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Giuseppe Conte durante l'audizione presso la commissione d'inchiesta sull'emergenza Covid. ANSA/FABIO FRUSTACI
C’è qualcosa di sgradevole, e persino di un po’ vile, nel processo pubblico che sei anni dopo si celebra contro Giuseppe Conte per la gestione della pandemia. Non perché Conte sia infallibile, né perché i suoi governi non abbiano commesso errori. Ne commisero, naturalmente, soprattutto in temi di leggi sull’immigrazione. Ma perché è troppo comodo giudicare col senno di poi le decisioni prese quando il senno di poi non c’era.
Nel marzo del 2020 l’Italia non aveva davanti un dossier da studiare, ma un nemico sconosciuto che riempiva gli ospedali, svuotava le città e portava via centinaia di vite al giorno. Non esistevano vaccini, terapie certe, protocolli consolidati. Lacampagna vaccinale arriverà solo alla fine di dicembre. Mancavano perfino le mascherine. E chi sedeva a Palazzo Chigi aveva davanti una sola alternativa: decidere o non decidere.
Conte decise.
Si può discutere se alcune chiusure furono eccessive, se certi Dpcm andarono troppo oltre, se la comunicazione fu talvolta enfatica e se qualche provvedimento avrebbe potuto essere concepito meglio. A quell’epoca Giorgia Meloni e altri esponenti di Fratelli d’Italia attaccarono duramente la prudenza della Fase 2. Il 28 aprile 2020 Meloni – la stessa che oggi manda i suoi uomini in commissione d’inchiesta sul Covid – a fare le pulci a Conte – portò i parlamentari di FdI a manifestare davanti a Palazzo Chigi contro la gestione del governo e per dare voce alle categorie che continuavano a restare chiuse.
Ma una cosa è indagare (le commissioni parlamentari dispongono di poteri di polizia giudiziaria). Un’altra è mettere in piedi, a distanza di sei anni, un tribunale politico nel quale l’imputato è già stato scelto e la sentenza sembra precedere l’istruttoria.
Conte ieri si è presentato davanti alla Commissione Covid senza fare il penitente. «Giuro di dire la verità sul mio onore», ha esordito, aggiungendo subito che qualcuno quell’onore lo avrebbe perso durante la pandemia, preferendo alle responsabilità le polemiche. Parole arroganti, forse. Ma non prive di memoria. Perché la memoria, quando si processa il passato, sarebbe bene averla tutta.
Prendiamo Matteo Renzi. Alla fine di marzo del 2020, mentre il Paese era ancora nel pieno della strage della prima ondata e non c’erano ancora i vaccini, Renzi chiedeva di rimettere in moto l’Italia e proponeva l’apertura totale delle fabbriche entro Pasqua e addirittura il ritorno degli studenti a scuola addirittura il 4 maggio. «Bisogna riaprire», diceva. Fabbriche prima di Pasqua, poi negozi, librerie, chiese e scuole. La proposta – criticata severamente da tutti i più autorevoli virologi – prevedeva almeno il rientro degli studenti delle medie e delle superiori. Immaginatevi cosa sarebbe successo.
Ma proprio per questo stona oggi vedere Renzi indossare i panni dell’anima bella del rigore retrospettivo. Tanto più che una proposta di legge di Italia Viva, presentata da Davide Faraone e sottoscritta fra gli altri da Maria Elena Boschi, contribuì alla nascita dell’attuale Commissione d’inchiesta.
All’epoca si chiedeva a Conte di aprire. Oggi gli si domanda perché non abbia chiuso meglio. All’epoca lo si accusava di tenere l’Italia in gabbia. Oggi gli si contestano le falle nelle misure di contenimento. È il meraviglioso privilegio dell’opposizione: avere sempre ragione perché non deve mai dimostrare che cosa sarebbe successo applicando le proprie ricette.
Anche Giorgia Meloni, ricordata ieri dallo stesso Conte, fu durissima contro il governo. E oggi sostiene che la Commissione non sia «un processo a una persona», ma un dovere verso gli italiani.
In linea di principio ha ragione.
Una democrazia deve interrogarsi su ciò che accadde. Deve capire perché mancavano i dispositivi di protezione, come furono acquistate le mascherine, quali errori furono commessi nella catena di comando, quali responsabilità spettarono allo Stato e quali alle Regioni. Deve indagare su ogni euro speso male e su ogni decisione sbagliata.
Ma proprio qui comincia il problema. Se davvero si vuole la verità, bisogna cercarla tutta. Non soltanto quella politicamente più conveniente. La legge istitutiva della Commissione ha delimitato il campo dell’inchiesta e le opposizioni hanno contestato fin dall’inizio l’esclusione di parti importanti della gestione sanitaria territoriale. Una scelta che inevitabilmente alimenta il sospetto di una resa dei conti con i governi Conte più che di un’autopsia imparziale della pandemia. E infatti ieri l’audizione ha assunto rapidamente i toni della tenzone.
Conte, che ha parlato con un’arringa da avvocato di ore e ore, ha definito la Commissione un «plotone d’esecuzione» e ha difeso l’utilizzo dei Dpcm, ricordando che venivano adottati sulla base delle indicazioni del ministero della Salute, dei confronti con le Regioni e dei pareri del Comitato tecnico scientifico. Ha rivendicato di non avere nulla da nascondere e ha contrattaccato anche sulla vicenda delle mascherine, depositando documenti relativi alla transazione da cento milioni di euro con Jc Electronics.
Saranno gli atti, non le invettive, a dire chi abbia ragione.
Ma c’è una domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: quale sarebbe stata, nel marzo 2020, la decisione giusta? Oggi sappiamo molte cose sul Covid. Col senno medico del poi. Allora non le sapevamo. Oggi conosciamo l’efficacia e i limiti delle chiusure, abbiamo statistiche, studi, confronti internazionali. Allora arrivavano da Bergamo immagini di camion militari carichi di bare e negli ospedali mancavano posti in terapia intensiva.
Governare significa soprattutto scegliere quando scegliere è difficile.
Per questo si possono contestare a Conte cento decisioni senza trasformarlo nel responsabile universale di una tragedia mondiale. E si possono esaminare gli errori del suo governo senza dimenticare che molti di coloro che oggi ne misurano col righello l’operato, allora proponevano soluzioni opposte e altrettanto indimostrate.




