Prima c’erano le piazze, i bar sport, le porte dei cessi dell’autogrill. Oggi ci sono i social. Cambia il palcoscenico, non cambia il gusto della folla per la lapidazione. Anzi, peggiora. Perché almeno nelle piazze qualcuno aveva il coraggio di metterci la faccia. Dietro uno schermo, invece, il linciaggio diventa un passatempo. Si aspetta soltanto il morto giusto, la disgrazia giusta, per rovesciare addosso il proprio rancore.

È accaduto anche in queste ore, mentre nel lago di Vico si cercano ancora le tracce di Luigi Cavallari, marito della ministra Eugenia Roccella. Una famiglia sospesa nell’angoscia, senza nemmeno la possibilità di piangere un corpo. Eppure, sotto le notizie, è comparsa la solita processione di anime miserabili: chi ironizza, chi fa paragoni, chi trasforma il dolore in un regolamento di conti politico. «Perché lui sì e gli altri no?», «Non è una notizia», «Per il figlio di qualcun altro nessuno si è mosso» (continuo a pensare che certo benaltrismo idiota dovrebbe essere sanzionato dal codice penale). Come se la sofferenza fosse una graduatoria. Come se il dolore avesse un colore politico.

Si dirà che sono soltanto quattro imbecilli. È la frase con cui da anni assolviamo tutto. Ma quei quattro imbecilli, ormai, sono diventati una folla. Una minoranza rumorosa che detta e manipola il tono della discussione pubblica (anche noi di Famiglia Cristiana on line ne sappiamo qualcosa), convince altri a seguirla e finisce per rendere normale ciò che normale non è. L'insulto diventa opinione, la crudeltà viene scambiata per libertà di parola, l’assenza di pietà viene spacciata per spirito critico. Ecco perchè sarebbe ora di rendere obbligatoria la registrazione con tanto di carta di identità elettronica per tutti coloro che vogliono accedere ai social. Così da mettere la faccia dietro i propri commenti, non solo le dita. Si parla tanto di proibire i social ai minori, ma è dagli adulti che si dovrebbe partire.

È il frutto di una lunga educazione all’odio. Anni nei quali l’avversario non è più stato considerato un cittadino con idee diverse, ma un nemico da annientare. I social hanno ingigantito questo malcostume. Prima si è smesso di discutere le idee. Poi si è delegittimata la persona. Infine si è arrivati a festeggiarne le disgrazie. È la naturale evoluzione di un dibattito pubblico ridotto a curva da stadio.

Non c’entra la destra o la sinistra. C'entra una civiltà che si sta sgretolando. Perché il dolore dovrebbe essere l’ultimo territorio neutrale. Quando una moglie aspetta notizie del marito disperso, quando una famiglia vive ore di angoscia, la gente dovrebbe tacere. Esiste un momento in cui si torna semplicemente esseri umani. Se non si riconosce più nemmeno questo confine, significa che qualcosa di profondo si è rotto.

Ha ragione Giorgia Meloni quando definisce questi commenti uno schifo. Lo sono. Ma il punto non è darle ragione perché è il presidente del Consiglio. È darle ragione perché siamo davanti a un principio elementare di convivenza civile. Chiunque, domani, potrebbe trovarsi dall'altra parte dello schermo, con il proprio dolore esposto alla gogna.

Per questo il silenzio pesa quasi quanto gli insulti. Davanti a una simile deriva non bastano le parole della maggioranza. Servirebbe una condanna netta anche dall'opposizione, senza distinguo, senza il riflesso condizionato del “sì, però”. Perché quando viene calpestata l'umanità dell'avversario non è in gioco una parte politica, ma la dignità di tutti. E questo scandalo dovrebbe indignare anche chi oggi siede dall'altra parte dell’Aula.