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L'inchiesta della Procura di Roma sul Ponte sullo Stretto si allarga e aggiunge nuovi tasselli a una vicenda che intreccia politica, affari e istituzioni. Al centro dell'indagine vi sono presunti tentativi di influenzare magistrati della Corte dei Conti ritenuti in grado, per il ruolo ricoperto, di incidere o comunque fornire informazioni utili sul percorso amministrativo dell'opera.
È bene precisarlo subito: ci troviamo nella fase delle indagini preliminari. Le accuse formulate dagli inquirenti dovranno essere verificate nel contraddittorio tra accusa e difesa e tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.
Secondo quanto emerge dagli atti, oltre all'ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, oggi in pensione, sarebbero stati coinvolti nell'indagine l'avvocato Giacomo Saccomanno, esponente politico vicino alla Lega in Calabria, e l'imprenditore Vincenzo Virgiglio. Gli investigatori ipotizzano che i due abbiano cercato di costruire una rete di relazioni all'interno della magistratura contabile per ottenere informazioni e favorire gli interessi del gruppo favorevole alla realizzazione del Ponte (la cui società, come ha sottolineato il presidente Pietro Ciucci, è fuori dall’inchiesta).
Un elemento significativo, evidenziato dagli stessi inquirenti, è che altri due magistrati contabili avrebbero respinto gli approcci ricevuti. Un particolare che racconta – nel caso le accuse venissero confermate – anche la presenza di anticorpi istituzionali e di funzionari che hanno scelto di mantenere una netta distanza da qualsiasi possibile interferenza.
La posizione più delicata appare quella attribuita a Miele. Secondo l'ipotesi accusatoria, l'ex magistrato avrebbe fornito informazioni riservate sugli orientamenti interni della Corte dei Conti e sull'andamento delle procedure relative al Ponte. In cambio avrebbe ricevuto prospettive di sostegno per futuri incarichi dopo il pensionamento. Si tratta, anche in questo caso, di contestazioni che dovranno essere accertate nel corso del procedimento giudiziario.
Nelle intercettazioni riportate nel decreto di perquisizione emerge un clima di forte tensione attorno alle valutazioni della Corte dei Conti. Gli investigatori citano conversazioni nelle quali Miele avrebbe manifestato dissenso nei confronti di alcuni colleghi e preoccupazione per le conseguenze politiche delle decisioni dell'organo contabile. Frasi che, se confermate nel loro contesto, fotografano quanto il Ponte sullo Stretto continui a rappresentare non soltanto una grande opera infrastrutturale ma anche un tema fortemente politico.
L'indagine, tuttavia, non riguarda, come detto, la realizzazione tecnica dell'opera né la società incaricata del progetto. Le ipotesi di reato riguardano esclusivamente comportamenti individuali attribuiti alle persone coinvolte nell'inchiesta e non mettono in discussione il ruolo della concessionaria.
È un passaggio importante perché evita di confondere due piani distinti: da una parte l'accertamento di eventuali responsabilità personali; dall'altra il percorso amministrativo e industriale di un'opera che il governo considera strategica per il Paese.
Ora il lavoro degli investigatori si concentra sul materiale sequestrato durante le perquisizioni effettuate dai carabinieri del Ros tra Roma, Reggio Calabria e Frosinone. Computer, telefoni cellulari e documentazione saranno esaminati per verificare la fondatezza delle accuse. La Procura procede per ipotesi che vanno dalla corruzione per l'esercizio della funzione alla rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio.
Al di là degli sviluppi giudiziari, la vicenda riporta al centro una questione cruciale per ogni grande opera pubblica: la necessità che le decisioni vengano assunte nella massima trasparenza e che gli organismi di controllo possano operare senza pressioni o interferenze. Sarà il processo, e non le intercettazioni o il dibattito politico, a stabilire se tali principi siano stati violati e da chi. Fino ad allora resta fermo il principio fondamentale dello Stato di diritto: la presunzione di innocenza per tutti gli indagati.
Ma l'inchiesta sul Ponte riguarda molto più del Ponte. Riguarda la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Perché il vero capitale di una democrazia non è il cemento, non sono i piloni, non sono nemmeno le infrastrutture strategiche. È la convinzione che le decisioni pubbliche vengano prese secondo regole uguali per tutti.
Se questa convinzione vacilla, nessuna grande opera può essere davvero considerata un successo.
Ecco perché la magistratura dovrà accertare rapidamente fatti e responsabilità. E la politica dovrebbe evitare la tentazione di ridurre tutto a una battaglia tra favorevoli e contrari al Ponte. Il punto non è essere pro o contro l'opera. Il punto è stabilire se qualcuno abbia tentato di piegare le istituzioni agli interessi di una rete di potere.





