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Il raduno leghista di Pontida del 2011 in cui Umberto Bossi interviene affiancato da Roberto Maroni e Roberto Calderoli: il “pratone” diventa negli anni il cuore simbolico della Lega, luogo identitario costruito anche attraverso riti, richiami storici e suggestioni religiose
C’è stato un tempo in cui il Vangelo, sulle frequenze di Radio Padania Libera, veniva proclamato in dialetto lombardo: «“E Gioann el ghe fa: Maester, hemm vist vun che a tò nomm el casciava via i demoni...”». Il testo sacro, tradotto e “localizzato”, diventava così accessibile solo a chi condivideva lingua e appartenenza. Un segno potente – e controverso – di quella operazione culturale e politica che Umberto Bossi aveva costruito negli anni: una rilettura identitaria della religione, piegata alle esigenze di un popolo da fondare prima ancora che da rappresentare.
Quello forgiato dal Senatùr è stato a tutti gli effetti un intreccio di cattolicesimo popolare, simbolismo politico e suggestioni neopagane. E come ricordava qualche anno fa Nicoletta Maggi, storica addetta stampa del leader scomparso giovedì sera a Varese all’età di 84 anni dopo aver segnato la Seconda Repubblica, questo immaginario non era nato dal nulla ma si era costruito nel tempo, attingendo tanto alla tradizione cristiana quanto a una reinvenzione mitica del territorio.
La stessa biografia di Bossi, d’altra parte, mostra come questo intreccio non sia stato casuale. Cresciuto in un contesto popolare, segnato anche dalla figura della nonna Celesta – socialista e perseguitata dal fascismo – il futuro leader leghista aveva sviluppato una sensibilità politica e simbolica complessa. Nel tempo, la sua proposta politica si è nutrita di riferimenti diversi: il federalismo ispirato anche a Alexander Hamilton, la tradizione risorgimentale di Massimo d'Azeglio, ma anche una costruzione simbolica originale, capace di parlare alla pancia e all’immaginario.
Radio Padania e la comunità dei “credenti padani”
Nella radio del Carroccio, come ha raccontato Francesco Anfossi in un’inchiesta del 2012 sul mensile Jesus, il Vangelo diventava uno strumento di appartenenza “territoriale”. Attorno al microfono aperto coordinato da Giuseppe Leoni, tra i fondatori della Lega lombarda e cattolico militante, si raccoglieva una comunità che mescolava fede religiosa e identità politica. Un ascoltatore, Giorgio, raccontava la sua delusione per una predica domenicale. Leoni lo rassicura: «La Messa è un precetto, Giorgio». Ma subito dopo introduceva un elemento identitario: «Mettiti un fazzoletto verde, lo mettevano i partigiani cattolici». Un’altra ascoltatrice, Angela, affermava senza esitazioni: «Io sono catechista da sempre. Lega e Chiesa sono due fedi irrinunciabili». E lo stesso Giorgio rilanciava: «Io con la camicia verde mi sono fatto ricoverare in ospedale. Ho pensato: se si mette male, voglio morire leghista». Parole che mostravano una sovrapposizione quasi totale tra fede religiosa e appartenenza politica, dove i simboli del movimento assumevano una valenza quasi sacrale.


Sostenitori della Lega Nord in armature medievali incrociano le spade al raduno di Pontida del 2011: una messa in scena simbolica che richiama miti fondativi e identità guerriere, parte dell’immaginario costruito attorno a Umberto Bossi e al suo “popolo”.
(EPA)Dalle GMG a Pontida: il modello del raduno
Questo bisogno di comunità trova una delle sue radici più interessanti nell’influenza esercitata dalle Giornate Mondiali della Gioventù nate agli inizi degli anni Ottanta da un’intuizione di Giovanni Paolo II. Nell’agosto 1989, a Santiago di Compostela, e a pochi mesi dalla caduta del Muro di Berlino, il Papa polacco radunò centinaia di migliaia di ragazzi in un evento capace di unire fede, identità e partecipazione. Bossi ne rimase colpito. Come ha raccontato qualche anno fa Nicoletta Maggi sul Foglio, il Senatùr comprese la forza di un popolo convocato in un luogo simbolico: «Bossi allora decise di estendere l’idea a Pontida. Voleva dare una forte identità ai popoli del Nord. L’anno successivo, nel 1990, si svolse la prima edizione del raduno annuale leghista con un grande successo di affluenza». Pontida era dunque stato trasformato in una sorta di santuario laico della Lega con il richiamo al giuramento del 1167: una comunità che si raduna, riti e simboli condivisi, una memoria fondativa.
Il “dio Po” e i riti padani
Se il modello delle GMG richiama il cattolicesimo, altri elementi dell’universo bossiano si muovono in una direzione differente, anzi opposta. Lo stesso Bossi dichiarava: «Io sono laico, ma sono un uomo spirituale». E spiegava il simbolo più controverso: «Se dio è immanente in tutte le cose, perché non dovrebbe essere anche nell’acqua del nostro fiume?». Nacque così il “dio Po”, insieme a un complesso sistema rituale fatto di ampolle, acqua del fiume e richiami celtici. Una religiosità che Filippo Ceccarelli ha descritto come «una specie di preghiera druidica», mentre Edmondo Berselli sottolineava l’impossibilità di definire pienamente l’identità del leader: «È impossibile dire chi è veramente il Senatùr». Si trattava di una costruzione simbolica che non sostituiva la religione, ma ne utilizzava linguaggi e forme: una “religione civile” che attraverso la molla potente del rito mirava a rafforzare l’identità collettiva. Uno stile che spinse Irene Pivetti, cattolica praticante e prima presidente leghista della Camera dei deputati che poi entrò pesantemente in rotta di collisione con il Senatùr, a dire: «Bossi è più pagano che padano».
Un cattolicesimo radicato, ma “a modo suo”
Nonostante queste derive simboliche, una parte consistente dell’elettorato leghista restò profondamente cattolica. Il sociologo Renzo Guolo, autore del libro Chi impugna la croce. Lega e Chiesa (Laterza 2011), parlava di un cattolicesimo radicato nei territori del Nord, spesso coincidenti con le storiche roccaforti della Democrazia cristiana. Il politologo Roberto Cartocci, autore di Fra Lega e Chiesa (Il Mulino 1994), descrisse invece una religione “fai da te”, in cui i fedeli selezionano elementi della tradizione secondo sensibilità personali. Una fede che può convivere, senza apparenti contraddizioni, con simboli e pratiche politiche molto lontane dal Vangelo.
Una contraddizione che l’inchiesta di Jesus di qualche anno fa mise bene in evidenza. Da un lato, la Lega bossiana si presentava come difensore dei «valori non negoziabili»: vita, famiglia, tradizione. Dall’altro, molte sue posizioni, soprattutto su immigrazione e accoglienza, entravano in conflitto, se non in aperto contrasto, con il messaggio evangelico.
Una cosa è certa e, dopo essere stata materia dei giornalisti, sarà anche quella degli storici: dalla traduzione del Vangelo in dialetto alle “liturgie” di Pontida, dalle suggestioni delle GMG al “dio Po”, l’esperienza di Bossi mostra il tentativo di costruire una religione civile del Nord: un sistema di riti, simboli e narrazioni capace di tenere insieme comunità e consenso, protesta e proposta, rivendicazioni e politica.
In questo senso, la vicenda bossiana rappresenta un caso emblematico: quello di un leader che, pur muovendosi in un contesto secolarizzato, ha saputo recuperare, e arpionare pro domo sua, la forza aggregante del sacro.




