Alle sette del mattino, quando a Belgrado la luce è ancora quella grigia e incerta di settembre, la bara è già lì, aperta sul sagrato della chiesa di San Luca apostolo. E la fila comincia prima ancora che la città si svegli del tutto: donne con la borsa della spesa ancora in mano, uomini in giacca scura, ragazzi che non erano nati quando Sarajevo bruciava sotto i cecchini.

Si mettono in coda per ore, in silenzio, per baciare una croce, per posare una mano sul legno, per guardare un'ultima volta il viso di Ratko Mladić. Fuori, sventolano bandiere con la sua faccia stampata sopra, come manifesti di un santo laico. Dentro, tra qualche ora, il patriarca Porfirije reciterà la messa che lo consegnerà alla terra, accanto alla figlia Ana, morta suicida a ventitré anni nel 1994 dopo aver scoperto cosa stesse davvero facendo suo padre in Bosnia.

C'è qualcosa di vertiginoso nel guardare questa fila da lontano, dall'Italia, con lo sguardo di chi ha letto le sentenze dell'Aia e conosce i nomi di Srebrenica uno per uno. Perché quella fila non è fatta di mostri. È fatta di persone comuni, che hanno deciso, o sono state educate a decidere, che l'uomo condannato per il genocidio di oltre ottomila musulmani bosniaci, per l'assedio più lungo della storia europea contemporanea, per crimini contro l'umanità sanciti da un tribunale internazionale, meriti gli onori di Stato. Non un funerale in sordina, tollerato per pietà cristiana verso un vecchio malato morto in una cella olandese. Uno Stato che si inginocchia, ufficialmente, davanti al boia di Srebrenica.

Il governo di Aleksandar Vučić lo ha autorizzato per bocca del ministro della Giustizia Nenad Vujić, ma il presidente serbo, nazionalista quando serve, europeista quando conviene, ha scelto sapientemente di non esserci. È la stessa ambiguità che la Serbia coltiva da anni: un piede a Bruxelles, negoziando l'ingresso nell'Unione, e un piede a Vračar, dove i murales di Mladić in divisa vengono ripuliti ogni volta che qualcuno prova a cancellarli. Vučić concede l'onore ma non firma con la sua presenza, lascia che siano i veterani di guerra, l'ex vicepremier Aleksandar Vulin, l'ex ministra della Salute Danica Grujičić a rendere omaggio in prima fila. Il corpo di Mladić era rientrato in Serbia giovedì scorso, sottoposto ad autopsia nell'accademia medica militare di Belgrado, come si fa con un capo di Stato, non con un condannato all'ergastolo per genocidio.

E la messa in scena si è preparata per giorni, con la cura di una liturgia collettiva. Sabato una prima commemorazione ha riunito funzionari serbi e della Republika Srpska, l'entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina nata proprio dalla guerra che Mladić ha condotto. Domenica gli ultrà della Stella Rossa Belgrado hanno srotolato durante il derby contro il Partizan uno striscione enorme con il suo volto, come se un massacratore di civili potesse diventare un vessillo da stadio, applaudito da tribune intere. È il segno più inquietante di tutti: non la nostalgia di una minoranza irriducibile, ma la normalizzazione di un crimine dentro il tessuto popolare, dentro il calcio, dentro l'identità quotidiana di un paese che si racconta vittima e non vuole riconoscersi colpevole.

Bruxelles ha reagito con la freddezza di chi non vuole illudersi più. Marta Kos, commissaria europea per l'allargamento, ha cancellato la sua visita in Serbia in segno di protesta, ricordando che la glorificazione attorno alla morte di Mladić è incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso dell'Unione. Parole misurate, diplomatiche, ma che pesano come un macigno su un paese candidato all'adesione: si può bussare alla porta dell'Europa portando in spalla, con gli onori militari, l'uomo che ha ordinato la separazione di uomini e bambini dalle loro madri a Srebrenica, prima di farli fucilare e gettare nelle fosse comuni?

Attualità

Srebrenica, la memoria insanguinata

Srebrenica, la memoria insanguinata
Srebrenica, la memoria insanguinata

Chi ha camminato per la valle di Potočari, dove ottomila lapidi bianche si allineano come un campo di grano pietrificato, sa che questa non è una domanda retorica. Mladić prometteva caramelle ai bambini davanti alle telecamere, un attimo prima di condannare i loro padri. Ha tenuto per quasi quarantatré mesi Sarajevo sotto il tiro dei cecchini, trasformando una capitale della convivenza multietnica in un tiro al bersaglio quotidiano, con quasi diecimila morti, tra cui centinaia di bambini colpiti mentre giocavano o andavano a scuola. La giustizia internazionale lo ha chiamato con il suo nome esatto: genocidio. Oggi la Serbia lo chiama, di fatto, eroe.

TOPSHOT - Serbian armed forces stand guard as Darko Mladic stands in front of the coffin of his father while taking part in a public memorial on the day of the funeral ceremony for late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP)
TOPSHOT - Serbian armed forces stand guard as Darko Mladic stands in front of the coffin of his father while taking part in a public memorial on the day of the funeral ceremony for late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP)
TOPSHOT - Serbian armed forces stand guard as Darko Mladic stands in front of the coffin of his father while taking part in a public memorial on the day of the funeral ceremony for late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP) (AFP)

Ma sarebbe una lettura pigra fermarsi soltanto allo sdegno, per quanto legittimo. Perché la storia dei Balcani negli anni Novanta non fu solo il tempo dell'orrore e dell'inerzia internazionale che permise a Srebrenica di consumarsi sotto gli occhi dei caschi blu dell'Onu. Fu anche, contemporaneamente, la stagione di una società civile che rifiutò di stare a guardare. Nel dicembre 1992 cinquecento persone italiane, tra loro don Tonino Bello, presidente di Pax Christi, già segnato dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte pochi mesi dopo, attraversarono i posti di blocco e la tempesta dell'Adriatico per entrare disarmati in una Sarajevo assediata. Non fermarono la guerra.

Per qualche ora, però, il fuoco dei cecchini si abbassò, e mostrarono che si poteva attraversare un fronte senza aggiungere altre armi alle armi. Don Tonino conia allora una frase che i Balcani, e non solo loro, dovrebbero ascoltare oggi mentre Belgrado seppellisce Mladić con gli onori di Stato: la pace va osata.

Mourners stand next to the coffin of late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic while taking part in a public memorial on the day of his funeral ceremony at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP)
Mourners stand next to the coffin of late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic while taking part in a public memorial on the day of his funeral ceremony at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP)
Mourners stand next to the coffin of late Bosnian Serb military leader Ratko Mladic while taking part in a public memorial on the day of his funeral ceremony at St Lukas church in Belgrade, on September 7, 2026. Mladic, 84, died last week after suffering several strokes while serving a life sentence in The Hague for war crimes committed during the 1990s war in Bosnia. (Photo by OLIVER BUNIC / AFP) (AFP)

È questo il controcanto che la cerimonia di Belgrado, con la sua pompa istituzionale e i suoi pannelli giganti che trasmettono la messa in diretta, non riesce a cancellare. Da una parte uno Stato che sceglie di avvolgere nella bandiera un condannato per genocidio, consegnando alle nuove generazioni il messaggio che la forza etnica possa essere giustificata e la giustizia internazionale derubricata a fastidio.

Dall'altra la memoria di chi, in quegli stessi anni, scelse di rischiare la propria vita per restare umano: le carovane di pace partite dall'Italia, i comitati di accoglienza per i profughi, le reti che tennero aperti canali di dialogo mentre i governi tacevano.

A mourner wearing a t-shirt with a picture of former Bosnian Serb wartime general Ratko Mladic reacts as people gather at the Church of St. Luke, where Mladic's body lies in state before burial, in Belgrade, Serbia, September 7, 2026. REUTERS/Zorana Jevtic
A mourner wearing a t-shirt with a picture of former Bosnian Serb wartime general Ratko Mladic reacts as people gather at the Church of St. Luke, where Mladic's body lies in state before burial, in Belgrade, Serbia, September 7, 2026. REUTERS/Zorana Jevtic
A mourner wearing a t-shirt with a picture of former Bosnian Serb wartime general Ratko Mladic reacts as people gather at the Church of St. Luke, where Mladic's body lies in state before burial, in Belgrade, Serbia, September 7, 2026. REUTERS/Zorana Jevtic (REUTERS)

Mladić è morto e oggi viene sepolto accanto alla figlia che non riuscì a sopravvivere alla vergogna di essere sua figlia. Ma non muore, con lui, la cultura che rende possibile disumanizzare il nemico fino a considerarlo un bersaglio e non una persona. Finché una nazione candidata a entrare in Europa continuerà a onorare i propri carnefici con la stessa solennità riservata agli statisti, le vittime di Srebrenica e di Sarajevo moriranno una seconda volta, sommerse da una retorica che preferisce la leggenda del combattente alla scomodità della verità. La fila silenziosa fuori dalla chiesa di San Luca, oggi, non è un funerale. È una scelta di campo. E l'Europa, da lontano, la sta guardando.