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Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni e il Ministro dell'Economia italiano Giancarlo Giorgetti durante una conferenza stampa a Roma, Italia. ANSA/FABIO FRUSTACI
Immaginate un asilo nido appena collaudato. Le pareti sono dipinte di fresco, i fasciatoi ancora nel cellophane, il giardino con i giochi a norma. Il sindaco ha in tasca la chiave e un problema più grande dell’edificio: non ha nessuno a cui consegnarla. Gli educatori vanno assunti, pagati, sostituiti quando si ammalano, e i soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza a questo non servono. Il Pnrr paga i muri, non la vita che dovrebbe abitarli.
È in questa distanza, tra il cantiere chiuso e il servizio aperto, che si gioca la domanda più scomoda: il Pnrr, chi lo paga adesso? Non a Bruxelles, dove i conti si fanno per rate e scadenze. Nei comuni, e più avanti nelle tasche di chi verrà.


Una vittoria (solo) annunciata, (e ancora tutta) da certificare
Il 23 settembre la cabina di regia di Palazzo Chigi ha dichiarato conseguiti gli obiettivi della decima e ultima rata, quella da 28,4 miliardi di euro. Il ministro Tommaso Foti l’ha definita «una vittoria del Governo Meloni». Una vittoria che attende ancora il timbro: la domanda di pagamento va trasmessa a Bruxelles entro il 30 settembre, e l’ultima parola spetterà alla Commissione europea.


Ma le cifre che contano non stanno nei comunicati, stanno nei registri. A maggio, nella fotografia dell’Ufficio parlamentare di bilancio ripresa da Openpolis, degli oltre 88mila progetti che i comuni gestiscono in proprio poco più di 53mila risultavano ultimati, per un valore di 3,3 miliardi. Ne restavano aperti circa 31mila, che valgono 21,5 miliardi. Il conto racconta due Italie di cantieri: tanti interventi piccoli, chiusi in fretta; pochi, molto più pesanti, ancora in mezzo al guado nell’ultimo miglio.
Sul piano nazionale il quadro è meno impietoso. La banca dati ReGiS, secondo il dossier di Camera e Senato con dati a luglio, censiva 672.549 progetti per oltre 173 miliardi, con 503.641 interventi conclusi, il 74,9% del totale, e 168.879 ancora in corso. Ma la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, avvertiva che le opere procedono spedite senza recuperare i ritardi già accumulati, e che circa 24 miliardi riferiti a 66 misure sono destinati a scivolare oltre il 2026. Chiudere i cantieri, insomma, non basta a dire che il lavoro è finito.


La grande macchina e il suo motore lento
Per misurare la macchina bisogna partire dal perimetro. Gli enti territoriali hanno gestito 663.654 progetti per circa 245 miliardi di euro, di cui 171,7 arrivati dal Pnrr. Solo comuni, regioni, province, città metropolitane ed enti strumentali hanno fatto passare oltre 55 miliardi del Piano: 25,5 i comuni, circa 23 le regioni, 4,5 province e città metropolitane, 2,8 gli enti strumentali. Il resto è transitato da altre amministrazioni pubbliche, con 449.483 interventi e 85,8 miliardi.
I comuni hanno lavorato soprattutto sul digitale: l’81% dei loro progetti riguarda la digitalizzazione e coinvolge quasi tutti gli enti. Alla pubblica amministrazione il Piano ha destinato sette miliardi in undici misure, 1,3 per personale e semplificazione, 5,8 per la transizione digitale. Ma le infrastrutture non fanno cittadini digitali: nel 2025 solo il 54,3% degli italiani tra i 16 e i 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base, lontano dall’80% indicato come obiettivo europeo per il 2030.


Qualcosa, va detto, è cambiato. Secondo l’Upb (l’ufficio parlamentare di bilancio) gli appalti finanziati dal Piano sono stati aggiudicati in media 32 giorni prima, il 20,9% in meno, anche grazie al maggior ricorso a centrali di committenza come Consip, la centrale di acquisto nazionale della pubblica amministrazione italiana, interamente posseduta dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF). La velocità, però, non ha aperto il mercato: alle gare si sono presentate meno imprese e le assegnazioni a microimprese sono salite di 13 punti, per la scala dei cantieri più che per una scelta. Un segnale incoraggiante, ma preliminare: nei comuni che hanno concluso almeno un progetto digitale, le gare ordinarie successive hanno attirato il 22,4% di offerenti in più per lotto.


A guardarlo da vicino, il Piano non è una cifra: è una moltitudine di piccoli gesti amministrativi. Una gara bandita in fretta, un tecnico comunale che carica documenti su una piattaforma alle undici di sera, un sindaco di un paese di montagna che deve decidere se rischiare un cantiere che potrebbe non finire in tempo. Dietro i miliardi ci sono uffici con organici assottigliati da anni, e la carenza di personale e di competenze è proprio uno dei limiti che il Pnrr ha messo a nudo.


Chi paga il debito?
La prima risposta è la più antica: lo pagheremo tutti. Il Pnrr è sostenuto dal Recovery and Resilience Facility, lo strumento europeo del Next Generation Eu, che eroga risorse in due forme: sovvenzioni a fondo perduto e prestiti da restituire. L’Italia è il paese che ha chiesto e ottenuto più prestiti, 122,6 miliardi sui circa 194 complessivi. Andranno restituiti a Bruxelles tra il 2028 e il 2058, a condizioni agevolate. Openpolis ricorda che proprio questo ci espone di più sul fronte del debito, e che soltanto capendo l’impatto reale degli investimenti sui territori sapremo quanto peserà il rimborso.


La vita dentro i muri
La seconda risposta è meno visibile e più urgente. Il Piano finanzia le costruzioni, non la gestione: la spesa corrente che serve a far vivere le opere, cioè stipendi, utenze, manutenzione, resta sui bilanci comunali. L’Upb parla di dubbi sulla sostenibilità futura di case della comunità e asili nido, che richiederanno personale qualificato e maggiori spese in un contesto in cui i margini si sono ridotti, anche per scelte nazionali.
I segnali non mancano. Alla fine del secondo semestre 2025 le case della comunità attive erano 781, ma solo 66 pienamente operative, secondo i dati del monitoraggio nazionale. Sugli asili nido l’obiettivo iniziale di circa 264mila posti è stato ridotto a circa 150mila con la revisione concordata a Bruxelles alla fine del 2023.
Per arrivare al 45% di copertura, ricorda la Fp Cgil, servirebbero almeno 1,6 miliardi l’anno in più di spesa corrente e 37mila educatori in più; e la legge di bilancio, denuncia il sindacato, non ha stanziato risorse aggiuntive e ha anzi tagliato quelle degli enti locali.
Poi c’è la geografia. Nel suo ultimo esame la Corte dei conti ha rilevato spese rendicontate al 52,7% nel Centro-Nord e al 39,5% nel Mezzogiorno, con circa 24 miliardi destinati a slittare oltre il 2026. Chi partiva più indietro rischia di arrivare ultimo anche a metà del guado.


E le responsabilità, chi le ha?
Il Piano è nato con il governo Conte II, è stato riscritto e presentato a Bruxelles da Mario Draghi nella primavera del 2021, poi è stato ereditato nell’ottobre 2022 dal governo Meloni, che l’ha rimodulato e ne ha affidato la regia prima a Raffaele Fitto e, dalla fine del 2024, a Foti, fino al traguardo. Ogni fase ha la sua parte. Lo dice l’Upb: valutare l’impatto è difficile perché all’origine mancarono obiettivi definiti e un’analisi preventiva dei divari territoriali, una criticità che Openpolis denuncia nel suo rapporto. Difetto d’origine, dunque, non colpa di questo governo. Ma come il Piano si chiude, e che cosa lascia ai territori, è responsabilità di chi governa oggi.
L’esecutivo rivendica di aver smentito i catastrofisti, e i traguardi europei, a sua detta, sono tutti raggiunti. Ma un traguardo europeo non è un bambino seduto in un nido. Restano tre nodi aperti: il ridimensionamento dei posti negli asili, la spesa corrente che nessuno ha coperto, una valutazione d’impatto che l’Upb invoca e che, a Piano concluso, è ancora da costruire.


Nel 2058 pagheranno l’ultima rata i bambini che oggi imparano a camminare. Forse gli stessi che, se un sindaco troverà i soldi per gli educatori, entreranno in un nido costruito con il Pnrr. Se non li troverà, la porta resterà chiusa su un edificio perfetto e il debito correrà comunque. Il Pnrr, chi lo paga adesso? Lo paghiamo tutti, due volte: in euro, e in servizi che rischiano di non nascere.











