Ora anche san Paolo si trova arruolato nell’“armamentario” concettuale del generale Vannacci. E addirittura con il titolo di «camerata». Ossia “commilitone”, l’appellativo – per chi conosce un po’ la storia – con cui si designavano gli iscritti al partito fascista tra di loro. E con una citazione – «Chi non lavora neppure mangi» – tratta da una lettera dell’Apostolo (Seconda ai Tessalonicesi 3,10), trasportata di peso da un contesto di 2.000 anni fa, che nulla ha a che fare con la questione (la proposte di modifica ai sussidi per i migranti previsti oggi in Italia) affrontata dal generale nella conferenza stampa di presentazione delle proposte di Futuro Nazionale su energia e immigrazione lo scorso 6 agosto.

In questione non è qui la manifestazione delle idee (sempre passibili di discussione e contraddittorio) ma il “tirare per la giacchetta” un santo – e non proprio uno qualsiasi – a proposito di questioni molto distanti tra di loro. San Paolo è un teologo, un grande pensatore cristiano, non certo un politico (e men che meno l’adepto di un partito, qualsiasi esso sia!). Citare una sua frase, in un evidente anacronismo e fuori contesto, per puntellare un’idea politica è per lo meno problematico, oltre che non rendere giustizia a san Paolo. Una lettura della Bibbia decontestualizzata dalla storia, senza alcuna mediazione culturale, la piega a contesti e messaggi che non le appartengono.

Nel passo richiamato san Paolo invita sì a lavorare per mantenersi, a «guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità», ma la motivazione dell’esortazione viene da una situazione totalmente diversa: «L’attesa della venuta imminente del Signore crea un clima di emergenza e disimpegno da parte di alcuni, che abbandonano il lavoro e si fanno mantenere dalla comunità (cristiana, ndr)». È un’indicazione, quella dell’Apostolo, che non riguarda la politica ma la vita della comunità cristiana e che si spiega con l’attesa “entusiastica” di alcuni convinti che il ritorno di Cristo fosse vicino e che, per questo, rimanevano “oziosi” senza far nulla.

Se proprio vogliamo cercare una traccia di “pensiero sociale” di san Paolo, dovremmo guardare piuttosto al suo impegno per raccogliere fondi (la famosa “colletta”) per i poveri della comunità di Gerusalemme, accettando la richiesta degli apostoli: «(Pietro, Giacomo e Giovanni) ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Galati 2,10). A tale impresa – e per esortare i suoi fedeli di Corinto a essere generosi nelle offerte – dedica ben due capitoli della Seconda lettera ai Corinzi (8 e 9). L’attenzione ai poveri, agli svantaggiati e agli “esclusi” è ben presente all’Apostolo come alle altre autorità cristiane.

La statua di San Poalo nella Basilica di San Paolo fuori le mura.
La statua di San Poalo nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

La statua di San Paolo nella Basilica di San Paolo fuori le mura.

(Getty Images)

Trasportare questo pensiero nella discussione sui sussidi ai migranti nei primi anni di permanenza è evidentemente una forzatura. La Bibbia non può – e non deve – essere letta in questo modo. Per dirla in sintesi con le parole di 11 sacerdoti, rappresentanti della Fondazione Interesse Uomo, che hanno protestato contro il generale, esprimendo «profondo dissenso e sconcerto, «san Paolo non è un camerata. E le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico». Quanto all’Apostolo, scrivono ancora, «associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più nel programma di una fazione politica, è una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede». Quanto alla citazione («Chi non vuol lavorare, neppure mangi»), continuano, «è stata «totalmente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale.

Diceva la saggezza del detto popolare: «Scherza coi fanti e lascia stare i santi». Per arruolare fanti nel proprio schieramento, (ex-)generali o no, meglio rivolgersi altrove.