PHOTO
Una manifestazione di medici contro l'ipotesi di lavorare anche nelle Case di Comunità, lo scorso novembre a Napoli
Naufragata, ancor prima di essere varata. Ieri la riforma della medicina territoriale ha avuto uno stop che sa di dietro front o quanto meno di sospensione. Durante una riunione della commissione sanità della Conferenza delle Regioni il capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei, ha infatti comunicato agli assessori regionali alla sanità che l'idea del decreto legge è tramontata.
La riorganizzazione della medicina di base non si farà, perlomeno nel modo in cui era stata prevista. Si va verso una soluzione più circoscritta: una norma, probabilmente un emendamento, oppure un Atto di indirizzo per inserire l’obbligo per i medici di famiglia di svolgere 6 ore settimanali nelle Case della comunità. Un vero peccato: privo delle indispensabili risorse economiche e professionali, il sistema sanitario nazionale italiano pare sempre più “malato”.
LA RIFORMA
La riforma puntava a creare una rete di assistenza vicina al cittadino, alleggerendo la pressione sugli ospedali. Cardine dell’impianto, la Case della comunità (strutture integrate e multiprofessionali, con la presenza di medici di famiglia, infermieri, specialisti e assistenti sociali), gli ospedali di comunità (20 posti letto per cure a bassa/media intensità) e le centrali operative territoriali (per coordinare i servizi domiciliari e assistenziali).
In questo quadro, a cambiare sarebbe stata soprattutto la figura dei medici di base, a cui sarebbe stato chiesto di operare in maniera più integrata con il Servizio sanitario nazionale, prestando servizio anche nella Case della Comunità. A sostegno della riforma, i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza Pnrr.
I NODI
Proprio per quanto riguarda i medici di base, la riforma avrebbe previsto un doppio canale: da un lato la convenzione, con nuovi obblighi e un diverso sistema di retribuzione, dall’altra la possibilità di diventare dipendenti del Sistema sanitario. Ipotesi non gradita a una gran parte di medici e su cui i sindacati hanno fatto battaglia.
A ciò si aggiunge la cronica mancanza di personale medico. In Italia oggi mancano più di 5.700 medici di base (Fondazione Gimbe, 2026): il ricambio generazionale non copre le carenze attuali e la professione perde attrattività, con forti disomogeneità regionali e ambulatori sempre più saturi.
LE REAZIONI
Il contenuto del decreto legge era diventato oggetto di scontro con i sindacati dei medici e con parte della maggioranza ancor prima ancora di esser presentato. Pur ideato dal ministro della Salute Orazio Shillaci, il dl e le polemiche annesse avevano portato anche a far emergere un dissenso interno al centrodestra, con la pressione soprattutto della Lega verso il passo indietro. L’input a fermare il decreto legge sarebbe poi arrivato direttamente da Palazzo Chigi. «Una riforma annunciata come decisiva viene ritirata perché Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono fatti la guerra», il commento di Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera. I 5 Stelle hanno parlato di «ennesimo fallimento del governo». Soddisfatti, invece, i sindacati dei medici: «Così come era, la riforma sarebbe stata un boomerang, ora siamo pronti a ragionare insieme», ha fatto sapere il segretario Fimmg Silvestro Scotti. Dal ministero hanno fatto sapere che «l'obiettivo resta quello di dare una medicina territoriale più vicina ai cittadini con la presenza dei medici di medicina generale nelle Case di comunità».







