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Terremoto del Friuli: recupero di un superstite - 1976


Oggi parlare di resilienza è di moda, ma per il Friuli del 1976, devastato dalle scosse dei terremoti di maggio e di settembre, fu semplicemente la voglia e l’esigenza di tornare alla propria vita, alle proprie case. In poche parole: alla propria esistenza fatta anche di una fede viva e radicata. Ed è proprio quella fede che funge da collante di queste testimonianze che 50 anni dopo raccontano la fiera reazione di una comunità che di fronte alla tragedia non si rassegnò, ma reagì per riprendersi la vita.
Due incontri decisivi
Gemona, in provincia di Udine, fu uno dei paesi più colpiti dal sisma perché vicinissimo all’epicentro. La fotografia del duomo ancora in piedi nonostante le pareli laterali crollate è una delle immagini iconiche di quel terremoto. Anche oggi, chi visita il monumento restaurato non dimentica le colonne rimaste inclinate ma ancora integre, simbolo della tenacia con cui l’intero popolo friulano affrontò la tragedia. «Avevo 13 anni: andavo a scuola, mi trovavo con gli amici a giocare, praticavo la pallacanestro e facevo il chierichetto in Duomo. In un solo minuto, il terremoto ha cambiato tutto», racconta Daniele Contessi, 63 anni, collaboratore della parrocchia di Gemona. Ma da quel giorno, grazie a due incontri, per lui è iniziata una nuova vita.


Il primo avvenne nei giorni successivi la scossa di maggio con don Fernando Tagliabue del movimento di Comunione e liberazione, arrivato dalla Lombardia per vivere al fianco delle persone costrette nella tendopoli. «I tanti volontari di Cl condivisero e testimoniarono il Vangelo con gioia e semplicità», ricorda Contessi.
Il secondo incontro a settembre, a Lignano Sabbiadoro, dove molti gemonesi si spostarono dopo la seconda scossa. Lui era don Angelo Fabris che ebbe l’intuizione e il coraggio di raccogliere ciò che era stato seminato dai volontari, trasformandolo nel gruppo giovanile parrocchiale. «L’esperienza del post-terremoto», afferma oggi Daniele Contessi, «mi ha insegnato che il dono di sé porta alla propria realizzazione. Ho sperimentato che la felicità non si raggiunge cercandola direttamente, ma come conseguenza di un impegno verso qualcosa, o qualcuno, che va oltre noi stessi».
Coraggio e speranza
Daniela Revelant era invece una giovane suora nel convento di Santa Maria degli Angeli a Gemona quando, ricorda, «dalle viscere della terra salì un boato che terrorizzò tutti: non ci si reggeva in piedi». Alle 21 in punto del 6 maggio il territorio intorno a Udine fu sconquassato da una scossa di magnitudo 6.5, tra le più violente mai registrate in Italia. Il giorno successivo, il 7 maggio, il cortile della scuola delle suore francescane divenne un “cimitero”: «Venivano collocate in questo spazio tutte le salme recuperate dai crolli della nostra zona. C’erano corpi coperti con teli di ogni colore e sotto i panni c’erano adulti, ma anche bambini. Una vista straziante». Subito iniziò l’opera di soccorso e aiuto assieme ai molti volontari: «Il nostro peregrinare fra sofferenza e desolazione fu sostenuto dalla preghiera e dalla certezza che il Signore, avendoci salvate dalla morte, ci donava la possibilità di camminare con Lui portando consolazione, coraggio e speranza».
In quel frangente, la diocesi di Udine, guidata dal vescovo Alfredo Battisti, scese subito in mezzo alle macerie e tra i superstiti con azioni e gesti di aiuto: sacerdoti e comunità parrocchiali si posero silenziosamente accanto a ogni sofferenza e disagio. «I valori vissuti durante e dopo il terremoto possiamo ritrovarli, in modalità diverse, anche in questa società che cambia vertiginosamente», sottolinea suor Revelant. «Alcuni si sono affievoliti: forse un certo benessere e l’autoreferenzialità ci hanno portati a non accorgerci di chi ci sta accanto; la modernità e il mondo digitale ci fanno vivere relazioni virtuali».


Il valore della condivisione
Monsignor Pietro Piller, oggi parroco di Ampezzo, nel 1976 aveva 22 anni ed era seminarista a Udine. Della notte del terremoto di maggio ricorda che vedeva «i vetri saltare, anche le piastrelle di vetrocemento, mentre all’improvviso ci trovammo al buio, avvolti da un rumore che incuteva terrore». Nei giorni successivi, con il cugino, aiutò i soccorritori: «Lavorammo cinque giorni portando alla luce diverse salme: non trovammo nessun ferito. Accompagnavamo ogni salma con un momento di preghiera e, per quello che era possibile, con qualche parola di incoraggiamento verso parenti e amici». Le attività in seminario vennero sospese e chi poteva era invitato a unirsi agli altri giovani volontari arrivati da tutta Italia per dare una mano.
«In ottobre ripresero la scuola e gli esami in seminario a Udine, anche la catechesi nelle parrocchie riprese, ma nulla era come prima, questo evento aveva sconvolto ogni cosa. Era al centro della preghiera, degli impegni concreti, della riflessione – con uno sguardo di fede – sul senso di quanto era accaduto». Ordinato sacerdote nel 1978, monsignor Piller ricorda come «dalla paura e dalla precarietà sorgeva un grande insegnamento: di aiuto verso chi aveva bisogno, di condivisione e di apertura verso il futuro. Rimangono alcuni grandi insegnamenti nella mia esperienza», confida: «Il senso di libertà di fronte a quanto riteniamo scontato, il valore della gratuità e della sensibilità verso chi è nel bisogno, la bellezza della condivisione e del dono».
Carità attiva
Valori radicati nel territorio che furono i capisaldi sui quali venne creata la Caritas di Udine, oggi diretta da don Luigi Gloazzo, che all’epoca del sisma aveva 28 anni ed era cappellano a Castions di Strada, vicino a Palmanova: «È stato il terremoto del 1976 che ha offerto alla Chiesa diocesana l’opportunità di far nascere e sviluppare l’organismo pastorale della Caritas, come espressione della presenza attiva della Chiesa nella società in cui vive». Ricordando i 990 morti, i 3 mila feriti e le 80 mila persone restate senza casa, don Gloazzo sottolinea come la Caritas fu impegnata in prima fila nella gestione dell’emergenza e nel coordinamento dei numerosi volontari provenienti da tutta Italia per portare aiuto ai terremotati: «Lo Stato, i volontari, le diocesi, le parrocchie e le associazioni: la solidarietà di molti è stata effettiva, provvidenziale e riconosciuta».




