Il bosco nel nostro immaginario ha subìto una progressiva metamorfosi: da catalizzatore di tutte le paure ancestrali, a rifugio idillico. E il modo con cui sta passando alle cronache il caso della famiglia di Palmoli lo dimostra.

Per Dante era una selva oscura. Claudio Giunta, nel suo lavoro divulgativo per rendere l’Inferno accessibile anche a chi non ha dimestichezza con l’italiano del Duecento, nota che fuor di metafora la selva per l’uomo medievale in viaggio era un timore molto concreto.

Per il pubblico di riferimento di Cappuccetto rosso il bosco era la metafora dell’incontro col pericolo insito nello sconosciuto predatore.

Per noi, ora, si direbbe diventato definitivamente un bel posto in cui rifugiarsi, lontano da una civiltà che corre troppo e ci spaventa, avendo nel frattempo perduto coscienza del fatto che anche nella tradizione letteraria, dalla classicità in poi, il locus amoenus (alla lettera "il bel posto") nasconde sempre insidie.

In parte tutto questo probabilmente dipende dal fatto che chi, oggi, immagina il bosco, spesso lo conosce solo nella dimensione protetta dell’escursionismo, dell’evasione vacanziera, avendo perso l’esperienza del confronto quotidiano con la sua realtà e con le sue complicazioni e insidie, naturali ma anche sociali, più in termini di isolamento che di brutti incontri: una realtà che è stata tra noi fino a poco tempo fa e che, al netto di scelte radicali o di particolari isolamenti, oggi alle nostre latitudini è superata.

La casa nel bosco a Palmoli (Chieti) La casa nel bosco a Palmoli diventata \\\"casetta\\\" in tante cronache
La casa nel bosco a Palmoli (Chieti) La casa nel bosco a Palmoli diventata \\\"casetta\\\" in tante cronache
La casa nel bosco a Palmoli diventata "casetta" in tante cronache (ANSA)

Vien da chiedersi: che cosa ha fatto sì che quello che nell’ordinanza dei magistrati dell’Aquila era un «rudere» malsano sia diventato alle cronache molto presto una «casetta nel bosco», in luogo di una più neutra «casa»? Anche depurando la questione da alcuni fattori di natura squisitamente politica che vorremmo lasciare da parte, questo spostamento di termini dal neutro al vezzeggiativo ci dice qualcosa del nostro sguardo, degli archetipi che, anche inconsciamente, risonano dentro di noi e che danno al bosco e alla natura una connotazione pregiudizialmente positiva, che il suffisso “-etta” della casetta, un alterativo vezzeggiativo, dimostra.

È innegabile che, quale che sia la nostra visione del mondo, abbia un ascendente fascinoso su di noi la suggestione, un po’ astratta, di un ritorno alla natura. È probabile che, tra gli archetipi, abbia agito in noi, anche lì inconsciamente, l’immaginario di Heidi: chi non ha pensato alla simpatica bimba svizzera uscita dalla penna di Johanna Spyri nell’Ottocento e animata da Hayao Miyazaki negli anni Settanta, vedendo quei tre bambini? Un archetipo letterario, fortunatissimo, che traghetta attraverso l’animazione lo stereotipo alpino di Sette-Ottocento negli anni Settanta del Novecento: in Heidi vediamo un ideale di crescita in libertà e semplicità contrapposto all’isolamento domestico di un elegante ma opprimente palazzo di una Francoforte soffocata dalla rivoluzione industriale. In tempi di cambiamento climatico, di presa di coscienza ambientale tutto questo risuona in noi.

Particolare di Heidi sul manifesto di Romics 2013, dalla serie animata prodotta nel 1974 dallo studio di animazione giapponese Zuiyo Eizo (da cui più tardi nacque Nippon Animation), diretta da Isao Takahata e disegnata da Hayao Miyazaki, tratta dall'omonimo romanzo della svizzera Johanna Spyri (1880).
Particolare di Heidi sul manifesto di Romics 2013, dalla serie animata prodotta nel 1974 dallo studio di animazione giapponese Zuiyo Eizo (da cui più tardi nacque Nippon Animation), diretta da Isao Takahata e disegnata da Hayao Miyazaki, tratta dall'omonimo romanzo della svizzera Johanna Spyri (1880).
Particolare di Heidi sul manifesto di Romics 2013 (ANSA)

Ma il pericolo è dimenticare che Heidi e il suo disegno edulcorano tutto quello che c’è di duro nella montagna e nel bosco (e che pure tra le righe si potrebbe intuire): non si vede il freddo, non si vede il letame, le caprette che convivono in promiscuità con le persone sono sempre linde, il latte che si beve appena munto è sinonimo di freschezza. Ma la narrazione tutta positiva mette in ombra la parte meno suggestiva, che le nostre conquiste hanno messo alle spalle almeno nei Paesi privilegiati: il latte non è pastorizzato, Peter non solo non va a scuola e non sa leggere ma lavora tutto il giorno a contatto con le sole capre. Lo accettiamo nella favola, ma solo lì possiamo accontentarci della sua infantile serenità che rimuove la fatica.

Il cavallo e l'asino della famiglia Trevaillon
Il cavallo e l'asino della famiglia Trevaillon
Il cavallo e l'asino della famiglia Trevallion (ANSA)

Nella realtà sappiamo che poi si cresce, che quando si smette di giocare le privazioni presentano il conto. È il conto che leggiamo in Esperienze pastorali di don Lorenzo Milani (1958), che i bambini pastori li descrive davvero e, proprio quando da prete finisce immerso negli effetti di quelle vite a confronto con il privilegio facoltoso in cui è cresciuto, capisce che il luogo della svolta è la scuola. Da lì si fa maestro. Don Milani, non per caso, si inventa una scuola per i Peter del suo tempo, per toglierli al destino che ha visto nel pastore morente che a 84 anni ha imparato solo la lingua che gli è servita al “soliloquio con le pecore”. E che gli farà concludere: «Nessuno deve più fare quel mestiere, o almeno nessuno che non sappia già pregare, pensare, leggere».

Una foto di don Lorenzo Milani alla scuola di Barbiana (fine anni Cinquanta) scattata da Oliviero Toscani, appena 21enne, esposta nella mostra \\\"Cristiani d'Italia\\\" Bologna nel 2011.
Una foto di don Lorenzo Milani alla scuola di Barbiana (fine anni Cinquanta) scattata da Oliviero Toscani, appena 21enne, esposta nella mostra \\\"Cristiani d'Italia\\\" Bologna nel 2011.
Una foto di don Lorenzo Milani alla scuola di Barbiana scattata da Oliviero Toscani a metà anni Cinquanta, esposta nella mostra "Cristiani d'Italia" nel 2011. (ANSA)

I bambini del bosco non sono Peter, non sono piccoli pastori, ma a quanto si capisce non hanno imparato a leggere e hanno visto il primo pediatra della loro vita la scorsa estate. Istruzione, salute, relazioni sociali con altri bambini al di fuori del nucleo familiare, sono i nodi oggi al centro delle decisioni giudiziarie sulla famiglia del bosco.

Su quello si cerca una faticosa mediazione: il punto non è strappare i bambini alla natura o alla famiglia (si capisce dagli atti che l’allontanamento che non a caso include la mamma è pensato come temporaneo) ma trovare un equilibrio tra le scelte di radicalismo ambientale dei genitori e i diritti fondamentali dei bambini a vedere la salute salvaguardata dalle conquiste che nell’ultimo secolo e mezzo hanno fatto balzare in avanti l’età media, a non ricadere nell’analfabetismo ormai pressoché cancellato dai nostri confini. Dopodiché assicurato questo bagaglio alla natura si potrà poi pure tornare, volendo, ma per scelta non per strada segnata.