Ha 15 anni, frequenta il Liceo Classico Beccaria di Milano e arbitra le partite di calcio dalla sua carrozzina elettrica. Michele Croce ha l’osteogenesi imperfetta, la malattia delle ossa di cristallo: una patologia rara che colpisce una persona su ventimila, che gli ha sempre impedito di camminare ma non di inseguire quello che voleva. A dicembre 2025 ha

ottenuto il patentino AIA dopo aver superato il corso arbitri. A marzo 2026 ha arbitrato la sua prima amichevole. Il 19 aprile scorso ha diretto la sua prima gara ufficiale di campionato, under 9 CSI, nell’oratorio dei Santi Silvestro e Martino di Milano, grazie alla deroga concessa dal CSI e all’apertura del Vittoria Junior, la società di volontari che per prima gli ha aperto le porte del campo. Lo abbiamo incontrato subito dopo.

Michele, come è andata domenica?

È stata sicuramente una giornata emozionante, sia prima che durante la partita. Era la prima gara ufficiale, quindi oltre all’arbitraggio c’era tutta la parte precedente, il controllo

delle distinte, la “chiama”, il rapporto post-gara. Mi sono divertito tantissimo e spero che anche i ragazzi si siano divertiti. È stata davvero una bella domenica.

La notte prima?

Ho faticato a dormire. L’emozione era tanta. Ma una volta in campo è passata.

I tuoi erano sugli spalti.

Sì, c’erano tutti: mia mamma, mio papà, mia sorella. Secondo me erano più impauriti loro di quello che poteva succedere in campo. Io ero emozionato, loro avevano paura per me. Ma è normale, no?

Come ti sei trovato sul campo con la carrozzina?

Benissimo. La carrozzina corre, a volte anche più veloce degli under 9 che arbitravo. Avevo i cartellini, il fischietto, il cronometro, tutto. Non è stata un problema e non lo sarà in

futuro.

C’è stato un momento difficile da gestire?

A un certo punto un ragazzo ha segnato su punizione indiretta. Rete annullata. I suoi compagni hanno timidamente protestato. Ho spiegato la dinamica dell’azione e hanno

subito capito. La partita è rimasta pulita, nessun cartellino estratto.

Che tipo di arbitro vuoi essere?

Il compito di un arbitro è far rispettare le regole. In campo sono intransigente, come è giusto che sia. Ma dirigo all’inglese: lascio correre, favorisco il gioco, anche i contrasti quando sono corretti. Così si divertono tutti: i calciatori, il pubblico e anch’io.

Da dove nasce questa passione?

Alle elementari, durante le ore di educazione fisica, mentre i miei compagni giocavano a calcio e pallavolo, io arbitravo. Senza fischietto, senza conoscere bene le regole. Ma mi

piaceva tantissimo. Quella cosa che sentivo guardandoli giocare non è rimasta ferma, è diventata una direzione. Negli anni ho cominciato a seguire il calcio sempre più da vicino,

a guardare le partite anche con l’occhio all’arbitro. A novembre ho fatto il corso AIA, a dicembre ho ottenuto il patentino.

La tua famiglia come ha reagito quando hai detto che volevi fare l’arbitro?

Mi hanno aiutato fin da subito. Si sono informati, hanno cercato la strada con me. Non mi hanno messo paletti. Stanno accanto, senza volermi stare davanti.

Eppure c’era un ostacolo concreto: il regolamento AIA.

Sì. È prevista una prova fisica che non posso sostenere, quindi senza il certificato di idoneità agonistica non posso arbitrare nelle gare ufficiali FIGC. Per questo sono molto grato al CSI, che ha derogato al proprio regolamento per permettermi di scendere in campo. E al Vittoria Junior, che è stato il primo a credere che si potesse fare.

Come hai conosciuto Marco Vichi e il Vittoria Junior?

Tramite amici in comune, grazie alla Winners Cup del 2025, una giornata in cui il Vittoria Junior aveva gemellato una sua squadra con i ragazzi delle oncologie pediatriche degli

ospedali milanesi. Ho conosciuto Marco, gli ho raccontato il mio sogno. Ha ascoltato. Il 1° marzo ha organizzato un’amichevole apposta per me, una partita femminile a 7. È stato il mio primo fischio in campo.

Il Vittoria Junior è una società particolare.

È un posto dove chi arriva trova spazio prima ancora di trovare un ruolo. Non è una cosa scontata. Per una realtà come la mia, sapere che esistono posti così fa una differenza

enorme.

Guardi le partite in modo diverso da quando hai fatto il corso?

Completamente. Ci hanno sempre raccomandato di guardare le partite rivolgendo gli occhi non solo al gioco ma anche alle posizioni e ai movimenti degli arbitri. Adesso lo faccio

sempre. Quando gioca la Juventus, ammetto, a volte me li dimentico. Ma con le altre squadre guardo anche quello.

Tifi Juventus.

Mio papà è di Torino, nato e cresciuto lì. La passione per il calcio l’ho presa da lui. Quindi

nonostante io sia milanese doc, sono juventino.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Il principale è riuscire ad arbitrare un giorno una partita ufficiale FIGC — anche solo nelle giovanili, non per forza la Serie A. So che per ora non si può, e so che è difficile cambiare un regolamento. Ma ci credo. E raggiunto quello, si vedrà: magari la Serie B, girare l’Italia, arrivare più in alto possibile.

Una cosa alla volta.

Esatto. Una cosa alla volta.