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(Il Palazzo di Giustizia di Milano. In copertina: Mario Mantovani)
Dopo lo shock di Mafia Capitale e le polemiche successive alle dimissioni del sindaco di Ignazio Marino c'è chi ha parlato di due capitali, una politica e l'altra morale, contrapponendo Roma a Milano. La metropoli dove scorrono fiumi di denaro, del "mondo di mezzo" dove si incontrano faccendieri, criminali e politici del sottobosco contrapposta alla capitale europea onesta e laboriosa, vagamente calvinista, persino giacobina e ossessionata dalla legalità. In realtà questa differenza non esiste. E se le ipotesi di reato venissero confermate, la vicenda legata a Mario Mantovani, il vicepresidente della Regione Lombardia arrestato nell'ambito di un'inchiesta che contempla le ipotesi di concussione, corruzione aggravata e turbata libertà degli incanti, non farebbero che confermare l'equivoco. Si è detto giustamente che Mantovani si sarebbe dovuto fermare prima, dato che questo formidabile accumulatore di cariche pubbliche (senatore, sindaco di una cittadina del milanese, sottosegretario alle Infrastrutture,assessore, plenipotenziario lombardo di Forza Italia) è il fondatore di una cooperativa che si occupa di residenze per anziani, molte delle quali convenzionate con la Regione. Come è stato possibile che gli venisse assegnato l'assessorato alla Sanità?
Il re delle case di riposo era in evidente conflitto di interessi, anche se dal punto di vista legale la cosa era possibile. Ma una politica che si vanta di governare la capitale morale del Paese e la Regione più progredita del Paese non può avallare incarichi del genere. Al di là degli esiti processuali (perché bisogna essere sempre garantisti e avere rispetto per chi viene privato della libertà e non convocare sprezzanti conferenze stampa con le arance da portare a San Vittore sul tavolo, come hanno fatto i Cinque Stelle) avrebbe dovuto essere la politica a fermare un passo prima Mantovani, e non la Procura. Qualcuno ribatte che la superiorità di Milano sta proprio nel saper scoperchiare le malefatte della politica, da Tangentopoli in poi. Ma tutto questo non è sufficiente a incoronare una metropoli capitale morale. Anche perché a ben vedere è stata Roma che ha fatto progressi in questo senso, attraverso una Procura che da "porto delle nebbie" si è trasformata in uno degli uffici giudiziari più efficienti e coraggiosi, senza più alcun timore reverenziale. Il problema, come si ripete fino alla nausea negli inutili talk show è "politico".
Dopo lo shock di Mafia Capitale e le polemiche successive alle dimissioni del sindaco di Ignazio Marino c'è chi ha parlato di due capitali, una politica e l'altra morale, contrapponendo Roma a Milano. La metropoli dove scorrono fiumi di denaro, del "mondo di mezzo" dove si incontrano faccendieri, criminali e politici del sottobosco contrapposta alla capitale europea onesta e laboriosa, vagamente calvinista, persino giacobina e ossessionata dalla legalità. In realtà questa differenza non esiste. E se le ipotesi di reato venissero confermate, la vicenda legata a Mario Mantovani, il vicepresidente della Regione Lombardia arrestato nell'ambito di un'inchiesta che contempla le ipotesi di concussione, corruzione aggravata e turbata libertà degli incanti, non farebbero che confermare l'equivoco. Si è detto giustamente che Mantovani si sarebbe dovuto fermare prima, dato che questo formidabile accumulatore di cariche pubbliche (senatore, sindaco di una cittadina del milanese, sottosegretario alle Infrastrutture,assessore, plenipotenziario lombardo di Forza Italia) è il fondatore di una cooperativa che si occupa di residenze per anziani, molte delle quali convenzionate con la Regione. Come è stato possibile che gli venisse assegnato l'assessorato alla Sanità?
Il re delle case di riposo era in evidente conflitto di interessi, anche se dal punto di vista legale la cosa era possibile. Ma una politica che si vanta di governare la capitale morale del Paese e la Regione più progredita del Paese non può avallare incarichi del genere. Al di là degli esiti processuali (perché bisogna essere sempre garantisti e avere rispetto per chi viene privato della libertà e non convocare sprezzanti conferenze stampa con le arance da portare a San Vittore sul tavolo, come hanno fatto i Cinque Stelle) avrebbe dovuto essere la politica a fermare un passo prima Mantovani, e non la Procura. Qualcuno ribatte che la superiorità di Milano sta proprio nel saper scoperchiare le malefatte della politica, da Tangentopoli in poi. Ma tutto questo non è sufficiente a incoronare una metropoli capitale morale. Anche perché a ben vedere è stata Roma che ha fatto progressi in questo senso, attraverso una Procura che da "porto delle nebbie" si è trasformata in uno degli uffici giudiziari più efficienti e coraggiosi, senza più alcun timore reverenziale. Il problema, come si ripete fino alla nausea negli inutili talk show è "politico".





