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Tutti i grandi spiriti della storia si sono soffermati sulla ricerca del senso della vita. Tutti si sono posti la domanda: « Unde malum?» Per i credenti, una vera, grande sfida, per atei e agnostici un fossato invalicabile. C’è chi non si arrende e continua a scavare alla ricerca di qualche indizio e chi preferisce virare la riflessione su qualcosa di più leggero, più fluido. Riflettere si, ma senza prendersi troppo sul serio, afferrare alla bancarella della vita ciò che capita sotto mano e invecchiare serenamente. Almeno fino a quando il male non inizia a farci male con quella “banalità” che ci fa più male del male stesso. Si, il male evitabile, stupido, banale ci colpisce più di quando ci appare tragico, inevitabile. E proprio perché banale ci costringe a riprendere il filo del discorso accantonato. Napoli è bella, di notte, poi, è semplciemente incantevole. Sul lungomare, in queste ore si respira un’aria frizzante di primavera. Puoi passeggiare, sorseggiare una bibita, mangiare una pizza. I costi sono contenuti. Sono tanti i giovani che dalle periferie – sovente, squallidi quartieroni tirati su senza criteri – si portano verso il centro. Il bello attrae, anche quando non ce ne accorgiamo.
Anche da Pianura e da Barra, giovani e giovanissimi raggiungono Napoli. Fanno le ore piccole, giocano, si prendono in giro, bevono – purtroppo c’è chi lo fa in modo esagerato – fanno baldoria. Sono giovani. Beata gioventù. Nei loro confronti gli adulti si lacerano tra sensi di colpa e ammissione di incapacità a entrare nel loro mondo che cambia alla velocità del lampo. Fatto sta che non sempre riescono a intavolare con loro un dialogo costruttivo. Mezzanotte è passata, i destini di due giovani stanno per incrociarsi ma loro non lo sanno. Non possono saperlo, non si conoscono, anche se hanno quasi la stessa età e portano entrambi lo stesso doppio nome: Francesco Pio. Due giovani, uno sarà l’assassino dell’altro. Senza un motivo. Stupidamente. Vigliaccamente. L’assassino – o presunto tale fino a prova certa – quella sera è uscito con la pistola in tasca. C’è da pensare che lo abbia fatto già altre volte. Perché? Per darsi delle arie? Difendersi? Suo padre, purtroppo, non gli fu di grande aiuto nel processo educativo, non potè farlo, e quel poco che fece avvenne in modo pessimo. Fu ucciso, infatti, quando il suo bambino aveva una decina di anni. Era un camorrista. Non sapremo mai dire con esattezza l’importanza degli esempi che i genitori lasciano nell’animo dei figli. Da qui la nostra convinzione di dover ricominciare puntando sull’educazione. “Educare è cosa del cuore” scriveva san Giovanni Bosco. E aveva ragione da vendere. Si educa con la vita, con l’amore, non con le parole che serviranno solo al momento giusto per chiarire, spiegare, aggiungere.
Verrebbe da dire “povero ragazzo”, se non avessimo la certezza che per quanto siano importati gli esempi ricevuti, rimane sempre in ognuno di noi la capacità, la volonta, la libertà di dire: « Io non voglio rifare la stessa cosa. Io voglio cambiare vita. Io non voglio finire in prigione. Io non voglio avere a che fare niente con le armi. Io voglio… “ La povera vittima di cognome fa Maimone. Non ha studiato troppo, ha un lavoro precario, tenta di migliorare, anche se a Pianura non è facile. Anch’egli evade dalla perfieria per raggiungere il bello di cui si gode Napoli, o almeno in certi posti della città. È uscito con gli amici. Non ha confidenza con le armi. Non ha preso la pistola. Vuole solo divertirsi. Sono ormai le due di notte. Accade qualcosa. Al Francesco Pio con la pistola qualcuno sporca una scarpa. Non sappiamo chi sia e nemmeno se lo abbia fatto di proposito. Conosciamo invece la reazione – illogica, puerile, sciocca, violentissima – del proprietario del piede che quella scarpa calza. Si arrabbia, si infuria. La sua scarpa. Credo che l’abbia pagato caro, quel paio di scarpe. C’è una vera e propria idolatria per le calzature in questi tempi, per la gioia di produttori e commercianti. Al Francesco Pio, figlio del camorrista ucciso, scappa la pazienza. La vecchia, cara, desueta virtù che un tempo veniva insegnata a casa, a scuola, in chiesa, sul posto di lavoro. Virtù che da sola sarebbe in grado di evitare almeno metà della sofferenza presente nel mondo. L’assassino a quella virtù non può o non vuole accedere. Ha portato l’arma? La impugna. E spara.
Perché lo fa? Per punire chi insozza le scarpe altrui? O per atteggiarsi a bullo, primo, insopportabile, antenato del camorrista? Non lo sappiamo. Di certo un colpo raggiunge la vittima, che si accascia al suolo sussurrando le sue ultime parole: «Non respiro» Francesco Pio Maimone muore poco dopo. E Napoli, ancora una volta, si sveglia con il cuore in gola e la rabbia a fior di pelle. E le domande accantonate riprendono a risuonare nelle case, nelle omelie dei preti, su qualche giornale che non si accontenta di riportare la cronaca nera. Domande alle quali è vietato rispondere con la sicumera dei dotti e la rassegnazione dei semplici. “Alle domande vere occorre dare risposte vere” scriveva Corrado Alvaro. Già, sono proprio queste risposte vere che ci tolgono il respiro perché non riusciamo a trovare il covo dove hanno deciso di nascondersi. O, forse, lo troveremo, se solo ci armiamo di uno strumento - vera e propria bussola - che potrà condurci al nascondiglio: l’umiltà. Umiltà che ci fa abbassare i toni, ammettere le sconfitte, confessare che non sempre gli adulti sono stati e sono di esempio ai figli. Umiltà da parte della società e di una politica orami sempre più incapace di coinvolgere il mondo giovanile. Umiltà che ci fa chiamare a raccolta i buoni, ovunque siano, per aiutare questa cara gioventù a non farsi, a non farci e a non fare male. Ma a godersi questo tempo che – i vecchi insegnano – dura meno di quanto essi possono oggi credere. Solo rinunciando alla tentazione di alzare muri – geografici, cronologici, esistenziali, razziali – e mettendoci in gioco, possiamo sperare di poterci inserire seriamente nell’educazione delle nuove generazioni.





