Non si riesce più a tenere il conto del numero dei morti. L’offensiva di Israele in territorio libanese che ormai si è allargata anche al nord del fiume Litani continua a provocare vittime soprattutto tra i civili. Nel pomeriggio del 31 maggio il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot ha reso noto di aver «richiesto una riunione d'emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché pur riconoscendo il diritto di Israele, come quello di tutti i Paesi, all'autodifesa, a difendersi dagli attacchi di Hezbollah, nulla può giustificare la continuazione delle operazioni militari israeliane in Libano e la sua crescente occupazione del territorio libanese». Barriot ha aggiunto che questa invasione «è un grave errore per Israele, perché questa avanzata in territorio libanese non solo è contraria agli impegni assunti da Israele, visto che in Libano vige un cessate il fuoco dal 17 aprile, e al diritto internazionale, ma è anche contraria agli interessi e alla sicurezza di Israele». Infatti «ogni villaggio bombardato, ogni villaggio occupato, ogni civile ucciso rafforza Hezbollah» e «minano anche il potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran, che prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese».

Ma forse proprio il dichiarato imminente accordo tra Usa e Iran sta spingendo Netanyahu a colpire sempre più duramente così da rendere difficile la restituzione della porzione libanese nel frattempo acquisita. Farebbe propendere per questa tesi anche la dichiarazione del premier israeliano di voler acquisire il 70 per cento del territorio di Gaza e le operazioni che l’esercito dell’Idf sta conducendo contro la popolazione già stremata della Striscia. Come se il governo israeliano volesse chiudere la partita appropriandosi di territori non suoi e violando ripetutamente il diritto internazionale mentre le acque sono ancora agitate e l’opinione pubblica assuefatta al dramma.

E così, in attesa della conclusione dei colloqui tra Israele e Libano che dovrebbe avvenire tra il 2 e il 3 giugno a Washington, le ruspe e i carri armati israeliani, tra sabato 30 e domenica 31 maggio 2026, nonostante il cessate il fuoco teoricamente ancora in vigore, sono penetrati in profondità in territorio libanese. Israele ha lanciato una serie di raid aerei e di artiglierie, ordinando al contempo evacuazioni di massa. Dopo che già il 29 maggio, come aveva annunciato Netanyahu, le truppe israeliane avevano superato il fiume Litani, i soldati hanno ampliato la «zona cuscinetto» spingendosi verso il fiume Zahrani. Le operazioni sono state giustificate per «eliminare le minacce dirette alle città della Galilea settentrionale». I raid israeliani hanno preso di mira almeno una dozzina di località. Un attacco aereo nel villaggio di Ansar ha ucciso un paramedico e ferito altre quattro persone. Un altro attacco mirato ha visto un drone israeliano colpire un veicolo militare libanese vicino a Nabatiyeh, ferendo gravemente due soldati. In totale, almeno tre persone sono state uccise in questi raid. Hezbollah ha risposto lanciando razzi verso il nord di Israele e facendo suonare, per la prima volta dal cessate il fuoco, le sirene a Karmiel e Safed. Nella mattinata del 31 maggio l'esercito israeliano ha ampliato ulteriormente le operazioni di terra. I bombardamenti si sono concentrati sulle aree di Tiro, Nabatieh e attorno al castello di Beaufort, poi conquistato dagli israeliani domenica 31 maggio. L’esercito di Tel Aviv ha issato la propria bandiera sopra il castello questa antica fortezza medievale, patrimonio dell’Unesco, situata a circa 15 chilometri dal confine. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha celebrato l'evento come un ritorno storico, paragonandolo alla guerra del Libano del 1982.
Il bilancio totale delle vittime, dal 2 marzo ha superato le 3.300 persone uccise e più di un milione di sfollati, anche se le autorità libanesi hanno dichiarato di far fatica ad aggiornare costantemente i dati delle vittime perché salgono di ora in ora.

Il governo libanese, per bocca del primo ministro Nawaf Salam, ha accusato Israele di perseguire una «politica della terra bruciata e di punizione collettiva» ai danni della popolazione civile. La presidenza libanese ha denunciato la distruzione di case e siti storici, mentre l'esercito ha segnalato la presenza di mezzi corazzati israeliani che operano in vari villaggi. Nonostante questo il presidente Joseph Aoun e lo stesso premier Salam hanno concordato di partecipare comunque al prossimo round di negoziati previsto a Washington il 2 e 3 giugno.
Intanto mentre l'Unesco e il ministro della Cultura libanese continuano a lanciare l'allarme sul rischio di distruzione del castello, già in passato minato dagli israeliani quando lo avevano conquistato negli anni Ottanta, l'esercito di Tel Aviv ha emesso ordini di evacuazione per centinaia di migliaia di civili verso nord.
Le Nazioni Unite hanno espresso «profonda preoccupazione» per l'escalation e l'Onu ha denunciato il pericolo anche per i contingenti Unifil presenti nell'area. Sul fronte umanitario, l'Unicef ha lanciato l'allarme per la sorte dei minori: solo nell'ultima settimana si contano almeno 77 bambini uccisi o feriti negli attacchi.
Con le ultime operazioni Israele, che sembra aver perso ogni freno
, non solo ha infranto ogni illusione di tregua, ma ha portato la guerra a un livello di intensità nuova facendo pressione su aree densamente popolate come Tiro e Nabatieh. E spingendo il Libano sul baratro di una crisi umanitaria e politica quasi senza precedenti.

In questo contesto la comunità cristiana libanese, la più grande del Medio Oriente composta principalmente da maroniti, ortodossi greci e melchiti, è in prima linea. In particolare i villaggi cristiani del sud, alcuni dei quali risalgono agli albori del cristianesimo, cercano di resistere. Circa diecimila abitanti del Sud hanno fatto la scelta coraggiosa di restare nelle proprie case nonostante i bombardamenti e gli ordini di evacuazione temendo, se lasciassero la propria terra, di non potervi più fare ritorno. I villaggi, che sono stati isolati, ricevono aiuti con il contagocce grazie alla Chiesa e alla missione Unifil. Intanto l’esercito israeliano ha danneggiato o distrutto alcune chiese, le scuole cristiane, che un tempo accoglievano oltre 10.000 studenti, ospedali, abitazioni civili e uffici pubblici. Nonostante la situazione tragica e il tributo di sangue come quello di padre Pierre El-Raï, il parroco ucciso mentre portava soccorso ai suoi parrocchiani, la Chiesa continua, però, a mobilitarsi, con aiuti materiali e morali. A essere, nonostante tutto, un baluardo di umanità in mezzo al caos.