Sono le tredici di lunedì, a Venezia, l'ora in cui il centro storico smette di essere una città e diventa un imbuto. Strada Nova si riempie come ogni giorno di comitive, valigie a rotelle, ombrelli-guida alzati come stendardi, e in mezzo a quella marea, controcorrente rispetto ai turisti, cammina una donna che a Venezia ci vive e ci lavora. Si chiama Agnese Amadio, ha 38 anni, è impiegata in un negozio di Strada Nova. Nella borsa porta l'incasso della giornata, quasi tremila euro in contanti, diretti a un deposito in banca verso campo San Luca. Cammina svelta: ha paura, come chiunque porti denaro contante in mezzo alla folla, di essere lei la vittima di un borseggio.

È un istante a ribaltare tutto. All'altezza di calle dei Fabbri, nella calca di un gruppo turistico, la sua borsa urta la mano di una viaggiatrice. Un contatto minimo, il genere di sfioramento che ogni giorno si consuma per centinaia di volte tra le calli affollate della città. Ma questa volta qualcuno, tra i compagni di viaggio della donna urtata, decide che quel gesto ha un nome, e lo grida: «Pickpocket». Un'unica parola, importata dal linguaggio internazionale dell'allarme turistico, che in una manciata di secondi trasforma una veneziana qualunque in un'imputata senza processo.

Due turisti, secondo la ricostruzione della vittima, di origine sudamericana, le si avvicinano. Prima le lanciano contro un cappello, colpendola alla testa. Poi la spingono contro il muro, il volto dell'uomo a pochi centimetri dal suo, mentre lei prova a spiegarsi e non trova lo spazio per farlo, né fisico né verbale. Alla fine i calci, alle gambe, mentre qualcuno, tra gli astanti, sceglie di impugnare il telefono e filmare invece di intervenire.

Amadio si difende come può, ripete in italiano di essere una residente, non una ladra. Non serve: l'accusa, una volta gridata in mezzo alla strada, si autoalimenta. Quando finalmente riesce a mettersi in contatto con i carabinieri, i suoi aggressori sono già scomparsi nella folla che li ha protetti tanto quanto prima li aveva armati. «La reazione è stata brutale. Farò denuncia», ha raccontato la donna, ancora sotto choc, aggiungendo che nel frattempo tutti si erano dileguati e che restava sconvolta e turbata per l'accaduto.

Non c'è nulla, in questa storia, che assomigli a un episodio isolato. C'è, semmai, un meccanismo, ormai riconoscibile: una parola urlata al posto di una domanda, un sospetto che si fa sentenza, una folla che intanto tra sé si divide equamente fra chi colpisce e chi riprende con il cellulare, ma nessuno che si frapponga.

Il paese di Beccaria diventato il paese del sospetto

C'è una ragione se questa vicenda, apparentemente minore, merita di essere letta oltre la cronaca. Ed è una ragione che ha a che fare con la storia culturale di questo Paese, non soltanto con l'ordine pubblico di una giornata di settembre. Fu a Milano, nel 1764, che un giovane di nome Cesare Beccaria pubblicò Dei delitti e delle pene, il testo che per primo, in Europa, chiese di separare la pena dalla vendetta, di sottrarre la giustizia all'arbitrio della folla e di restituirla alla ragione, alla proporzione, alla prova. Accanto a lui, a nutrire quelle idee nel cenacolo del "Caffè", c'era Pietro Verri, che della crudeltà della tortura scriveva pagine destinate a cambiare il diritto penale dell'intero continente. Da quella temperie è nata l'idea, tutta italiana prima che europea, che nessuno possa essere giudicato e punito se non da un tribunale, con un processo, con la garanzia del contraddittorio.

Duecentosessant'anni dopo, quella stessa nazione sembra riscoprire, in piccole e grandi cose, l'attrazione opposta: la giustizia immediata, sommaria, amministrata sul posto da chi si ritiene offeso o minacciato. È accaduto in forme eclatanti nel caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver inseguito e ucciso a colpi di pistola due rapinatori già in fuga, quando il pericolo per la sua incolumità non era più attuale. Il magistrato Adriano Sansa, commentando su Famiglia Cristiana quella sentenza, ha scritto una frase che vale come chiave di lettura per tutto ciò che segue: “la paura e la rabbia del gioielliere meritavano comprensione, ma non giustificavano l'uccisione di chi ormai non rappresentava più un pericolo”.

È accaduto di nuovo, pochi giorni fa, a Baldissero d'Alba, dove un autotrasportatore di 35 anni ha sparato e ucciso Gjovalin Lazri, 36 anni, sorpreso insieme a una banda a rubare materiale da un cantiere. Anche in quel caso, come ha osservato Famiglia Cristiana ricostruendo la vicenda, il vero tema non è tanto giudiziario quanto culturale: da anni una narrazione politica insiste sull'idea che la risposta privata al crimine debba essere senza limiti, trasformando l'autodifesa in un dogma che finisce per equiparare, moralmente, un ponteggio rubato e una vita umana. È lo stesso cortocircuito che a Baldissero ha fatto dire ad alcuni vicini, davanti alle telecamere, che il ladro ucciso "se lo era meritato".

Ecco allora cosa lega, sotto la superficie, il caso Roggero, la sparatoria di Baldissero e i calci sferrati ad Agnese Amadio in una calle veneziana: non la gravità dell'esito, ovviamente incomparabile, ma la stessa erosione di un principio. Quello per cui il sospetto non è colpa, l'accusa non è condanna, e la reazione a una minaccia, vera o presunta, deve restare proporzionata, mai vendicativa.

Colloqui con il padre

Mario Roggero e la legittima difesa: cosa dice il Vangelo

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La paura che cresce mentre il crimine cala

Il paradosso è che questa deriva avanza mentre i numeri raccontano un'Italia oggettivamente più sicura, non meno. Secondo l'Istat, nel 2024 il tasso di omicidi è sceso a 0,56 ogni 100mila abitanti, il valore più basso mai registrato nel Paese, che nell'Unione europea ha oggi la seconda incidenza più bassa dopo il Lussemburgo. Nello stesso arco di tempo la quota di popolazione che dichiara di aver subito rapine o aggressioni è quasi dimezzata, dal 2,4% del 2016 all'1,3% del 2023.

Eppure, a fronte di questi dati, i sondaggi registrano un'opinione pubblica sempre più orientata a chiedere mano libera per chi si difende: quasi un italiano su due, secondo una rilevazione recente successiva a un caso di cronaca a Rogoredo con “protagonista” l’agente Cinturrino, si dice favorevole a uno "scudo penale" per le forze dell'ordine, mentre il dibattito sulla legittima difesa continua a occupare la scena pubblica come se il pericolo, anziché ridursi, si stesse moltiplicando.

È qui che il caso veneziano trova il suo posto specifico dentro questa mappa più larga: non un'arma, non un morto, ma lo stesso automatismo mentale, applicato alla scala minima di un urto accidentale in mezzo alla folla. In una città che vive di turismo di massa, dove ogni giorno decine di migliaia di persone che non parlano la stessa lingua e non si conoscono si sfiorano nelle stesse calli strette, basta una parola-allarme, "pickpocket", pronunciata da chiunque per innescare un riflesso collettivo di caccia. Non conta la prova, non conta la verità dei fatti, non conta nemmeno, apparentemente, il fatto che la persona additata parli un italiano perfetto e dichiari di essere di casa in quella città. Conta la velocità con cui una folla anonima, resa ancora più anonima dal turnover costante dei visitatori, decide di trasformarsi in giuria e in braccio esecutivo nello stesso istante.

Agnese Amadio ha detto di voler sporgere denuncia, di avere un video, e di sperare che possa "servire a qualcosa". È una frase modesta, quasi dimessa, ma dentro contiene la domanda vera che questa vicenda pone all'intero Paese: se la giustizia della strada continuerà a normalizzarsi nelle piccole cose di ogni giorno, un urto, un grido, dei calci, sarà sempre più difficile pretendere che non si normalizzi anche nelle grandi. Il Paese che insegnò all'Europa a separare la pena dalla vendetta si trova oggi a doversi ricordare, calle per calle, quella stessa lezione.