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Gli studenti fuori dal Liceo Scientifico Statale Augusto Righi di Roma (ANSA/ANGELO CARCONI)
«L’episodio del Liceo Righi è di una gravità inaudita. Non siamo di fronte a uno "scherzo" o a una bravata giovanile, ma a un atto di violenza simbolica che legittima la sopraffazione». Maria Angela Grassi è la presidente dell’Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani. La raggiungiamo dopo che in un liceo, il rinomato Righi di Roma, è comparsa una aberrante "lista stupri", con i nomi di alcuni studenti, accompagnata da una svastica. A rendere noto l’accaduto è stato il Collettivo Ludus Righi, che in un post su Instagram ha denunciato: «Condanniamo ferocemente quanto accaduto e ci troviamo increduli davanti a tanta violenza proveniente dai nostri coetanei. La lista è stata prontamente cancellata. È un gesto inaccettabile ma è anche il frutto di una mentalità patriarcale profondamente radicata nella nostra società». Con Maria Angela Grassi cerchiamo di capire quali potrebbero essere le radici del gesto e come ssi possa promuovere una cultura alternativa.


Presidente, come commenta l’accaduto?
«Come dicevo, siamo di fronte a un atto di violenza simbolica che legittima la sopraffazione. Il fatto che accanto a una lista di stupri compaia una svastica ci dice che la cultura in cui crescono i nostri ragazzi è ancora profondamente intrisa di patriarcato, di logiche di dominio e di disprezzo per l'altro. È la cultura dello "scarto" e della prevaricazione, dove il corpo altrui non è riconosciuto come sacro e inviolabile, ma come un oggetto da possedere, classificare o denigrare. La cancellazione di quella scritta con la vernice è un atto dovuto, ma non risolve il problema: la cultura che l'ha generata non si cancella con un colpo di spugna».
Come nascono episodi del genere?
«Queste azioni affondano le radici nella dinamica del branco, un fenomeno nel quale l'individuo perde la propria identità e responsabilità per omologarsi al gruppo. Spesso si tratta di riti di iniziazione tossici, in cui la violenza diventa un collante sociale. La svastica aggiunge un elemento ideologico pericolosissimo: la celebrazione della forza bruta e della supremazia. Da un punto di vista pedagogico, siamo di fronte a una profonda carenza di competenze socio-emotive: manca l'empatia, manca la capacità di riconoscere i confini personali, manca l'alfabetizzazione affettiva. Si è creata una frattura tra il modo in cui i ragazzi vivono le relazioni (sempre più virtuali e mercificate) e la realtà delle persone, ridotte a bersagli o a trofei».


Come si affrontare il tema con gli studenti?
«Il tema non si affronta con la predica moralistica, che spesso genera solo rifiuto. Va affrontato con il dialogo e la riflessione critica, partendo dal linguaggio e dai modelli culturali che i ragazzi respirano quotidianamente. I contenuti su cui porre attenzione sono tre: il consenso, inteso non solo come un "no", ma come un "sì" consapevole e libero; l'empatia, educando a mettersi nei panni dell'altro; e la decostruzione degli stereotipi di genere. È fondamentale spiegare che frasi, liste e "scherzi" apparentemente leggeri contribuiscono a costruire un clima culturale in cui la violenza reale diventa possibile. Bisogna fare educazione affettiva e sessuale con un approccio olistico, che unisca la biologia alla relazione, all'etica e al rispetto».
Come dovrebbe muoversi la scuola, quali misure educative potrebbero essere utili?
«La scuola non può limitarsi alla sanzione disciplinare (che pure, in casi gravi, è necessaria), ma deve agire sulla prevenzione. Le misure utili includono: l’istituzione di sportelli di ascolto e supporto pedagogico stabili; la creazione di percorsi di educazione civica e affettiva strutturati e trasversali; la formazione obbligatoria dei docenti su queste tematiche; e la promozione di laboratori di peer education, dove sono i ragazzi stessi, guidati da esperti, a educare i propri coetanei. In questo senso, il ruolo dei pedagogisti, figure previste e valorizzate dalla recente Legge 55/2024, è cruciale: non sono "tappabuchi", ma professionisti in grado di progettare interventi educativi mirati, di fare consulenza ai docenti e di gestire le dinamiche di gruppo in classe».
Come si costruisce una cultura alternativa?
«Per costruire una cultura alternativa, dobbiamo abbandonare l'idea di un'educazione basata sul possesso e sulla competizione, per abbracciare un'educazione alla relazione autentica. Serve un'educazione che restituisca ai ragazzi il diritto di desiderare e di costruire anziché di avere. Questo richiede una vera e propria "comunità educante": scuola, famiglia e società (inclusi i media e i social network) devono smettere di proporre modelli basati sulla prevaricazione e sulla mercificazione del corpo. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi che il valore di una persona non risiede nella sua capacità di dominare l'altro, ma nella sua capacità di entrare in relazione in modo rispettoso, etico e profondo. La pedagogia ci insegna che si diventa ciò che si fa: se offriamo ai giovani contesti di ascolto, di rispetto e di autentica responsabilità, allora potremo sperare di vedere fiorire una cultura nuova, libera dalla violenza».






