Il caso del giovane di origine salvadoregna accoltellato e ucciso su una banchina della stazione di Milano Certosa sta riportando d’attualità un tema che a Milano ha fatto notizia nel tempo più volte: quello delle cosiddette “pandillas”, che sono un tipo particolare di bande giovanili, da non confondere con quelle che il gergo chiama “baby gang”.

In attesa che le indagini verifichino quello che è accaduto, ossia se davvero come si ipotizza si sia trattato di uno scambio di persona, per cui il ragazzo ucciso sarebbe stato aggredito dai membri di una “pandilla”, con cui non avrebbe legami, confuso con un membro di una banda rivale, abbiamo chiesto delucidazione sul fenomeno a Franco Gabrielli ex capo della Polizia, autore con Carlo Bonini di Contro la paura, manifesto per una sicurezza democratica (Feltrinelli), in cui il tema della sicurezza viene affrontato a partire dalla sua complessità, cercando di rifuggire le semplificazioni di opposto segno che spesso la accompagnano nel dibattito pubblico, libro nel quale alla città di Milano è dedicato un capitolo.

PANDILLAS E BABY GANG, DIFFERENZE SOSTANZIALI

«La prima cosa che bisogna dire è che Milano ha una significativa e positiva esperienza di contrasto di questi fenomeni, perché a proprio a Milano ci sono state importanti inchieste che hanno messo in evidenza questa realtà troppo spesso confuso con il fenomeno molto diverso delle baby gang. Se le baby gang sono fenomeni estemporanei di aggregazione giovanile, comunque di devianza, che devono essere contenuti e secondo me ancora prima compresi disinnescati da un punto di vista sociale, le cosiddette pandillas, sono una cosa diversa proprio dal punto di vista tecnico. Sono realtà sulle quali incidono aspetti di integrazione, aspetti culturali, si tratta di modelli mutuati da realtà simili, ma più violente, che hanno origine in altri Paesi, America Latina in particolare.

Si tratta di fenomeni molto complessi sui quali sono stati scritti anche dei bei volumi, ad esempio Pandillas, in cui si narrano le investigazioni fatte proprio dalla Polizia di Milano, e lì si vede appunto che questo genere di bande ha delle specificità estranee alle aggregazioni estemporanee che chiamiamo baby gang: qui ci sono una ritualità, degli schemi, una organizzazione, delle strutture che definiscono gerarchie, modalità di presenza sul territorio, con le quali anche si marca il territorio: si tratta di situazioni molto complesse che vanno affrontate con una modalità che non può essere risolta in slogan o in ricette salvifiche».

RAPPORTO TRANSCRIME, DEFINIRE LE BANDE

A capire le differenze di cui parla Gabrielli soccorre il rapporto Le Gang giovanili in Italia, realizzato da Transcrime, il Centro di ricerca interuniversitario su criminalità e innovazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Università degli Studi di Perugia, che nel 2022 ha tentato una “classificazione” del concetto.

CHE COS’È UNA BABY GANG

Quelle che nei titoli dei giornali si chiamano baby gang sono secondo il rapporto «il tipo maggiormente presente sul territorio nazionale e numericamente più consistente: gruppi «caratterizzati da legami deboli, una natura più fluida, senza una struttura definita, non presenta una gerarchia chiara o una organizzazione definita e spesso nemmeno dei fini criminali specifici. I reati più frequentemente commessi da questo tipo di gang sono attività violente o devianti occasionali».

Secondo i dati raccolti: «La quasi totalità di questi gruppi sono coinvolti in casi di risse, percosse e lesioni. Un terzo dei gruppi sono coinvolti in rapine o furti in pubblica via, spesso a danno di coetanei». O ancora «atti di bullismo», compiuti quasi da un gruppo su tre compie atti di bullismo», e si registrano: «minacce con armi da taglio e di violenza sessuale». Marginali invece: reati più complessi, come lo spaccio di stupefacenti, o le esercizi commerciali». In questi gruppi si cerca: «una risposta ad uno stato di isolamento sociale, di insoddisfazione rispetto alla propria condizione o di incapacità di relazionarsi con i propri pari».

Secondo il rapporto: «in quasi la metà dei casi sono bande composte in prevalenza da italiani, e meno di una su tre è composta in prevalenza da stranieri. L’età va dai 15 e i 17 anni, ma un quarto è più grande, fino ai 24 anni: «In meno della metà dei casi i membri sono in situazione di disagio socioeconomico».

PANDILLAS IN ITALIA

Molto differente il caso delle “pandillas” Il rapporto le definisce: «gruppi con una struttura definita e che si ispirano a organizzazioni criminali o gang estere, come ad esempio maras, pandillas, gang statunitensi, confraternite nigeriane o gruppi delle banlieu francesi». Sono più facili da riconoscere e classificare rispetto ad altri gruppi, sono caratterizzate dalla presenza: «di simboli identificativi, da un’organizzazione strutturata o semi-strutturata e da una continuità operativa nel tempo». La loro nascita è spesso stata associata «alle difficoltà di integrazione di giovani o giovanissimi recentemente immigrati». Questo tipo di gang, che oggi tornano d’attualità, soprattutto di matrice sudamericana, sono state particolarmente attive nei primi anni 2000 nelle aree urbane di Milano e Genova». Se ne ricordano alcuni nomi: «Latin Kings, i Latin Forever, i Comando o i Ñetas10».

Mentre le baby gang sono generalmente piccole, meno di dieci persone, le pandillas sono più grandi, presentano: «un numero variabile tra i 10 e i 40 membri con una età compresa fra i 15 e i 17 anni, in prevalenza giovani di origine straniera (di prima o seconda generazione) e sono spesso in situazione di marginalità o disagio socioeconomico. Il livello di organizzazione di alcune di queste gang prevede in qualche caso la presenza di una vera e propria gerarchia interna». Fra le attività criminali più spesso associate a questo tipo di gang emergono risse percosse e lesioni, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica».

Il padre del ragazzo aggredito avrebbe riconosciuto grazie a un tatuaggio caratteristico un capo della MS13, banda che il rapporto di Transcrime nel 2022 descriveva così in Italia: «Questa gang, prevalentemente composta da salvadoregni, è ad oggi presente in Italia prevalentemente nelle città di Milano e Genova. Parte di un più ampio sistema di gang presenti in diversi continenti, la MS13 è descritta dagli esiti dei questionari come una gang formata da più di quaranta componenti, prevalentemente minorenni con una età compresa fra i 15 e i 17 anni, sia maschi che femmine, e con membri in una situazione non di marginalità o disagio». Anche se quanto emerge da Milano Certosa, oggi, fa pensare a un’età più matura che porta ai 24 anni.

IL FENOMENO IN AMERICA LATINA E LE SUE ORIGINI

Nel 2023 Caritas italiana ha dedicato al fenomeno in America latina, molto più aggressivo, violento e radicato di quello italiano, un Dossier intitolato: Bande, maras e pandillas Le gang giovanili, un fenomeno transnazionale, nel quale si ricostruiscono così le origini storiche: «Nel 1980 iniziò la guerra civile in El Salvador, che contrappose per dodici anni il governo, sostenuto dagli Stati Uniti, alla guerriglia del Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martí1. Un conflitto caratterizzato da una violenza estrema che provocò oltre 75 mila morti e circa 400 mila salvadoregni costretti a emigrare negli Stati Uniti. Il fenomeno delle pandillas ebbe origine negli anni ’80 a Los Angeles (USA), città allora conosciuta come la “Mecca delle gang”, divenuta meta di molte famiglie del Triangolo del Nord2. È il nome con cui si indicavano i tre Paesi centroamericani del Guatemala, Honduras ed El Salvador. In un contesto così difficile, gli adolescenti e i giovani di queste famiglie furono i primi a unirsi per proteggersi dalle altre bande urbane, la maggior parte di origine messicana e afroamericana. Questi giovani diedero inizio a nuove gang, alcune delle quali assunsero molto potere e si espansero. Tra le più note, la “Barrio 18” e la “Mara Salvatrucha”».