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Con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, l’Italia si colloca ben al di sotto della media dell’Unione Europea di 8,4. Ancora più significativo è il rapporto tra medici e infermieri: solo 1,3 infermieri per medico, contro valori compresi tra 2,6 e 2,9 in Paesi come Francia, Germania e Regno Unito. La professione infermieristica fatica ad attrarre giovani proprio quando il sistema ne avrebbe più bisogno: stipendi bassi, turni massacranti, grosse responsabilità, poche tutele scoraggiano i più, o fanno emigrare, una volta ottenuta la laurea, all’estero.
. Soprattutto in una regione come la Lombardia, la più popolosa, quella con il maggior numero di ospedali d’eccellenza, ma anche dove, parole pronunciate il 4 giugno dall’assessore alla Sanità Gianluca Bertolaso, «mancano dai 2.500 ai 3.000 infermieri». Ma per fortuna ci sono delle eccezioni, così esemplari che meritano di essere raccontate
Hena ha 19 anni e si sta preparando all’esame di maturità al Liceo Linguistico Marconi di Milano. È nata a Sarajevo, ma a sette anni si è trasferita a Milano con i genitori e la sorella minore. Fino a pochi mesi fa si sentiva proprio come quegli espatriati che non hanno scelto di andare via e non riescono a integrarsi del tutto nella loro terra. Era convinta che quel disagio, quell’irrequietezza accentuata dall’adolescenza, potessero trovare pace solo tornando a vivere a Sarajevo. Poi è accaduto qualcosa di inaspettato che ha cambiato le cose, ha cambiato lei e le ha dato una risposta a quella domanda di senso che sempre più giovani si fanno e che faticano a trovare, spesso vivendo un disagio che sfocia in azioni avventate o autolesioniste.


Hena è diventata soccorritrice volontaria in ambulanza e da lì ha orientato il suo progetto futuro verso una professione sanitaria. A settembre farà il test per la scuola di infermieristica.
«Abito vicino all’ospedale San Carlo e vedo spesso sfrecciare le ambulanze. Mi ha colpito la scritta su una di esse, Intervol onlus, e ho cercato su Google di cosa si trattasse. Ma non sono andata oltre: non mi sentivo all’altezza di candidarmi come volontaria».
Ma il destino, si sa, trova sempre le strade per raggiungere la sua meta. «Qualche giorno dopo, a scuola, sono venuti dei volontari proprio di Intervol a sensibilizzare i giovani neo-diciottenni sul volontariato in ambulanza. A quel punto ho preso coraggio e mi sono candidata».
Prima di entrare in servizio effettivo tutti i volontari seguono un corso di 46 ore, a cui poi se ne possono aggiungere altri per avanzare di livello. «Per ora, con la maturità alle porte, non sono riuscita a farne altri e questo mi dispiace molto, perché ciò che è cominciato solo come un tentativo di dare una scossa alla mia vita è diventato quella che sento una missione: aiutare gli altri, gli sconosciuti, quelli che hanno bisogno. Ho capito che devo dire grazie alla vita, che ho una casa, una famiglia, la salute, mentre mia madre ha vissuto l’intera sua adolescenza in una città assediata. Sento che devo ripagare la mia fortuna facendo qualcosa per chi soffre, per chi è solo, malato, smarrito...».
I volontari devono assicurare un turno settimanale; Hena, a causa della scuola, ha scelto quello del sabato dalle 12.30. Ma poiché nel weekend c’è meno personale assunto regolarmente, i volontari spesso sono chiamati a un secondo turno domenicale. Non possono usare farmaci, ma possono agire con manovre di primo soccorso
«C’è una centrale operativa che raccoglie le chiamate, cerca di fare un primo filtro sulla gravità della situazione e valuta se far seguire l’ambulanza da un’auto medica. Ci chiamano per i motivi più diversi: incidenti domestici, violenze in famiglia o risse in strada, sospetti infarti o anche per un semplice mal di pancia. In questo caso mi rendo conto che la mancanza di un servizio di medicina di base porti ad approfittarsi di un altro servizio che però dovrebbe essere riservato a vere e proprie emergenze oppure al trasporto alle cure per anziani o persone non autosufficienti.


Da volontaria in ambulanza ti possono capitare scene drammatiche,o di n lasciare una persona in codice rosso al pronto soccorso e non sapere se poi ce la farà. «Ma una delle esperienze che mi ha scosso di più è stata la crisi di un giovane affetto da un disturbo psichiatrico che aveva interrotto le cure e voleva farsi del male».
Inizialmente Hena si stava orientando verso il test per la facoltà di Psicologia. Ma è stato frequentando gli ospedali che ha cambiato idea.
«Forse per la fatica, forse per l’abitudine o per lo stress, ma vedo che il personale sanitario spesso tratta i pazienti in modo brusco, minimizzando la loro sofferenza, mentre avrebbero bisogno di essere rassicurati. Questo atteggiamento non mi piace. Vorrei che, in un lavoro come questo, la motivazione e l’attenzione agli altri non venissero mai meno. Non voglio pensarmi indifferente al loro dolore, perché finirei per non tenergli più la mano con amore e comprensione. Un po’ devo soffrire con loro. E così, per reazione, ho deciso che avrei fatto l’infermiera, ma in modo diverso, con più umanità. Mi spaventa solo un pochino il fatto di non avere una grande preparazione nelle materie scientifiche, ma dopo la maturità comincerò studiare seriamente per il test».
Rispetto a Medicina, i giovani che vogliono diventare infermieri sono sempre di meno, a fronte di una costante crescita della domanda. Una professione meno prestigiosa e meno remunerata, ma altrettanto faticosa e di grande responsabilità. Così, anche coloro che si laureano in Scienze infermieristiche, in molti casi vanno poi a lavorare all’estero, dove gli stipendi sono decisamente più alti (tre volte quelli in Italia nella vicina Svizzera) e le condizioni di lavoro meno stressanti.


«In questo momento la mia idea è quella di rimanere. Finalmente ho fatto pace con l’Italia e mi piacerebbe continuare a vivere e lavorare qui, mettendo in secondo piano lo stipendio. E al momento mi piacerebbe che quello che faccio a titolo volontario possa diventare un lavoro, restando però sempre una missione. Quindi infermiera, ma su un’automedica».
Hena è anche una bellissima ragazza, molto curata e attenta all’aspetto fisico, eppure è con la divisa arancione della volontaria che si sente più sé stessa.«Dare vita, aiutare gli altri dà vita a me, ed è in questo che trovo la mia felicità. E poi con i volontari dell’ambulanza mi sono costruita una seconda famiglia»






