A Pavia si riaccende il dibattito sui campi rom e sinti. L’Associazione 21 luglio ha criticato il progetto del Comune di realizzare a Bivio Vela una nuova area destinata a ospitare alcune famiglie sinti oggi residenti nella baraccopoli di piazza Europa, uno degli insediamenti storici della città. Secondo Carlo Stasolla, presidente dell’associazione, creare spazi abitativi riservati a una sola comunità etnica significa riproporre un modello ormai superato. «Gli insediamenti monoetnici», afferma, «rischiano di trasformarsi in nuovi ghetti e non favoriscono percorsi reali di inclusione». Negli ultimi anni, ricorda l’associazione, molte città italiane hanno avviato progetti per superare il sistema dei campi, accompagnando le famiglie verso soluzioni abitative ordinarie. Un percorso che, sottolinea Stasolla, «richiede tempo e lavoro sociale, ma rappresenta l’unica strada per evitare segregazione e discriminazioni». L’associazione ha chiesto all’amministrazione pavese di aprire un confronto per individuare soluzioni alternative e ha ribadito la propria disponibilità a collaborare.

Da oltre trent’anni Carlo Stasolla lavora accanto alle comunità rom e sinti. Insieme alla moglie Dzemila, rom originaria dell’ex Jugoslavia, ha fondato l’associazione 21 luglio, impegnata nell’accompagnare le famiglie fuori dai campi.

Ripubblichiamo qui il servizio completo, pubblicato su Credere, che racconta la loro storia e il lavoro svolto negli anni:

Forse una Porta Santa in un campo rom avrebbe aiutato. Segno di speranza, tra baracche fatiscenti, rivoli di acqua putrida, angoli di cura inaspettati. «Il Giubileo dovrebbe essere l’occasione per aprire di più gli occhi della Chiesa sulla realtà rom». Una felpa su jeans scuro e resistenti scarpe da camminata sono la “divisa” dell’ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana Carlo Stasolla, 60 anni. È un gagio, che in lingua romanì vuol dire che non è rom o sinti. Viene da una famiglia borghese, di Frosinone. Esperienza scout, frequentazioni francescane, da adolescente sognava di condividere la vita dei favelados in Brasile. Mentre lavora per realizzare questo sogno, gli capita di leggere il libro di don Vincenzo de Florio, che vive con i rom tra Roma e la Puglia, Zingaro mio fratello. Un prete fra i rom e i sinti, che gli fa capire che le periferie le ha sotto casa. Torna a Roma e costruisce la sua baracca di lamiera nell’accampamento. «Mi hanno accolto, rovistavo nei cassonetti, facevo doposcuola».

Tra i vari lavoretti di manutenzione, un giorno passa dalle missionarie Francescane di Maria, dove incontra Dzemila, la ragazza delle pulizie: «Lui era entrato nel campo, io volevo andar via», dice lei. La famiglia, musulmana, aveva lasciato la ex Jugoslavia e viveva nel campo Casilino ’900. «Volevo lavorare, andare a scuola. Molti pensano che preferiamo mendicare piuttosto che lavorare, ma è molto difficile che qualcuno prenda una “zingara” come baby sitter o cameriera. Sebbene un prete mi avesse presentata, ero stata rifiutata più volte. Le suore mi hanno dato una possibilità e mi hanno fatto studiare», racconta Dzemila, 50 anni. «Quando dopo sei mesi di fidanzamento in segreto mi sono presentato a chiedere la sua mano, il padre mi ha mostrato un buco nel muro. “È il proiettile che ho tirato all’ultimo fidanzato di mia figlia”. Evidentemente mi sono comportato bene…», ricorda sorridendo Carlo.

Una famiglia tra due mondi

Si sposano con il rito rom, poi in Comune e quindi in chiesa. Dzemila, infatti, aveva iniziato un percorso di catecumenato e si battezza insieme al primo figlio, Francesco, che oggi ha 32 anni. Il fratello, Andrea, adottato, oggi padre di due figli, ha un anno in più. «Il nostro matrimonio ha rappresentato, soprattutto nei primi anni, una provocazione per le nostre due culture di provenienza e per i loro comuni pregiudizi», spiega Dzemila.

La famiglia vive al Casilino, poi a Mentana, in un piccolo insediamento nato su un terreno privato, da una donazione di diocesi e Comune. Successivamente nel Centro Pedro Arrupe, dei Gesuiti, dove nasce Aver Drom, una realtà di accoglienza e di affido per minori non accompagnati. Dopo qualche anno la coppia sente che è arrivato il momento di unire alla condivisione lo sforzo per il cambiamento: «Volevamo provare a superare il “sistema campi rom”. È come un manicomio, ti imprigiona il cervello, i casi di depressione sono altissimi. Il superamento è un processo che parte dalla testa degli amministratori e dei rom».

Oltre i campi rom

Nel 2010 vanno a vivere a Centocelle, fondano l’associazione no-profit 21 luglio, che oggi conta 26 operatori divisi per équipe e decine di volontari. Mettono a punto Ma.rea – acronimo di “Mappare e Realizzare” –, un modello partecipativo di “superamento” dei campi. Tre i punti chiave: «Promuovere la ricerca e la conoscenza del contesto “campo rom” attraverso un costante lavoro di monitoraggio e analisi; lavorare con un’équipe multidisciplinare sulle relazioni tra i diversi soggetti coinvolti; intervenire su specifici punti interni al sistema sui quali fare leva per produrre un cambiamento».

Ma.Rea. viene presentato alla Camera e alle amministrazioni in giro per l’Italia. «Laddove ci chiamano, noi aiutiamo ad applicarlo». Asti, Latina, Giugliano, Ivrea, Roma sono le città coinvolte fino a oggi. Sul sito ilpaesedeicampi.it, l’associazione aggiorna in tempo reale la situazione di quanti vivono nelle 106 aree ancora presenti in Italia, abitate da rom e sinti. «Fino al 2018 siamo stati un po’ “cani da guardia” con le istituzioni. Abbiamo fatto processi e cause. Le abbiamo vinte. Poi abbiamo iniziato a cambiare approccio. Siamo diventati “cani per ciechi”, accompagnando le amministrazioni interessate».

A Roma, anche il campo di Salone, che era uno dei più grandi e affollati di Europa, è in superamento. «Stiamo lavorando con operatori e assistenti sociali attraverso un processo integrato, che vuol dire scuola, salute, casa popolare, lavoro, documenti. A metà gennaio abbiamo superato il 50% dei rom usciti. Oggi a Salone vivono meno di 200 persone. Nel 2010 si era arrivati a più di mille presenze».

Tra onorificenza e Giubileo

Lungo i viali del campo, dove diverse baracche sono state abbattute, Carlo viene fermato per i motivi più diversi: un appuntamento con l’assistente sociale, il taglio di alberi che oscillano minacciosi sferzati dalla tramontana, una tazza del water rotta, qualche ultimo dettaglio per il trasferimento in un alloggio popolare: «Oreste», mi spiega, «è il primo di tre generazioni ad andare a vivere in un appartamento».

E l’onorificenza che Mattarella gli ha conferito il 26 febbraio 2025, con la motivazione “Per supportare persone e gruppi in condizione di estrema segregazione e discriminazione”? «È stata importante perché ha posto l’attenzione sulle condizioni delle comunità rom in Italia. È il riconoscimento di un lavoro di supporto attivo e molto nascosto, sistemico. Noi siamo dietro le quinte, il nostro compito è convincere gli amministratori, far leva su di loro perché le cose cambino».

Nel campo in via di dismissione, alcuni ragazzini con zaino e matite colorate si dirigono saltellando verso il container numero 72, la sede del doposcuola, dove li accoglie la frase che don Lorenzo Milani diceva ai suoi studenti: «Ogni parola che non impari oggi, è un calcio in culo domani».