In una Russia dove il potere ha imparato a restringere lo spazio della politica fino a farlo sembrare una stanza senza finestre, è rimasta una porta socchiusa. Non abbastanza grande da cambiare il corso del Paese, ma sufficiente a ricordare che anche nei sistemi più sorvegliati esiste sempre qualcosa che sfugge al controllo. Quella porta è a Novgorod.

Qui Yabloko, il partito liberale e pacifista che si oppone apertamente alla guerra in Ucraina, ha ottenuto il 6,38 per cento dei voti e un seggio nella Duma regionale. A occupare quel posto sarà Viktor Shalyakin, 67 anni, già membro del partito e militare in congedo. Per Yabloko è l'unico ingresso in un parlamento regionale conquistato attraverso una lista di partito nelle elezioni del settembre 2026. Gli altri venti seggi uninominali della Duma di Novgorod sono andati tutti a candidati di Russia Unita. È poco. Politicamente, quasi niente.

Ma in una Russia che ha ridotto l'opposizione a una presenza tollerata solo quando non disturba, anche quel poco diventa una notizia.

Il partito che doveva restare fuori

La storia di questo seggio comincia molto prima dello scrutinio. Yabloko era stato inizialmente ammesso alla competizione per la Duma statale. Poi, il 10 agosto, la Corte Suprema russa ha escluso la lista federale del partito dalle elezioni nazionali. La motivazione formale riguardava alcune "violazioni relative alla proprietà intellettuale nei contenuti pubblicati sul sito del partito”. Yabloko ha contestato la decisione e ha fatto ricorso, ma senza ottenere il reintegro della lista.

Il risultato è stato semplice: sulla scheda nazionale, quella che assegna metà dei 450 seggi della Duma, Yabloko non c'era. Era il partito che aveva scelto di dire una cosa che gli altri non dicevano: la guerra doveva finire. Il suo slogan elettorale era «Per la pace e la libertà! Per una vita senza paura». Gli altri partiti ammessi alla Duma appartengono a quella che viene generalmente definita «opposizione sistemica»: possono criticare singoli aspetti del governo, ma sulle grandi questioni strategiche hanno mantenuto posizioni compatibili con il Cremlino, compresa la guerra.

Il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, ha così ottenuto 355 dei 450 seggi della Duma, il 57,83 per cento dei voti secondo i risultati ufficiali. Comunisti, LDPR, Nuove Persone e Russia Giusta hanno conquistato gli altri seggi. La partita nazionale, dunque, era stata sostanzialmente chiusa prima ancora che cominciasse.

Ma la Russia elettorale è un sistema complesso, fatto di liste, collegi uninominali, tribunali, commissioni elettorali e una quantità crescente di ostacoli amministrativi. E proprio dentro questa macchina è rimasto un piccolo ingranaggio che il potere non è riuscito a rimuovere. Novgorod.

Una candidatura cancellata, un partito rimasto

Anche qui il Cremlino, o meglio il sistema amministrativo e giudiziario che gli è vicino, aveva cominciato a chiudere le porte. La lista di Yabloko era stata registrata il 26 luglio. A guidarla c'era Anna Cherepanova, vice presidente del partito e figura di riferimento dell'organizzazione regionale. Ma il 9 settembre la sua registrazione è stata annullata dalla commissione elettorale regionale dopo un procedimento amministrativo legato alla presunta «dimostrazione di simboli estremisti». Era un altro pezzo tolto dal mosaico. Non l'unico.

In diverse regioni i candidati di Yabloko sono stati esclusi dai tribunali, spesso dopo ricorsi presentati da candidati concorrenti. Nel caso di Chelyabinsk, per esempio, furono cancellate tutte e cinque le candidature uninominali del partito. In altri casi furono contestati manifesti, immagini, slogan o materiali della campagna. Un candidato nella regione di Mosca fu escluso persino per uno slogan sulla libertà di Internet. È un metodo che racconta bene la trasformazione della politica russa.

Non serve più necessariamente proibire un partito. È sufficiente impedirgli, uno dopo l'altro, di comparire sulla scheda. Una candidatura alla volta. Una lista alla volta. Un tribunale alla volta. Alla fine, sulla scheda resta ciò che può essere controllato.

Eppure a Novgorod è rimasta una scheda

A Novgorod non è successo. Yabloko è riuscito a rimanere in corsa con la lista regionale e ha superato la soglia del 5 per cento necessaria per entrare nella Duma regionale. Il risultato definitivo è stato del 6,38 per cento: 12.986 voti. Un risultato che all'inizio sembrava perfino sul punto di sfuggire.

Quando erano stati scrutinati soltanto poco più del 4 per cento dei protocolli, Yabloko era sotto la soglia, al 4,9 per cento. Poi la percentuale ha cominciato a salire: 5,02 dopo il 50,92 per cento dei protocolli, 5,89 dopo oltre il 91 per cento, fino al 6,38 definitivo. E così, alla fine, quel voto è diventato un seggio. Uno solo. Ma è proprio questo il paradosso che rende interessante la storia.

Il sistema aveva escluso Yabloko dalla Duma statale. Aveva visto cadere candidati e liste in diverse regioni. Aveva cancellato dalla competizione la leader della lista di Novgorod. Aveva ristretto progressivamente il campo della politica. E tuttavia non era riuscito a cancellare tutto.

La crepa non è una rivoluzione

Bisogna stare attenti, però, a non trasformare quel seggio in ciò che non è. Non rappresenta una svolta nella politica russa. Non significa che l'opposizione sia tornata libera. Non riduce la presa di Putin sul Parlamento federale. Non modifica gli equilibri della Duma, dove Russia Unita dispone di una maggioranza schiacciante. E soprattutto non restituisce alla Russia un sistema elettorale competitivo.

Freedom House, nel suo rapporto 2026, definisce la Russia un sistema autoritario e assegna al Paese 12 punti su 100 nell'indice globale di libertà. L'organizzazione rileva la concentrazione del potere nelle mani di Putin, il controllo sull'informazione, la subordinazione della magistratura e la repressione dell'opposizione reale. Human Rights Watch, in un rapporto dell'agosto 2026, ha parlato di un ulteriore irrigidimento delle pratiche autoritarie e della repressione delle attività civiche indipendenti.

La fotografia delle elezioni di settembre va nella stessa direzione. La Duma federale è più uniforme di prima. L'opposizione non sistemica è stata espulsa dalla competizione nazionale. Molti oppositori sono in carcere o in esilio. Le organizzazioni indipendenti e gli osservatori denunciano irregolarità e pressioni. Le elezioni si sono svolte anche nei territori ucraini occupati e annessi unilateralmente da Mosca, dove il voto russo non è riconosciuto dalla comunità internazionale.

E allora quel seggio non è la prova che la democrazia russa sia tornata. È quasi il contrario. È la prova di quanto poco spazio sia rimasto.

La dittatura e i suoi errori

Ma qui si apre una domanda più interessante. Che cosa accade quando un potere diventa così forte da non avere più bisogno di convincere nessuno? Può diventare distratto. Può smettere di temere il dettaglio.

Può affidarsi alla burocrazia, ai tribunali, alle commissioni elettorali, ai regolamenti, alla macchina amministrativa. Può convincersi che il risultato sia talmente prevedibile da poter lasciare aperta una finestra senza preoccuparsi di ciò che passa dall'altra parte. È forse questa la piccola lezione di Novgorod. Non quella di una Russia che improvvisamente scopre la libertà, ma quella di un potere che, nel tentativo di controllare ogni cosa, può lasciare qualche cosa fuori dal controllo.

La repressione contemporanea, del resto, non ha sempre bisogno della forza visibile. Spesso è una procedura. Una registrazione respinta. Un ricorso accolto. Un candidato cancellato. Un'etichetta amministrativa. Una legge cambiata. Una commissione che decide.

È così che lo spazio pubblico si restringe senza che debba arrivare ogni volta un poliziotto a bussare alla porta. Per questo la storia di Yabloko è più grande del risultato numerico. Perché racconta il rapporto fra potere e paura.

Il potere teme l'opposizione quando l'opposizione può vincere. Ma può temerla anche quando non ha alcuna possibilità di vincere, perché il semplice fatto che qualcuno possa presentarsi davanti agli elettori e pronunciare una parola diversa incrina la rappresentazione dell'unanimità.

E in Russia quella parola è stata soprattutto «pace».

La guerra è entrata anche dentro le urne

Le elezioni del 2026 sono arrivate mentre la guerra contro l'Ucraina continua a trasformare la vita russa. Il conflitto, come ha raccontato anche Famiglia Cristiana nelle settimane precedenti il voto, non è più soltanto qualcosa che accade lontano, sul fronte. I droni hanno raggiunto le città russe e le infrastrutture petrolifere; la crisi del carburante ha cominciato a pesare sulla vita quotidiana; il costo economico della guerra si è fatto più visibile. Durante i giorni del voto Mosca ha denunciato una massiccia ondata di attacchi con droni. E intanto la guerra ha cominciato a spingersi verso i confini dell'Europa.

Un drone russo ha colpito la locomotiva di un treno passeggeri sulla linea Kyiv-Varsavia a pochi chilometri dal confine polacco. Altri episodi hanno alimentato in Europa l'allarme per una guerra che non rimane più confinata al campo di battaglia ucraino. Berlino ha denunciato attività attribuite a Mosca nel quadro di quella che viene definita guerra ibrida. Le indagini sullo spionaggio russo hanno mostrato una rete che attraversa Paesi e continenti. È dentro questo clima che Putin ha chiesto agli elettori una nuova conferma. E l'ha ottenuta.

Ma il consenso registrato dalle urne non cancella le domande che rimangono fuori dalle urne: quanto pesa la propaganda? Quanto la paura? Quanto la pressione amministrativa? Quanto la convinzione che non esista un'alternativa?

Un'elezione in un sistema autoritario non è semplicemente un'elezione falsificata o un'elezione vera. È anche uno strumento attraverso il quale il potere misura, seleziona e organizza il consenso possibile.

Russian President Vladimir Putin speaks during a press conference after the celebrations of the Victory Day marking the 81st anniversary of the Soviet Union's victory over Nazi Germany during the World War II.
Russian President Vladimir Putin speaks during a press conference after the celebrations of the Victory Day marking the 81st anniversary of the Soviet Union's victory over Nazi Germany during the World War II.
Russian President Vladimir Putin speaks during a press conference after the celebrations of the Victory Day marking the 81st anniversary of the Soviet Union's victory over Nazi Germany during the World War II. (-/Kremlin/dpa)

Un uomo solo dentro un Parlamento immenso

Ora, a Novgorod, ci sarà Viktor Shalyakin. Un uomo solo in una Duma regionale di 32 deputati. Russia Unita ne avrà 26; gli altri cinque partiti che hanno superato la soglia, compreso Yabloko, avranno un deputato ciascuno. Tutti i venti vincitori dei collegi uninominali sono espressione di Russia Unita.

Shalyakin non potrà cambiare il volto della Russia. Potrà però parlare. Potrà votare. Potrà fare domande. Potrà costringere, almeno dentro quella stanza, il potere a confrontarsi con una voce che non gli appartiene.

E questo, in un sistema nel quale l'opposizione viene progressivamente privata dello spazio per esistere, non è poco. La storia delle dittature insegna che il potere ama presentarsi come inevitabile. Vuole che i cittadini pensino che non esista alternativa, che ogni altra possibilità sia stata cancellata dalla realtà prima ancora che dalla legge. Per questo anche una piccola eccezione può avere un valore che va oltre i numeri.

Non perché annunci la fine di un regime.

Ma perché dimostra che il regime, per quanto forte, non coincide ancora con tutto ciò che accade nel Paese. A Novgorod sono rimasti 12.986 voti. Dodicimilanovecentoottantasei persone che hanno trovato sulla scheda un nome che il sistema aveva cercato di rendere invisibile. Sono diventati un deputato. Uno soltanto. Forse è una crepa. Forse soltanto una svista. Ma nelle stanze costruite per non avere finestre, anche una fessura lascia entrare la luce.