Anni fa mi capitò di partecipare a un incontro culturale con l’allora sindaco Vincenzo De Luca, nella sua Salerno, nell’ambito del progetto della carovana di libri itineranti “Tobia” promossa dall’editrice San Paolo. Mi pare che fosse il suo secondo mandato (dei quattro complessivi e ora il quinto). Siccome eravamo entrambi in largo anticipo rispetto all'inizio dell'evento De Luca mi propose: «Venga che facciamo due passi, le faccio vedere qualche curiosità della città». Era un sabato sera d’autunno che pareva estate, la data è quella del 22 ottobre 2011, intorno alle 18. Uscimmo dalla sala e cominciammo a passeggiare per il corso principale. Era come affiancare una personalità a metà tra un presidente della Repubblica senza corazzieri e un cugino di primo grado di tutti i salernitani. Chiunque incrociavamo ci sottoponeva a una raffica di saluti e battute, persino i bambini gli facevano la riverenza. Moltissimi si fermavano, come ci si ferma con chi non vedi da tanto tempo. Fu un bagno di folla che durò un'ora e mezza. Inutile dire che delle curiosità della città non vidi nemmeno l’ombra. Quando rientrammo nella sala mi disse: «Oggi c'era poca gente che conoscevo bene, di solito sono più affettuosi, forse per l'orario, è òra ’e cena; ’a maggior parte sta cucenanno». Nel frattempo la sala si era gremita fino all’inverosimile, strabordando sul marciapiede. Questo per dirvi della popolarità dell'uomo, che aveva al tempo — ma credo che le cose non siano cambiate — molti amici a Salerno e qualche nemico a Napoli, a cominciare da Bassolino. Con me fu talmente gradevole e gentile che capii subito che quella di uomo ruvido e sprezzante da lupo marsicano (lo era stato anche con me in un precedente servizio sulla raccolta dei rifiuti che feci per Famiglia Cristiana) era solo una maschera, che si toglieva spesso, non solo in privato. Mi colpì la sua conoscenza del Vangelo di Matteo, che diceva di avere sul comodino, chissà se era vero. A un certo punto, mentre il sindaco stava parlando di Socrate e dei presocratici, un’anziana signora che aveva sbuffato tutta la sera alzò la mano e gridò: «Vicié, quann’è ca ce cagne ‘e panchine d’ô Parco d’ô Mercatiello?». Bisognava sfruttare l’occasione.

Vincenzo De Luca appartiene a quella razza politica che sta scomparendo: il ras di provincia. Figura antica, quasi ottocentesca, che la modernità televisiva avrebbe dovuto spazzare via e che invece sopravvive come certi ulivi contorti dal vento. Non è un leader costruito dai talk show, né un prodotto di laboratorio romano. È cresciuto in una città precisa, tra facce precise, dentro una rete di conoscenze, favori, inimicizie, gratitudini e rancori che durano una vita. La sua forza non è mai stata l’ideologia. È stata la conoscenza minuta del territorio. De Luca conosce Salerno come un parroco conosce le anime della sua parrocchia: una per una. Già nel 2007 vinse la classifica dei sindaci più amati dai concittadini del Sole 24 ore e a distanza di 20 anni le cose non devono essere cambiate. Salerno era la città più pulita della Campania. Alle 7 del mattino lo si vedeva spesso ispezionare i cassonetti perchè «certi operatori ecologici hanno la cattiva abitudine di non pulire sotto i cordoli dei marciapiedi dove si raccolgono i mozziconi di sigaretta». I dipendenti comunali lo chiamano “la belva”. Ha cambiato più volte il comandante dei vigili. E’ rimasto celebre il liscio e busso a una dirigente colpevole di non aver rimpiazzato un operatore ecologico che era rimasto assente per un giorno. Ma ai cittadini piace. Vince i successivi mandati, evidentemente, perchè lascia un buon ricordo.. Ha dotato i vigili urbani di manganello. E con gli immigrati clandestini è sempre stato inflessibile. Sgombrò le bancarelle cinesi sul lungomare e fece sgombrare un campo nomadi (dando però loro accoglienza in prefabbricati. Insomma: ramazza e ordine.

Lo chiamavano “Pol Pot”, ai tempi del Pci, per il carattere feroce, per quella maniera brusca di liquidare avversari e dissidenti. E in effetti De Luca – classe 1948, laurea in filosofia, origini lucane – non è mai stato un democristiano della politica, uno che cerca mediazioni o sorride per prudenza. “Vicienzo a funtana” (soprannome dovuto alla mania di mettere fontane dappertutto) è un meridionale antico, di quelli che considerano il potere una responsabilità personale prima ancora che istituzionale. Decide lui. Comanda lui. E se c’è da litigare, litiga. Se c’è da insultare, insulta. Nell’epoca dei politici telecomandati dagli spin doctor, lui resta un animale istintivo, sanguigno, perfino teatrale. Un Eduardo De Filippo con meno malinconia e più collera.

Adesso, a settantasette anni, torna sindaco per la quinta volta. E il fatto più interessante non è la vittoria. È il modo in cui ha vinto: senza partito, senza campagna, senza quasi sporcarsi le mani. Gli altri candidati facevano dibattiti, attaccavano manifesti, organizzavano incontri. Lui no. Aspettava. Come certi monarchi che non sentono il bisogno di chiedere il consenso perché lo considerano un’eredità naturale. E infatti il consenso è arrivato, enorme, quasi plebiscitario.

Il paradosso è che De Luca ha trionfato mentre il suo partito faceva finta di non accorgersene. Il Pd nazionale lo sopporta come si sopporta un vecchio zio ingombrante: utile quando porta voti, imbarazzante quando apre bocca. E lui ricambia con identico affetto. Non si è mai considerato davvero un uomo di partito. I partiti, per De Luca, sono strumenti; la città invece è una proprietà sentimentale.

Naturalmente Salerno non è la Montecarlo che lui sogna nei suoi discorsi. C’è una retorica deluchiana fatta di palme, lampioni, crociere e grandi opere che spesso si schianta contro la realtà del Sud: il degrado, la violenza giovanile, il cemento inutile, le piazze senz’anima. Piazza della Libertà, che doveva essere il simbolo del rinascimento salernitano, oggi assomiglia più a una gigantesca padella di cemento sotto il sole che a un salotto mediterraneo. Le navi scaricano frotte di turisti frettolosi in sandali e pantaloncini, mentre il lungomare, la sera, perde quella tranquillità borghese che De Luca aveva promesso.

Ma sarebbe un errore giudicarlo soltanto dai risultati urbanistici. De Luca non è un architetto della politica. È un capo tribù. E i capi tribù si giudicano dal rapporto col popolo. A Salerno quel rapporto esiste ancora. È fisico, quasi carnale. Lo si vede nei saluti per strada, nelle pacche sulle spalle, nei commercianti che gli parlano senza filtri. Napoli non l’ha mai amato perché Napoli diffida degli uomini troppo verticali. Salerno invece sì, perché i salernitani in De Luca vedono una specie di patriarca irascibile che urla, sbraita, minaccia, ma alla fine “tiene famiglia”, cioè tiene alla città come un padre.

Dietro la maschera caricaturale costruita dalla televisione — il governatore che insulta, che inventa metafore colorite, che parla come un maresciallo borbonico di lanciafiamme — c’è una qualità rara nella politica italiana contemporanea: la riconoscibilità. De Luca non finge di essere giovane, moderno, inclusivo o gentile. Non recita la parte del progressista illuminato. È quello che è. E gli elettori, specie in tempi di plastica politica, tendono a premiare gli originali invece delle copie.

E forse il segreto della sua longevità sta proprio lì: mentre gli altri cambiavano linguaggio, simboli e maschere, lui è rimasto ostinatamente sé stesso.