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Sigfrido Ranucci nello studio televisivo della trasmissione Report.
Ci sono due possibili esiti dell’affaire Ranucci-Report che sta infiammando le prime pagine dei giornali in questa già calda estate.
Il primo esito, nefasto, vedrebbe il naufragio definitivo di una delle trasmissioni simbolo del servizio pubblico, uno dei pochissimi programmi televisivi di giornalismo investigativo, che si è guadagnato, in quasi trent’anni di onorato servizio, un’ampia credibilità fra pubblici larghi e diversificati. Ricordo che negli anni, pur con alti e bassi, Report è stato, nella testa di moltissimi spettatori, il sinonimo dell’intero public service broadcasting, un po’ come accade, in altri contesti, a blasonati “marchi” come Panorama (della BBC) o 60 Minutes (sull’americana CBS). I paragoni coi Paesi anglosassoni sono certo rischiosi, perché lì il giornalismo d’inchiesta è percepito in primis come watchdog journalism, cane da guardia dei poteri (non solo politici) in nome dei cittadini. Questa tradizione è molto più debole nei paesi latini: a ragione o a torto, Report ha rappresentato quasi un unicum, anche perché le inchieste in televisione sono impegnative e costose, e accanto al programma di Rai3 ci sono pochi analoghi (sempre sulla stessa rete, “Presa diretta” di Riccardo Iacona; su La7 i “100 Minuti” di Formigli e Nerazzini, spin off di “Piazzapulita”, e poco altro).
Il secondo esito, per il quale tendo ottimisticamente a sperare, è un rilancio della trasmissione, con un nuovo conduttore a fare da “garante” alle inchieste realizzate, anche a valle di un ripensamento della struttura organizzativa e produttiva del programma. Proviamo a spiegare come e perché.
Partiamo dalla questione Sigfrido Ranucci. Come ha accuratamente spiegato Aldo Grasso prima in un’intervista al Foglio e poi sulle pagine del Corriere della Sera, la questione della conduzione è limpida, semplice: nulla c’entra l’esito giudiziario della faccenda, ovvero se Ranucci sapesse o meno, avesse intuito o meno, l’oscuro lavorio di Valter Lavitola, che ha portato quest’ultimo a far esplodere un ordigno davanti alla casa del giornalista/sodale. Qui non si discute la vicenda giudiziaria, ma quella, per dir così, mediatica.
Il volto del conduttore di Report – Milena Gabanelli prima, Sigrfido Ranucci poi – è il timbro di certificazione della credibilità di un programma che si basa interamente su quest’ultima. Il cittadino medio comune non ha le risorse, la forza e il tempo di verificare ogni notizia gli si presenti di fronte agli occhi, oggi tanto più, nel mare magnum dell’informazione digitale. Ha però l’intelligenza di selezionare i programmi, e i volti, che più lo convincono: “te lo sto dicendo io, ci metto la faccia”. Dunque ti credo.


Valter Lavitola arriva in procura a Roma.
(ANSA)Da questo punto di vista, alla luce delle rivelazioni emerse, della sua contiguità e amicizia con un personaggio discusso come Lavitola, il volto di Ranucci non può più funzionare in quel ruolo. La trasmissione è definitivamente compromessa? Non credo, perché sono convinto che negli anni Report si sia costruito un bagaglio di credibilità che è andato anche oltre i “garanti”, Ranucci e persino Gabanelli.
Una Rai che voglia essere davvero servizio pubblico deve trovare la soluzione più adatta per far ripartire al meglio Report in autunno, con un nuovo volto credibile che faccia da garante. Perché “Report” assolve a un bisogno crescente degli spettatori di oggi, che vivono in un ecosistema in cui l’informazione non è solo sovrabbondante, ma infarcita di fake news. E’ comprensibile che per molti spettatori Report sia, e continui a essere, sinonimo di servizio pubblico.


Pezzi dell'automobile di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, e quella di sua figlia, dopo l'esplosione, a Campo Ascolano, frazione di Pomezia (Roma).
(ANSA)Questo cambiamento del “garante” non è però sufficiente; va probabilmente ripensata l’organizzazione produttiva del programma, che è nato in un’epoca diversa, nella quale si lodava l’autonomia low-cost dei giornalisti freelance (non a caso, “Report” è nato negli stessi anni di “Le Iene”). La polemica emersa attorno ai compensi dei collaboratori del programma – sollevata dal quotidiano Il Tempo – mette in luce un aspetto molto interessante. Secondo il quotidiano romano il costo del programma (quasi tre milioni di euro nella stagione 2024-25, per 24 puntate e un’ottantina di inchieste) sarebbe troppo elevato, e peserebbe sul canone dei cittadini. Ma in realtà un costo medio di circa 35 mila euro a inchiesta (compreso il compenso del giornalista) rientra in una fascia decisamente bassa per gli standard del giornalismo investigativo. Siamo in altri ordini di grandezza, certo, ma un servizio di “60 Minutes” può costare anche 70/80 mila dollari, senza includere i salari dei giornalisti. Il tema delle tasche dei contribuenti è invece semplicemente risibile e ignora le basi elementari dell’economia dei media: con 1,5 milioni di spettatori medi, l’8,3% di share (sempre nella stagione considerata), Report è il programma più visto della rete, e starebbe in piedi coi soli proventi pubblicitari, pur assolvendo a obblighi di servizio pubblico.
Dunque, un rilancio di Report dovrebbe includere non solo un nuovo volto “garante”, ma dovrebbe anche ripensare la sua missione di servizio pubblico. E’ indubbio che, nel passaggio dalla gestione Gabanelli a quella Ranucci, la trasmissione abbia subito una parziale trasformazione. C’è una sottile linea rossa che distingue il watchdog journalism dal populism journalism. Il primo sorveglia i poteri costruendosi, grazie alla credibilità e al seguito del pubblico che ne garantisce i proventi pubblicitari, una propria indipendenza e autorevolezza. La credibilità, parente della fiducia, è un valore che si guadagna nel tempo, ma che si rischia di perdere in fretta (come ci dimostrano le cronache di questi giorni…). Il “giornalismo populista” si fa invece voce di un’istanza di parte, qualunque essa sia (anche il narcisismo dei conduttori), la amplifica emotivamente, e la scaglia contro gli “avversari” politici. I due modelli di giornalismo, per quanto sembrino assomigliarsi nei metodi, sono profondamente diversi. La sensazione, leggendo le rivelazioni che, giorno dopo giorno, emergono sull’affaire Ranucci, è che, sotto la gestione di quest’ultimo, il programma abbia intrapreso una navigazione che l’ha portato lontano dalla sua missione originaria. Certo populismo “da Iene” è dietro l’angolo. Di Report abbiamo certo ancora bisogno: che questo momento di crisi sia l’occasione giusta per un suo ripensamento e rilancio.






