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Persone al voto in un seggio elettorale di Torino, 22 marzo 2026.
Quando un Governo, quale che ne sia il colore, cerca di intestarsi una riforma costituzionale che modifica in modo sensibile l’equilibrio dei poteri dello Stato, gli italiani si danno da fare per informarsi, si mobilitano, vanno a votare e alla fine scelgono di mantenere l’assetto disegnato 80 anni fa dall’Assemblea costituente che ha messo attorno a un tavolo forze politicamente in contrasto (cristiano-democratiche, socialiste, comuniste, liberali, repubblicane, azioniste) con l’obiettivo di scrivere insieme, cercando una mediazione tra le rispettive, innegabili, divergenze, un testo che fondasse i valori comuni della Repubblica nascente, voluta dal referendum popolare, per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile, del 2 giugno 1946. La Costituente ha disegnato una Carta rigida, complessa da modificare, e con un sistema delicato di contrappesi a tutelare la Repubblica dal rischio che un potere dello Stato potesse dilagare a scapito degli altri.
Per tre volte nella storia repubblicana governi di segno diverso hanno provato a modificare questo assetto: nel 2006 il Governo Berlusconi, centro-destra. Nel 2016 il Governo Renzi, centro-sinistra e nel 2026 il Governo Meloni, centro-destra. Nessuna delle tre volte si è raggiunta la maggioranza dei 2/3 in doppia lettura e dunque tutte e tre le volte i cittadini hanno votato al referendum e votato no. Nel 2006 ha votato il 52% degli aventi diritto con 61% di no; nel 2016 ha votato il 65,47% con il 59,12% di no. L’ultima volta, ieri, 22 e 23 marzo 2026, il 58,9% degli italiani che potevano farlo ha votato e preferito il no al 53,7 %.
Sette punti e mezzo di scarto, dunque, per questa ultima consultazione, su un tema obiettivamente complesso nel merito, che puntava a modificare l’equilibrio dei poteri, cosa che entrambi gli schieramenti riconoscevano pur dandone una interpretazione diversa: il Governo che voleva la riforma diceva di voler “riequilibrare” i poteri in direzione dell’esecutivo, chi temeva la riforma metteva in guardia dal rischio di uno “squilibrio” a favore del Governo.
Due elementi sono ormai cristallizzati: il fatto che gli italiani a questo intervento sui poteri hanno detto a significativa maggioranza no, come hanno detto no ai due precedenti, e il fatto che uno squilibrio questa volta è stato evidente all’origine nel metodo. Il Governo Meloni ha disegnato una legge di riforma costituzionale che cambiava l’assetto della magistratura ordinaria (terzo potere) e la ha portata all’approvazione in quattro letture, senza che il Parlamento sia stato messo in condizione di dare il proprio apporto istituzionale di potere legislativo correggendo una sola virgola, col risultato che la riforma del Governo ha “attraversato” le Camere quattro volte senza accogliere neppure gli emendamenti proposti dai banchi dei partiti che ne sostenevano il merito.
In questo modo i cittadini sono stati chiamati a dire sì o no a un testo che cambiava sette articoli della Costituzione, su una materia non semplice come l’ordinamento giudiziario, uscito dalle Camere con punti da una parte contraddittori (separazione di Pm e giudici ovunque, ma non in Alta corte; il presidente della Repubblica chiamato a presiedere contemporaneamente due Csm diversi passibili di dare pareri consultivi contrari sulla stessa materia), e dall’altra con ampi punti oscuri (di tanti elementi si conosceva il “che cosa”, ma non il “come”, demandato a leggi ordinarie successive, da approvare a maggioranza semplice e non conoscibili agli elettori).
Questo metodo è molto lontano dallo spirito dell’Assemblea costituente di cui a breve ricorre l’ottantesimo anniversario, che al contrario invece arrivò a scrivere la Costituzione con la fatica costruttiva di un articolato e all’occorrenza contrastato dibattito, sfociato in una mediazione fino alle virgole su un testo al quale ogni forza politica ha dato, con il cesello, il proprio apporto.
Non sappiamo come sarebbe andata dopo, se in quelle tre passate occasioni di riforma, stoppate al referendum, la Carta fosse stata cambiata, ma sappiamo che i pilastri della Costituzione costruiti tra il 1946-48 sono stati capaci di reggere, senza ricorso a leggi speciali, agli urti di crisi destabilizzanti per le istituzioni: si pensi al terrorismo rosso e nero degli anni Settanta, al terremoto della P2 a cavallo tra Settanta e gli Ottanta, alle stragi di mafia degli anni Novanta.
Il risultato di ieri dice da un lato che gli italiani, soprattutto i giovani, si sentono ancora rassicurati da questi pilastri e dalla loro tenuta, in un mondo che si fa attorno sempre più incerto.
Dall’altro l’affluenza al voto, la partecipazione, la mobilitazione di entrambe le parti, dicono che la democrazia italiana, mentre attorno altre mostrano segni di crisi, si mantiene viva e sana e risponde soprattutto quando si toccano i principi fondamentali.




