Il Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge delega sul nucleare, dopo l’approvazione della Camera a giugno. Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha parlato di prime centrali operative entro il 2033 e ha annunciato i decreti attuativi entro fine anno. Per la premier Giorgia Meloni è «una scelta coraggiosa e di buon senso»; le opposizioni parlano di una promessa dai tempi e dai costi incerti.

Proviamo a capire cosa dice davvero la legge, e cosa dice la fisica.

Un prototipo di Small Modular Reactor, piccolo reattore nucleare modulare.
Un prototipo di Small Modular Reactor, piccolo reattore nucleare modulare.

Un prototipo di Small Modular Reactor, piccolo reattore nucleare modulare.

(ANSA)

Il primo equivoco da sgomberare è giuridico: il Parlamento non ha autorizzato la costruzione di alcun reattore né stanziato fondi per comprarne il combustibile. Ha delegato il Governo a scrivere, entro 12-24 mesi, i decreti che dovranno definire l'intera architettura del settore: il potenziamento dell'ISIN, l’Ispettorato che dovrà recepire gli standard di sicurezza di IAEA ed Euratom; una procedura autorizzativa unica per la localizzazione degli impianti; le regole per attrarre capitali privati attraverso partenariati e contratti a lungo termine.

Sulla tecnologia, il testo punta sui reattori di III generazione avanzata e, soprattutto, sui piccoli reattori modulari (SMR), fino a 300 MW per modulo. Per gli SMR i costi futuri restano incerti: la costruzione in fabbrica può ridurre capitale e tempi, ma il primo impianto rumeno di Doicești, da circa 460 MW, è stimato tra 6 e 7 miliardi di dollari. È una tecnologia in sviluppo, ma l'IAEA censisce oltre 80 progetti e alcuni sono già in cantiere. Il 2033 annunciato dal ministro appare un traguardo ambizioso più che una previsione tecnica.

I nuovi progetti puntano molto sulla sicurezza passiva: il calore residuo del nocciolo, dopo lo spegnimento d’emergenza, può essere parzialmente smaltito per circolazione naturale, riducendo la dipendenza da pompe e alimentazioni esterne. È un progresso rispetto a molti reattori ancora in funzione. Chernobyl e Fukushima sono stati incidenti di massima gravità sulla scala INES, ma secondo UNSCEAR, a Fukushima non sono stati documentati effetti sanitari tra i residenti attribuibili alle radiazioni e il numero di morti per radiazioni, ad oggi è ancora fermo sullo 0.

Non si può parlare di rinascita nucleare ignorando il problema dei rifiuti radioattivi, che l’Italia produce già ogni giorno con la medicina nucleare, la ricerca e lo smantellamento delle quattro vecchie centrali (Trino, Caorso, Latina, Garigliano). La Carta Nazionale delle Aree Idonee, che dovrebbe individuare il sito del Deposito Nazionale per i rifiuti a bassa e media attività, è pronta da anni ma resta bloccata dall'opposizione dei territori. Per i rifiuti ad alta attività, il deposito geologico profondo finlandese di Onkalo è il progetto più avanzato al mondo; altri Paesi (Svizzera, Svezia, Francia, Giappone) stanno studiando soluzioni analoghe.

Anche a tecnologia matura, il nucleare da solo non risolverebbe il problema più urgente del sistema elettrico italiano, cioè lo squilibrio fra un Sud sempre più ricco di rinnovabili e un Nord che ne produce molte meno rispetto ai propri consumi, con una capacità di trasporto insufficiente. È in parte per questo collo di bottiglia infrastrutturale, non solo, che l’Italia paga tra le bollette più alte d'Europa. Gli operatori di rete stanno già investendo in nuovi elettrodotti. Un reattore non sostituisce questo lavoro sulle reti: può aggiungersi come fonte programmabile, a basse emissioni, accanto a rinnovabili e accumuli.

Sul fronte politico resta un paradosso: una parte dell’elettorato di centrosinistra, spesso consistente, guarda con favore al nucleare, ma i partiti restano cauti, timorosi di perdere consensi presso un’identità storicamente "no nuke", anche se negli anni Sessanta il programma nucleare italiano (terzo al mondo dopo USA e URSS) è stato promosso con decisione dal Partito comunista.

Il nucleare può inoltre diversificare gli approvvigionamenti: l’uranio è distribuito in molti Paesi e Australia e Canada, grandi produttori, offrono forniture da Paesi stabili. L’estrazione dall’acqua marina, che contiene molto uranio ma in concentrazione minima, è studiata ma non ancora competitiva. Restano però conversione, arricchimento e fabbricazione del combustibile, oggi ancora concentrati in pochi Paesi mentre l’UE sta potenziando i propri impianti di arricchimento per aumentare l’indipendenza.

Il problema in Italia è piuttosto la politica di chi preferisce non scegliere: chi vota no per riflesso identitario e chi vota sì sapendo che i tempi (2040-2050) lo mettono comodamente al riparo da ogni verifica.

Un impianto di energia eolica: da solo il niucleare non risolverà il nostro problema energetico.
Un impianto di energia eolica: da solo il niucleare non risolverà il nostro problema energetico.

Un impianto di energia eolica: da solo il niucleare non risolverà il nostro problema energetico.

(EPA)

L’approvazione del Senato chiude un tabù ideologico durato decenni, ma non produce un solo kilowattora in più: sposta la partita dai proclami ai decreti attuativi, ai cantieri e alla capacità dello Stato di individuare un sito per il Deposito Nazionale. Il nucleare non è né la scorciatoia miracolosa che alcuni promettono né la minaccia che altri evocano: è una tecnologia a basse emissioni, bassi rischi, con costi e tempi misurabili. Rispetto alle fonti fossili (e anche ad alcune rinnovabili), offre più sicurezza sanitaria per unità di elettricità, ma non sostituisce rinnovabili, reti e accumuli: l’Italia dovrà valutarlo insieme agli investimenti già necessari. Il confronto non cancella i rischi, ma impedisce di considerarli equivalenti: per la salute pubblica, evitare combustione e particolato resta un vantaggio concreto di ogni fonte a basse emissioni, nel concreto.