L'Italia della pallavolo femminile ha perso 3-2 la finale europea contro la Turchia, nella bolgia di Istanbul con tutto il tifo contro. Ha perso una partita che nel primo e nel terzo set, dominati, ha dimostrato di poter vincere. E il fatto che sia una notizia l'aver perso, con un punteggio non punitivo una finale, la dice lunga sul valore di questa squadra. Anche se il rammarico c’è sempre quando si perde una partita che si è dimostrato di poter anche vincere.

Come ogni sconfitta, Jannik Sinner lo insegna, anche questa ha cose da insegnare. E, per quanto si desideri sempre vincere, per quanto non si riesca sempre a farlo, non è il caso di preoccuparsi, perché a dispetto delle apparenze non è detto che sia un regresso. A dispetto di quanto si possa pensare anche una squadra che ha vinto in sequenza Vnl-Olimpiade-Vnl -Mondiale, può aver cose da imparare, a cominciare dal fatto che se l’ossatura resta, l’Italia di oggi non è la stessa del 2025 e del 2024.

Il ritiro di Genny De Gennaro ha cambiato il fulcro della ricezione: Eleonora Fersino ha dimostrato di essere pronta (non si arriva in finale europea, dominandovi due set, senza una ricezione all'altezza), ma è possibile che in una disciplina in cui ogni tocco è influenzato da quello che lo precede, serva ancora un po' di intesa per portare alla perfezione l’azione di squadra.

L'esperienza della Vnl con le migliori a riposo a lungo per non logorare le più forti uscite da una stagione lunga ha dimostrato che l'Italia della pallavolo femminile è, nella mente del Ct, un edificio complesso ancora in parte in costruzione: progettato per durare almeno fino al prossimo ciclo che include Mondiale 2027 e Olimpiade 2028.

Un cantiere aperto, anche se non sventrato, che ha dovuto assorbire una disavventura in corsa, l'infortunio della schiacciatrice Loveth Omoruyi, che il 12 agosto, si è rotta il crociato del ginocchio sinistro. Questo dettaglio a nove giorni dall'inizio dell'Europeo ha accelerato un processo che nella mente del Ct Velasco forse già c'era: la transizione di Ekaterina Antropova dal suo ruolo naturale di opposta a quello di schiacciatrice, cosa che permette di farla convivere in campo con Paola Egonu.

Antropova si adattata al nuovo ruolo in una settimana, ha vinto la classifica degli ace, e dimostrato disponibilità e versatilità, ma giocare fuori ruolo implica un supplemento di energia mentale: significa "pensare" laddove in ruolo tante cose vengono automatiche: significa attaccare da sinistra invece che da destra, fronteggiare un muro più difficile e soprattutto essere chiamati alla ricezione: e non è una cosa che si improvvisa partendo dall'altezza di 2,02 di Antropova.

Ma certamente, al di là di come è andata la finale, in cui possono avere influito vari fattori, l'esperimento del cambiamento è riuscito. Questo può voler dire che di qui in poi l'Italia ha una nuova possibilità, far coesistere due fenomeni: una parete mobile che consente di modificare l'edificio senza più bisogno di interventi invasivi.

Il maestro, da maestro quale è, si è preso il cerino: «Queste ragazze hanno accettato le mie decisioni, i miei cambiamenti di cui mi prendo tutta la responsabilità, ha detto subito Julio Velasco. Sono cambiamenti che hanno bisogno di tempo, e queste ragazze invece di dire “ma me mi mo mu” si sono messe lì a dare il meglio di se stesse: hanno fatto tutto quello che potevano. Queste ragazze hanno accettato le mie decisioni, i miei cambiamenti di cui mi prendo tutta la responsabilità. Sono cambiamenti che hanno bisogno di tempo, e queste ragazze invece di dire “ma me mi mo mu” si sono messe lì a dare il meglio di se stesse: hanno fatto tutto quello che potevano». Per poi aggiungete: «A livello di allenatore mi lasciano la consapevolezza che possono migliorare ancora, perché hanno la consapevolezza di essere forti e l’umiltà di mettersi a imparare. Sono molto fiducioso per l’anno prossimo».

E Velasco non ha mai nascosto di desiderare guardare lontano, certamente a Los Angeles 2028, ma anche oltre la propria presenza sulla panchina azzurra. Da sempre ripete che il successo non è solo vincere, è lasciare squadre che sanno continuare a farlo anche dopo che le strade si dividono.