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Quarant’anni fa, la notte del 26 aprile 1986, il mondo scopriva un nome scolpito per sempre nella memoria collettiva: Chernobyl. L’esplosione del reattore numero 4 mutò per sempre la nostra percezione del rischio tecnologico. Lo sguardo su quell’area geografica e sull’energia nucleare si è fatto più maturo, meno condizionato dalle paure ancestrali dell’epoca e molto più ancorato ai dati della ricerca scientifica internazionale.
Tutto accadde durante un test di sicurezza condotto in modo approssimativo e in violazione di quasi tutti i protocolli. Il reattore RBMK-1000, di concezione sovietica, presentava un grave difetto strutturale: in certe condizioni, invece di spegnersi, aumentava la potenza in modo incontrollato. Una sfortunata combinazione di errori umani e limiti progettuali portò il nocciolo a una temperatura insostenibile; due esplosioni scoperchiarono l’edificio del reattore, liberando nell’atmosfera una nube radioattiva che sorvolò l’Europa.
Il sacrificio dei “liquidatori”, operai, soldati e vigili del fuoco, impedì che il disastro coinvolgesse anche gli altri tre reattori, ma a un costo altissimo in termini di vite umane e di salute.
All’indomani del disastro, le proiezioni catastrofiste parlarono di centinaia di migliaia di morti attesi, di epidemie di cancro e malformazioni genetiche trasmesse alle generazioni future. Quarant’anni di ricerche hanno restituito un quadro radicalmente diverso. Il Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche (Unscear) ha pubblicato nel 2008, aggiornato nel 2018, un rapporto fondato su migliaia di studi epidemiologici condotti su oltre 600 mila liquidatori, 116 milaevacuati e circa 270 mila residenti nelle zone contaminate. Le conclusioni sono inequivocabili: le morti direttamente attribuibili alle radiazioni sono state 28 tra gli operatori della fase acuta, più altre 15 nei mesi successivi. Un bilancio tragico, ma infinitamente lontano dalle previsioni apocalittiche.
Il “Chernobyl Forum”, coordinato dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica e da altre sette agenzie Onu, ha identificato nell’aumento dei carcinomi alla tiroide l’unico effetto sanitario statisticamente rilevante. Circa 6 mila casi furono diagnosticati tra bambini e adolescenti esposti allo iodio-131, principalmente attraverso il latte contaminato. La mortalità è rimasta straordinariamente bassa, meno del 2%, quindici decessi accertati in totale, grazie alla tempestività delle cure.
Per leucemie e altri tumori, i dati Unscear e il progetto europeo Arch non hanno rilevato alcun incremento significativo rispetto ai gruppi di controllo. Uno studio del 2021 sulla rivista Science ha poi mappato il genoma di 130 figli di liquidatori ad alta esposizione senza trovare alcun aumento di mutazioni ereditabili, smentendo definitivamente il fantasma delle malformazioni trasmesse di generazione in generazione.
Il paradosso più amaro riguarda la salute mentale. L’Oms ha accertato che il trauma psicologico, ansia cronica, stigma sociale, senso di abbandono, ha prodotto danni assai maggiori di quelli causati dalle radiazioni. Depressione, disturbi post-traumatici e suicidio nelle popolazioni evacuate risultano ben al di sopra della media: effetti che la comunicazione catastrofista dell’epoca ha aggravato. Sul versante ecologico, la “Zona di esclusione” è diventata una delle più ricche riserve naturali d’Europa, dove lupi, orsi bruni e linci prosperano tra le rovine di Pripyat.
Oggi l’Ucraina vive un altro dramma immenso – la guerra su vasta scala – che ha riportato il nucleare al centro dell’attenzione mondiale. Nonostante le tensioni attorno alla centrale di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe dal 2022, ma rimasta sicura grazie ai moderni sistemi di protezione, l’atomo è la colonna vertebrale che sta salvando il Paese dal collasso energetico.
Con oltre il 50% dell’elettricità prodotta dalle centrali nucleari, l’Ucraina mantiene accese le luci delle città e funzionanti gli ospedali nonostante i sistematici attacchi missilistici alle reti convenzionali. Il nucleare ucraino, un tempo simbolo di tragedia, è diventato per Kyiv strumento indispensabile di resilienza e di futura indipendenza energetica, dimostrando una stabilità che poche altre fonti avrebbero potuto garantire in un contesto bellico così estremo.





