In Italia il morbillo torna a preoccupare. Nei primi mesi del 2026 i casi sono aumentati sensibilmente, dopo la flessione registrata nel 2025, e il problema riguarda soprattutto le fasce di popolazione che non hanno mai ricevuto neppure una dose di vaccino. Ma i numeri ufficiali potrebbero raccontare solo una parte del fenomeno: i casi accertati, avverte l’infettivologa Gloria Taliani - professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma -, «rappresentano la punta dell’iceberg» di una circolazione del virus molto più ampia.

Il morbillo è, infatti, una malattia estremamente contagiosa e, proprio per la facilità con cui il virus si trasmette, per limitarne la circolazione è necessario raggiungere livelli di copertura vaccinale molto elevati. Tra i casi si registra una presenza significativa di giovani adulti, mentre particolare attenzione va riservata ai bambini sotto l’anno di età, che non hanno ancora ricevuto il vaccino e che Taliani indica tra i soggetti più fragili.

Professoressa, nei primi mesi del 2026 i casi di morbillo sono tornati ad aumentare sensibilmente in Italia. Perché stiamo assistendo a questa ripresa?

«Le ragioni sono molteplici. Intanto ricordiamo che il virus è endemico in Italia e nel mondo e ha una capacità infettante estremamente elevata. Eliminarne completamente la circolazione è molto difficile, quindi continueremo ad avere a che fare con il morbillo. Basti pensare che una persona non protetta che entra in una stanza dove si trova qualcuno con il morbillo ha una probabilità molto alta di infettarsi. L’unico strumento che abbiamo per proteggerci è il vaccino e il problema principale, oggi, è l’inadeguatezza della copertura nella popolazione italiana. La vaccinazione è efficace in oltre il 95% dei casi: anche nei soggetti correttamente immunizzati rimane un rischio residuale di infezione, intorno al 3-4%, ma è marginale rispetto a quello di chi non ha ricevuto il vaccino o ha fatto una sola dose. Raggiungere una copertura del 95% ci permetterebbe quindi di avere un quadro di tutt’altra tranquillità».

Negli ultimi anni, però, l’andamento dei casi non è stato lineare. Che cosa è successo e quanto ci dicono i numeri ufficiali sulla reale circolazione del virus?

«Il 2024 era già stato un anno di allarme, perché avevamo registrato un aumento dei casi e si era sottolineata la necessità di essere più incisivi con le vaccinazioni. Nel 2025 sembrava che la situazione stesse migliorando, con una riduzione di circa il 37%. Nel 2026, invece, abbiamo avuto una nuova esplosione, con un incremento del 46% e i casi accertati passati da poco più di 320 a 472. Ma bisogna fare attenzione, perché i casi accertati sono veramente la punta dell’iceberg: sono quelli per i quali abbiamo la certezza della diagnosi. Se consideriamo anche i casi possibili e probabili, alla fine di giugno arriviamo a circa 609, quasi 200 in più rispetto a quelli chiaramente documentati. A questi bisogna poi aggiungere chi non ha ricevuto una diagnosi, la circolazione subclinica e i casi diagnosticati magari dal medico di famiglia ma che non vengono notificati o non arrivano in ospedale. Un picco epidemico di questa entità significa che il virus circola molto intensamente nella popolazione, al di là dei numeri che riusciamo effettivamente a registrare».

E sul territorio italiano la copertura vaccinale è omogenea?

«No, e le differenze non seguono necessariamente la tradizionale divisione tra Nord e Sud. Basta guardare, per esempio, Trento e Bolzano: sono due province geograficamente molto vicine, eppure Bolzano ha una copertura vaccinale largamente insufficiente, mentre Trento registra risultati molto migliori. Ci sono poi realtà come la Sicilia, dove la copertura con il ciclo completo è particolarmente bassa. In generale, la prima dose è molto più diffusamente somministrata in Italia, mentre le maggiori criticità riguardano la vaccinazione completa con due dosi. Una sola dose non è sufficiente, anche se può comunque ridurre l’impatto clinico dell’infezione».

Un altro dato significativo è che molti casi riguardano giovani adulti tra i 15 e i 39 anni. Dipende soprattutto dalla mancata seconda dose?

«Sì e no. In realtà è probabile che molti di questi soggetti non abbiano mai ricevuto neppure una dose di vaccino. Tra i casi accertati di morbillo, infatti, quelli che avevano ricevuto una sola dose rappresentano circa il 6% del totale: una quota residuale. Il serbatoio è il non vaccinato, cioè chi non ha mai ricevuto il vaccino ed è quindi completamente suscettibile all’infezione. C’è poi un altro elemento: tra i 15 e i 39 anni parliamo di persone attive, che lavorano, si muovono e hanno molti contatti, e che hanno quindi maggiori occasioni di entrare in contatto con il virus».

Come si riconosce il morbillo? Quali sono i primi sintomi?

«Il morbillo ha una sintomatologia molto precisa. All’esordio è caratterizzato da una febbre elevata, che risponde poco agli antipiretici, molto debilitante e capace di prostrare la persona. In un momento di picco epidemico, non sospettare il morbillo di fronte a una febbre con queste caratteristiche può quindi portare a un errore diagnostico, perché questo è il quadro tipico della malattia nella sua fase iniziale. Dopo qualche giorno compare l’esantema e a quel punto il quadro diventa molto più evidente: le macchie compaiono prima sul viso e poi progressivamente sul resto del corpo. All’inizio, invece, alla febbre possono associarsi lacrimazione, naso che cola e altri disturbi dovuti al coinvolgimento delle mucose. Possono comparire anche sintomi urinari, tanto che in alcuni casi il quadro può essere inizialmente confuso con un’infezione delle vie urinarie»

C’è una fascia della popolazione che la preoccupa particolarmente in questa fase?

«Sì, il numero particolarmente elevato di bambini infettati al di sotto dell’anno di età, che non hanno ancora ricevuto il vaccino. Sono tra i soggetti più fragili, perché spesso non hanno una quantità di anticorpi materni sufficiente a proteggerli efficacemente e, allo stesso tempo, non sono ancora vaccinati. Sono quindi quelli che ci preoccupano maggiormente, perché hanno un rischio più elevato di sviluppare una malattia severa, con complicanze, e anche di mortalità. Per questo i lattanti devono essere protetti in maniera particolarmente attenta e assidua».

Come si protegge, allora, un bambino che non può ancora essere vaccinato?

«In una fase epidemica bisogna cercare di tenerlo il più possibile al riparo dall’infezione, quindi preferibilmente a casa, perché è tra i soggetti che devono essere maggiormente protetti. E poi bisogna fare in modo che viva in un contesto nel quale la maggioranza delle persone intorno a lui sia vaccinata. È questa la barriera: attraverso la vaccinazione degli altri si ottiene la protezione di tutti. Ma per farlo bisogna arrivare al 95% di copertura vaccinale».

E un adulto che non ricorda se ha avuto il morbillo o se è stato vaccinato, come può sapere se è protetto? E può vaccinarsi anche in età adulta?

«Bisogna innanzitutto considerare che alcuni adulti, soprattutto gli ultracinquantenni e gli ultrasessantenni, possono aver avuto direttamente il morbillo: l’infezione naturale conferisce un’immunità che dura per tutta la vita. I giovani e gli adulti più giovani, invece, dovrebbero poter ricostruire la propria storia vaccinale recuperando il libretto vaccinale. Se non si ha certezza, c’è poi un’altra possibilità concreta: fare un test sierologico per verificare la presenza degli anticorpi e capire se si è immuni oppure suscettibili all’infezione. In quest’ultimo caso si può procedere con la vaccinazione. Il vaccino può essere somministrato anche in età adulta, anzi è raccomandato».

Se invece sospettiamo di essere stati a contatto con una persona con il morbillo e non sappiamo se siamo protetti, cosa dobbiamo fare?

«Se non abbiamo la certezza di aver già avuto la malattia o di essere stati vaccinati correttamente, possiamo indossare la mascherina quando ci troviamo in ambienti molto affollati o a contatto con altre persone. Il periodo di incubazione può arrivare a due-tre settimane e, se trascorso questo tempo non è successo nulla, possiamo interrompere questa precauzione».

Qual è allora la cosa più importante da fare per fermare l’aumento dei casi?

«Se accertiamo di essere suscettibili all’infezione, possiamo vaccinarci una volta per tutte. È un atto a vantaggio principalmente di noi stessi, ma anche degli altri: aumentando la protezione individuale contribuiamo anche a ridurre la circolazione del virus».

In questo quadro, quanto conta anche lo stato di salute del nostro sistema sanitario?

«Siamo in una situazione un po’ emergenziale da molti punti di vista. La sanità mostra degli scricchiolii ai quali spesso non badiamo perché siamo presi da altre cose. Fa molto più notizia parlare, per esempio, di un ritardo diagnostico del cancro che della diffusione del morbillo: il morbillo fa notizia cinque minuti e poi passa, mentre il cancro resta. Ma anche questo rientra in un quadro fatto un po’ di negligenza, un po’ di disattenzione e un po’ di impossibilità concreta di gestire la domanda. Se una struttura sanitaria deve fare i conti con la riduzione del personale, la riduzione dei finanziamenti e la difficoltà di assolvere ai compiti emergenziali, possiamo immaginare quanto diventi difficile anche accertarsi che si raggiunga il 95% di copertura vaccinale. È tutto un discorso intrecciato e collegato. È una riflessione che chi si occupa di sanità dovrebbe fare, non soltanto a livello di esperti, ma anche a livello istituzionale».