La legge è annunciata in Consiglio dei ministri per giovedì 24 settembre, Intanto il ministro dell'Istruzione del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato in una intervista al Corriere della Sera che «la nostra è una legge e non una circolare e sarà cogente. Attribuiamo un ruolo di coordinamento agli uffici scolastici territoriali che potranno spostare gli studenti in eccesso ad altra scuola di prossimità, come già avviene oggi per gli studenti italiani in sovrannumero. Non sarà più possibile l'inerzia». Per poi precisare: «Stiamo lavorando agli ultimi dettagli, ma avrà come elemento centrale la conoscenza dell'italiano e ci saranno criteri oggettivi per stabilire a chi si applica», ha detto ancora Valditara. «I limiti non si applicheranno agli studenti che hanno frequentato la scuola dell'infanzia ed entrano in prima elementare o a quanti hanno frequentato positivamente alcuni anni di scuola, perché si può pensare che abbiano acquisito una certa conoscenza dell'italiano».

Ancora non è chiaro se sarà un decreto che chiede requisiti di necessità e urgenza o un Disegno di legge, ossia una proposta di legge di matrice governativa con un iter più lungo.

Giorgia Meloni a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d'Italia, Roma, 20 settembre 2026. ANSA/Ufficio stampa Palazzo Chigi - Filippo Attili +++ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI +++ FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
Giorgia Meloni a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d'Italia, Roma, 20 settembre 2026. ANSA/Ufficio stampa Palazzo Chigi - Filippo Attili +++ UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI +++ FOTO NON IN VENDITA - DA USARE SOLO PER FINI GIORNALISTICI +++ NPK +++
Giorgia Meloni a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d'Italia, Roma, 20 settembre 2026. (ANSA)

L’intenzione era stata comunicata da Giorgia Meloni dal palco di Fenix, della festa di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile del suo partito Fratelli d’Italia: «Sta per arrivare in Consiglio dei ministri un provvedimento che introduce per legge», aveva detto la presidente del Consiglio il parlando a Fenix il 20 settembre, «il numero massimo degli studenti stranieri per classe e un provvedimento che introduce l'obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l'italiano e che introduce il divieto di burqa e niqab a scuola». Per poi aggiungere, in un clima e in un contesto evidentemente improntato alla campagna elettorale già aperta: «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza».

Parole cui era seguito il 21 settembre il discorso istituzionale, del tutto diverso per tono e per contesto, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’apertura tradizionale dell’anno scolastico 2026 nella scuola Sergio Marchionne di Amatrice uno dei luoghi simbolo del terremoto del 2016, nel quale il presidente aveva richiamato tutti al valore dell’integrazione e dell’inclusione nella scuola come prospettiva di futuro per la cittadinanza: «La scuola», aveva ricordato in quell’occasione Mattarella, ribadendo alla presenza del ministro Valditara, il dettato costituzionale, «è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. La scuola prepara tutti, “È aperta a tutti”: così dispone l’art. 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale».

La sera del 22 alla rubrica Cinque minuti di Bruno Vespa, Meloni ha rilanciato, chiamando in causa il presidente della Repubblica Mattarella e due circolari da lui firmate quando era ministro dell’Istruzione la 301 del 1989 e la 205 del 1990, intitolate rispettivamente: «Inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo: promozione e coordinamento delle iniziative per l’esercizio del diritto allo studio» e «La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale» a sostegno della legge annunciata, come in continuità. Senza dire però che dal 1989 a oggi la realtà su cui i provvedimenti insistono è radicalmente cambiata: secondo quando ricostruisce La tecnica della scuola: gli alunni non italiani iscritti ad un corso di studi sono oggi 930mila (l’11,6% del totale). Mentre nell’anno scolastico 1989-1990 gli allievi stranieri erano solo circa 18.500, pari a una percentuale stimata attorno allo 0,2% del totale degli iscritti nelle scuole di allora.

C’è chi ha visto in questo un tirare per la giacca il presidente nella campagna elettorale, a dispetto del fatto che proprio Mattarella nel suo discorso inaugurale avesse invitato all’orizzonte lungo: «Viviamo», aveva detto, «un cambiamento d’epoca. Grandi e veloci trasformazioni stanno mutando sia il contesto che la nostra quotidianità. La società, come sempre, ha bisogno della scuola, e di una scuola all’altezza dei tempi nuovi, per difendere la civiltà che è stata conquistata e per progredire ancora. Come sempre, anche nei nostri giorni si tende a concentrarsi sul presente. A consumare nell’oggi le risorse. È invece necessario investire sul futuro. Sarà più forte e resiliente un Paese che investe sulla scuola e sulla conoscenza. (…) Macchine sempre più intelligenti, per essere governate a vantaggio delle persone e delle comunità, hanno bisogno di persone sempre più preparate, più responsabili; e più ricche di valori».

E ancora: «I compiti educativi e formativi sono sempre stati cruciali. Ma oggi, se possibile, lo sono ancora di più. Soprattutto oggi educare vuol dire, insieme a trasmettere conoscenze, promuovere talento e partecipazione; vuol dire sviluppare le qualità intellettuali e morali, vuol dire formare personalità libere e mature, capaci di contribuire alla vita di comunità».

Parole adatte a ricordare la cornice costituzionale in cui si deve muovere chi è chiamato alla soluzione di problemi pratici: «Più che un codice di comportamento la scuola deve aiutare a riconoscere un’etica condivisa. Gli insegnanti non devono essere lasciati soli». E alla fine si rivolge direttamente agli studenti, chiedendo loro di rendersi protagonisti: «Conoscenza e studio sono importanti per la vita. Non un sapere astratto o soltanto astratto, teorico: Ma un sapere che si unisce all’amicizia, alla premura per chi ci sta accanto, alla responsabilità verso gli altri. Questa è la strada della libertà. La nostra libertà è autentica se la libertà esiste per tutti».

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Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei (ANSA)

Argomenti che hanno visto una forte consonanza con le parole pronunciate in contemporanea dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale, aprendo il Consiglio permanente: «La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza (…) i recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente e devono spingerci a una presenza rinnovata nel mondo educativo». «Non possiamo accettare», ha spiegato, «che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace».

Sul tema della relazione educativa in tempi di intelligenza artificiale con il presidente della Repubblica si è percepito un idem-sentire, «L’intelligenza artificiale», ha detto il Cardinale con parole molto vicine a quelle di Mattarella «può offrire risorse preziose, ma non sostituisce l’opera educativa. La scuola non compete con le macchine nel fornire risposte rapide, ma insegna a porre le domande che rendono umana la vita. Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. A questo sguardo degli insegnanti va un grande riconoscimento».

Orizzonti culturali comuni a definire il significato della scuola in questo luogo e in questo tempo storico, dunque, ma anche riflessioni sul ruolo dell’educazione nel lungo periodo, in cui si sente più l’eco del pensiero di educatori innovatori come don Lorenzo Milani e Mario Lodi che dei toni contingenti da campagna elettorale di queste ore.