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Il cambiamento climatico è una delle più grandi sfide che l’umanità deve affrontare in questi anni. Temperature sempre più alte, mezze stagioni che non esistono più e piogge torrenziali sono ormai una costante del meteo sulla nostra penisola che sta mettendo in difficoltà non solo la vita delle persone, ma anche quella delle nostre città. In particolare Milano nelle ultime estati è stata spesso vittima di forti nubifragi a cui sicuramente i milanesi non erano abituati. Per aiutare le città a gestire e smaltire il gran numero di litri bisogna ripensare come vengono progettate e vissute da chi le abita.
È per risolvere questo genere di problematiche che il Progetto “Città Spugna” ha preso vita: l’obiettivo è effettuare interventi che imitino i processi naturali. Se infatti le città sono state progettate per allontanare l’acqua il più velocemente possibile tramite le tubature della rete fognaria, la città spugna mira invece a trattenerle sul luogo. Ma come? Creando spazi e aree dove l’acqua può infiltrarsi nel terreno, evaporare oppure essere assorbita dalle piante: questo processo porta alla cosiddetta “invarianza idraulica” (ovvero le fogne non vengono sovraccaricate) e contrasta le isole di calore, abbassando la temperatura dell’asfalto.
Il progetto Spugna fa parte di una misura più ampia del PNRR chiamata PUI, destinata alle 14 città metropolitane italiane per combattere il degrado e la vulnerabilità climatica. L’investimento complessivo per la Città Metropolitana di Milano è stato di oltre 322 milioni di euro, di cui circa 50 destinatati specificatamente alle 88 opere di Città Spugna.
In questa complessa partita tecnologica e ambientale, un ruolo da protagonista è stato svolto dal Gruppo CAP, la green utility che gestisce il servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano. Il Gruppo CAP è stato il braccio operativo fondamentale: grazie alla sua competenza tecnica e alla conoscenza profonda delle reti sotterranee, ha permesso di trasformare l’intuizione politica in infrastrutture concrete. Senza la loro capacità di mettere "l'acqua al centro" della progettazione urbana, integrando ingegneria e sostenibilità, un piano di tale portata non sarebbe stato realizzabile nei tempi record imposti dall'Europa.
Ma come sono state selezionate le aree di intervento? Grazie ad anni di studi svolti con database territoriali sono stati individuati dei “punti di sofferenza”, ovvero zone che si allagano spesso o in cui la temperatura rilevata è troppo alta. Si è data priorità alle aree con abbondanza di popolazioni fragili, quindi anziani e bambini. Ridurre la temperatura di una strada o evitare l'allagamento di un parco giochi ha un impatto diretto sulla salute pubblica, andando a migliorarla sensibilmente.
Per esempio a Solaro sotto una piazza sono stati scavati bacini con box modulari in plastica che possono contenere migliaia di litri d'acqua, rilasciandoli poi lentamente tramite valvole. Oppure a Turbino e Cologno Monzese sono stati costruiti dei luoghi di aggregazione che "accettano" di trasformarsi in bacini temporanei. Infatti in caso di pioggia eccezionale, la piazza si allaga in modo controllato (poche decine di cm) per proteggere ciò che la circonda e non sovraccaricare la rete fognaria.
Il ruolo del cittadino a questo punto diventa fondamentale per non sprecare il prezioso lavoro svolto. Chiunque deve capire che un'aiuola allagata non è un disservizio, ma un sistema che sta proteggendo la sua cantina o il suo negozio. Inoltre la manutenzione di questi spazi sarà fondamentale per il far si che continuino a essere un servizio funzionante. È importante che non vengano abbandonati rifiuti perché finirebbero per compromettere la funzionalità di questi interventi.


Proprio oggi, nella prestigiosa cornice di Palazzo Isimbardi, si è svolto il convegno di conclusione del progetto. È stato un momento di bilancio emozionante, dove tecnici e amministratori hanno mostrato come la collaborazione tra istituzioni diverse (Città Metropolitana, Ministero, Comuni e Gruppo CAP) sia riuscita a rispettare le rigide scadenze del PNRR, portando a casa risultati concreti ben prima del limite del 2026.
Ma la chiusura di oggi non è una fine, bensì un nuovo inizio. L’eredità del Progetto Spugna è duplice: da un lato le 88 opere permanenti che proteggeranno i nostri comuni, dall'altro un metodo di lavoro integrato che diventerà lo standard per i prossimi anni. La sfida per il futuro è ora consolidare questa "strategia dell'acqua", continuando a investire risorse proprie (come già annunciato con il nuovo Piano Metropolitano di Ripresa e Resilienza) per rendere ogni angolo della nostra area metropolitana più verde, più fresco e, finalmente, capace di respirare insieme alla natura.






