La morte della sociologa Giovanna Romano, 51 anni, a Pescara, e il ricovero di un adolescente di Chieti, poi fuori pericolo, hanno riportato la meningite al centro dell’attenzione. Due casi distinti, non collegati tra loro, che arrivano mentre in Inghilterra si registra un focolaio tra giovani nel Kent, con oltre venti casi sospetti. Episodi diversi, ma capaci di alimentare timori e domande. Quanto è giustificata la preoccupazione?

Ne abbiamo parlato con l’infettivologa Gloria Taliani, professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma.

Professoressa, questi recenti casi di meningite hanno generato molta preoccupazione. Dobbiamo davvero allarmarci?

«Non si tratta certamente di un’emergenza. La meningite è una condizione infettiva non molto frequente, ma presente nell’epidemiologia del nostro Paese, così come in tutti i Paesi avanzati dal punto di vista sociosanitario. I casi sporadici rappresentano una costante, peraltro in diminuzione, anche se il rischio non è mai pari a zero. Il fatto che siano coinvolte persone molto diverse tra loro (una persona adulta e un ragazzo) suggerisce che le infezioni sottostanti non siano le stesse: negli adulti prevale la meningite pneumococcica, mentre nei giovani quella meningococcica. Questo già consente di circoscrivere i casi come episodi isolati. Diverso è il caso dei focolai osservati, ad esempio, in Gran Bretagna, dove i casi sono concentrati tra adolescenti e giovani adulti e sono tutti da meningococco. Il fatto che questi focolai siano stati identificati e descritti è rassicurante, perché indica una buona capacità epidemiologica: significa che il sistema di contenimento è attivo e funziona».

Facciamo chiarezza: che cos’è la meningite e quali sono le differenze tra forme batteriche e virali?

«La differenza principale è la gravità. Le meningiti virali sono generalmente meno gravi, non lasciano conseguenze e guariscono. L’eccezione è la meningite da virus erpetico, che può estendersi al cervello (diventando meningoencefalite) e diventare più seria. Le meningiti batteriche, invece, possono essere molto gravi e anche mortali. Sono quelle che rappresentano il vero pericolo sia per gli esiti sia per la sopravvivenza. Per le forme virali, in genere, non si utilizzano vaccini perché hanno un decorso benigno e una prognosi favorevole».

Quanto è pericoloso il meningococco?

«Il meningococco è un batterio oggi ben trattabile con antibiotici, ai quali è ancora molto sensibile. Se identificato rapidamente, consente una terapia efficace. Tuttavia, è difficile da controllare perché può essere ospitato in modo del tutto asintomatico nella gola di molte persone, e quindi trasmesso facilmente. Non è un germe eradicabile ed è diffuso a livello globale. In alcuni casi può avere un decorso fulminante: oltre alla meningite può provocare uno shock potenzialmente fatale, che può portare alla morte in tempi brevissimi e rendere difficile anche un intervento terapeutico efficace. Per questo rappresenta uno dei rischi più seri».

E come si trasmette?

«Per via aerea, attraverso contatti ravvicinati. Molte persone sono portatori asintomatici: hanno, come detto, il batterio nella gola senza alcun sintomo. Per loro non rappresenta un pericolo, ma possono trasmetterlo ad altri, che invece possono sviluppare la malattia o lo shock meningococcico. Poiché non è possibile identificare facilmente i portatori, il rischio teorico è sempre presente: è questa la ragione dei casi sporadici».

Dobbiamo avere paura di luoghi pubblici come scuole o palestre?

«No. Il rischio riguarda contatti ravvicinati, non la semplice presenza nello stesso ambiente. Per esempio, storicamente, nelle caserme si disponevano i letti “testa-piedi” proprio per ridurre la trasmissione tra persone vicine, e questa misura si è dimostrata efficace. Non c’è quindi motivo di temere i luoghi pubblici in sé: il contagio avviene con prossimità ravvicinata, non a distanza».

Quanto è importante la vaccinazione?

«È fondamentale. In Italia il vaccino contro il meningococco B è obbligatorio in età infantile: viene somministrato al terzo e quinto mese e poi intorno all’anno di età, con richiami nell’adolescenza (tra i 12 e i 19 anni), che sono le fasce in cui il rischio è maggiore. Esistono poi vaccini contro altri ceppi (A, C, W e Y) e anche il vaccino esavalente, che protegge tra le altre cose dall’Haemophilus influenzae di tipo B, un altro agente di meningite. Quindi, per meningococco B, per i ceppi A-C-W-Y e per l’Haemophilus esistono vaccini efficaci e ben distribuiti lungo l’arco della vita».

Gli adulti sono già protetti?

«Non sempre. Il calendario vaccinale attuale è relativamente recente, quindi molti adulti non sono stati vaccinati da piccoli. Possono comunque farlo: per esempio, il vaccino contro lo pneumococco è raccomandato dopo i 65 anni, perché è la forma più frequente in età adulta. Anche se non è obbligatorio, è offerto gratuitamente e rappresenta una forma di prevenzione molto efficace».

Quali sono i sintomi da non sottovalutare?

«I segnali principali riguardano il sistema nervoso centrale: cefalea intensa e insolita, febbre, sonnolenza o alterazioni del comportamento, malessere importante… Nei bambini possono comparire perdita della voglia di giocare, irritabilità, rigidità del collo o tensione della fontanella nei più piccoli. Negli adulti, oltre a febbre e cefalea, può comparire vomito “a getto”, legato all’aumento della pressione intracranica. La meningite non è una malattia banale: i sintomi sono acuti e rapidi. Il paziente percepisce che “c’è qualcosa di diverso” e grave».

Quanto è importante una diagnosi precoce?

«È fondamentale, soprattutto nelle forme batteriche. Una terapia antibiotica iniziata precocemente può cambiare completamente il decorso della malattia. Per questo è essenziale non sottovalutare i sintomi e rivolgersi subito a un medico».

Cosa succede, concretamente, quando viene individuato un caso? Come funziona il controllo delle persone che sono state a contatto con il paziente?

«La prima cosa è identificare il germe. Nel caso del meningococco, si procede con la profilassi antibiotica dei contatti ravvicinati: familiari, compagni di classe, colleghi o chiunque abbia avuto una prossimità significativa con il caso. La profilassi può essere orale per alcuni giorni o con una singola iniezione, ed è molto efficace nell’impedire che un eventuale contagio evolva in malattia. Questo è necessario solo per il meningococco, non per le forme virali né per quelle pneumococciche».

Come si può promuovere la prevenzione senza far scattare il panico nelle persone?

«La prevenzione è l’opposto del panico. Chi segue correttamente il calendario vaccinale è protetto: il rischio di sviluppare la malattia si riduce drasticamente, fino a essere sostanzialmente azzerato. Promuovere la vaccinazione significa evitare che eventi prevenibili possano avere conseguenze catastrofiche. Basta ricordare il vaiolo, oggi eradicato proprio grazie ai vaccini: non per il miglioramento delle condizioni sociosanitarie, ma per la vaccinazione. Abbiamo quindi un dovere etico: diffondere la cultura della prevenzione. Se esistesse un vaccino contro il tumore, tutti lo farebbero senza esitazione. Lo stesso principio vale per le infezioni prevenibili: abbiamo strumenti efficaci e dobbiamo usarli».