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Valter Lavitola arriva in procura a Roma, 8 luglio 2026.
Il nome di Valter Lavitola, arrestato per l’esecuzione di una misura cautelare nell’ambito della complicata e misteriosa vicenda dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, di cui sarebbe il presunto mandante, finito in carcere per pericolo di fuga e inquinamento probatorio, non è nuovo alla cronaca italiana.
Ex giornalista, ed editore, imprenditore nell’ambito del commercio ittico e della ristorazione, nato a Salerno, nel 1966, laureato in Scienze politiche, 'Valterino', iscritto a 18 anni al partito socialista e altrettanto precocemente a una loggia massonica, cosa da lui stesso dichiarata in Tv, era finito all’attenzione pubblica a cavallo tra la prima e la seconda decade degli anni Duemila, per una serie di vicende opache nei dintorni della politica: da direttore della storica testata L’Avanti rilevata nel 1998, pubblicò nel 2010 lo scoop che lo rese famoso: il documento ufficiale dello Stato caraibico di Saint Lucia che indicava Giancarlo Tulliani, cognato dell'allora vicepremier Fini, come proprietario della società offshore che aveva acquisito l'appartamento di Montecarlo lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Poco dopo finì sotto indagine a Bari per una tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, vicenda per cui Lavitola è stato radiato dall’Albo dei giornalisti professionisti, per poi finire di nuovo sotto indagine nel nel 2014 per il caso della compravendita di parlamentari, per far cadere il Governo Prodi nel 2006, fatto per cui è stata dichiarata prescrizione. Faccende torbide che gli hanno procurato la fama di “faccendiere” «uno che, - per dirla con il dizionario Treccani - s’affaccenda, di solito per fare intrighi e maneggi più o meno coperti», ma anche condanne definitive per cui ha scontato un cumulo di oltre quattro anni tra il 2012 e il 2016. Dal 2018 aveva aperto il ristorante ed era scomparso dalle cronache fino a che il suo nome non è stato associato nel luglio 2026 all’attentato Ranucci.
L’ATTENTATO A RANUCCI
Tutto era iniziato Il 16 ottobre del 2025 quando un ordigno rudimentale era esploso a Pomezia davanti all’abitazione del Giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Il cancello di casa e alcune auto parcheggiate erano state danneggiate senza che ci fossero feriti e inizialmente le indagini si era dirette sull’ipotesi di atti intimidatori, per ritorsione a qualche scomoda inchiesta di Report.
GLI SVILUPPI DELL’INDAGINE
Alla fine del giugno 2026 per il caso erano state arrestate quattro persone, con precedenti penali per vari reati, tra cui spaccio, sequestro di persona, rapina, estorsione: l’accusa era che fossero gli esecutori materiali dell’attentato, ma non gli ideatori. L’ipotesi era che, dato anche il loro profilo criminale non elevato, avessero agito su commissione altrui.
Ai primi di luglio era spuntato il nome di Valter Lavitola, indagato come presunto mandante insieme a un suo factotum, Gomes Tavares, con il quale lo stesso Lavitola avrebbe partecipato a un sopralluogo in preparazione all’attentato. Dopo una perquisizione che ha portato all’acquisizione di Pc e cellulari, nel corso di un interrogatorio, l’8 luglio, Lavitola ha raccontato la sua versione dei rapporti con Ranucci, descrivendo il giornalista di inchiesta come amico. Un rapporto confermato da Ranucci, che sulle prime, come chiarito anche dal Gip, aveva reagito all’ipotesi di Lavitola-mandante con incredulità per via del rapporto che li legava. Il 10 agosto Lavitola è stato arrestato, Taveres risulta latitante in Africa.
L’IPOTESI SUL MOVENTE
Secondo le ricostruzioni del Gip nell’odinanza di custodia cautelare, Lavitola avrebbe agito, pro domo sua, alle spalle e all’insaputa di Ranucci, con l’intento di organizzare un finto attentato per proteggere Ranucci e per accrescere il consenso popolare attorno al conduttore di Report, con l’obiettivo di spingerlo a una candidatura politica (per cui Lavitola premeva dal 2024, mentre Ranucci ha smentito ogni intenzione di candidarsi): il tutto per propiziare all’amico, famoso giornalista, una posizione politica di primo piano, nella quale poi ritagliare per sé stesso un ruolo di primo piano.
Dalle carte del Gip emergerebbe la totale estraneità del giornalista, ignaro delle trame nascoste dietro l’attentato che davvero sarebbe apparso agli occhi dell’opinione pubblica e della stessa vittima come un atto intimidatorio collegato alle inchieste giornalistiche.
UN’AMICIZIA CHE FA DISCUTERE
Attorno al caso, da settimane, politica e media si interrogano, e si esercitano, non senza qualche strumentalizzazione, sulla natura dell’amicizia tra il giornalista di inchiesta e Lavitola, sul confine tra fiducia nella fonte e fiducia personale, nata attorno ai tavoli del ristorante di pesce di quartiere di Monteverde Vecchio, di proprietà di Valter Lavitola, frequentato da politici e giornalisti, alla ricerca di notizie, indiscrezioni, pettegolezzi su pesci piccoli e grossi.
IL LEGALE: «RANUCCI TRE VOLTE VITTIMA»
Le ultime vicende e le ultime ricostruzioni hanno suscitato le dichiarazioni dell’avvocato di Ranucci, dopo l’arresto: «Sigfrido Ranucci è tre volte vittima, di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia (se i fatti verranno definitivamente accertati) e, in ultimo, con forse maggiore gravità di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico che con congetture e insinuazioni ha cercato di trasformare la vittima nel beneficiario più o meno consapevole dell'attentato».
Ma le polemiche non accennano a placarsi. Salvini chiede una “pausa” da Report a Ranucci.




