivati lì, abbiamo visto il fumo che usciva dal locale. Abbiamo visto prima un suo amico e poi lui. Allora lo abbiamo caricato in macchina e lo abbiamo portato in ospedale. Non erano ancora arrivate le ambulanze e c’erano tanti ragazzi in condizioni terribili: non potevamo aspettare».
Come valuta l’operato degli inquirenti svizzeri fino ad ora?
«Faccio l’avvocato e non mi piace commentare l’operato dei magistrati. Siamo rimasti molto colpiti dal fatto che il sindaco e la giunta comunali di Crans-Montana, dopo aver ammesso degli errori, non ne hanno tratto la logica conclusione, cioè dimettersi. Ci auguriamo che vengano accertate tutte le responsabilità, non solo quelle dei due gestori del Constellation, ma di chi doveva controllare. Noi andavamo in Svizzera tutti gli anni perché ci sentivamo sicuri: l’ultimo nostro pensiero era di trovarci di fronte all’incendio di un locale».


Qual è la cosa che le ha fatto più male di questi giorni?
«Le critiche dei media svizzeri su come quelli italiani stanno raccontando la vicenda. Dicono che stiamo ingigantendo la cosa. Trovo queste affermazioni vergognose: prima di criticare gli altri, dovrebbero fare un’esame di coscienza».
E qual è stato il momento più bello?
«Quando gli hanno sbendato il viso e sembra che non ci siano cicatrici. Lui ha voluto vedersi allo specchio e si è commosso. Il percorso di cura sarà lungo almeno un paio d’anni, ma nella tragedia lui è stato uno dei più fortunati».
Cosa pensa delle polemiche sui ragazzi che, quando già l’incendio era scoppiato, sono rimasti a filmare con i loro cellulari?
«Non so se i ragazzi che hanno filmato erano nel gruppo di mio figlio e non mi importa. Di sicuro l’incendio si è propagato in pochissimi secondi e in quei momenti credo che per chiunque sarebbe stato difficile reagire nel modo giusto. È facile e stucchevole puntare il dito contro i ragazzi definendoli superficiali. Di sicuro mio figlio è vivo grazie alle sue due amiche che sono corse ad avvisarlo e che ora sono messe molto peggio di lui».
Papa Leone XIV, incontrando i parenti delle vittime, si è chiesto commosso: «Perché Signore, perché?».
«Quelle parole mi hanno molto colpito nella loro semplicità: è la domanda che ci facciamo tutti e che si fa anche Giuseppe: perché è successo? Perché io mi sono salvato e i miei amici non ce l’hanno fatta? Con la preghiera e con l’amore di tutte le persone che ci stanno intorno non so se riusciremo a darci una risposta definitiva, ma sono sicuro che riusciremo a superare questo momento difficile»






