Mercoledì sera, a Porta a Porta, una ragazza di ventiquattro anni ha detto che il diritto allo studio, in Italia, non è garantito. Non ha fatto in tempo a finire la frase. Bruno Vespa l’ha interrotta, le ha chiesto di vedersi le statistiche, di documentarsi prima di parlare. Poi ha chiuso con una sentenza: «Quando venite qui, o altrove, dovete studiare e venire preparati».

Lei è Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari. Il suo nome è emerso nelle settimane in cui gli studenti hanno rimesso le tende davanti a Montecitorio e negli atenei, contro il caro affitti. Era in studio per portare la voce di quelle tende.

La puntata era orientata alla condanna delle frange violente. Brizzola lo ha sottolineato e ha provato ad allargare lo sguardo: «La nostra generazione è scesa in piazza con modalità diverse». Dentro quella frase c’è il perimetro del problema: ci sono i ragazzi che spaccano e ci sono quelli che chiedono una stanza a un prezzo sostenibile, un alloggio per i fuorisede, una borsa che arrivi davvero. Sono due mondi, e il pubblico televisivo ne vede quasi sempre uno soltanto.

Le cifre e la domanda

Diciamolo subito per dovere e diritto di cronaca: i numeri di Vespa non sono inventati. Per il 2025 l’Istat registra un abbandono scolastico precoce all’8,2 per cento, il dato più basso mai rilevato e già sotto il 9 fissato dall’Europa per il 2030. Ma quella percentuale misura i giovani tra i 18 e i 24 anni fermi alla licenza media, e racconta una media: dentro c’è il 26,2 per cento degli studenti con cittadinanza straniera, ci sono divari territoriali ancora ampi. Soprattutto non risponde a ciò che Brizzola ha aggiunto quando i titoli di coda già scorrevano: che le borse di studio non coprono tutti gli aventi diritto e che le università sono definanziate. Gli idonei non beneficiari esistono, e se ne parla da anni; sul primato europeo che lei rivendica servirebbe una verifica, e lei stessa si è detta pronta ad ascoltare chi la smentisce. In studio, però, il tempo era finito.

La “lezione” non richiesta, e neppure dovuta

Non è il processo a un conduttore. A inquietare è il copione, più dell’uomo: quello in cui chi rappresenta il dissenso giovanile entra in studio come un alunno da correggere e non come un interlocutore da ascoltare. «Documentatevi» è un buon consiglio, ma diventa un muro quando prende il posto della risposta. E «voi giovani», detto così, al plurale, non interroga una persona: archivia una generazione.

Il modo giusto di contestare un dato è metterlo sul tavolo accanto a quello dell’altro e lasciare che il pubblico giudichi. È più faticoso della lezione, ma è l’unico che educa davvero: chi ascolta impara a distinguere, e chi parla si sente trattato da adulto.

Chiedere di venire preparati a chi sta chiedendo di potersi preparare ha qualcosa di beffardo. Sullo striscione dietro cui l’Udu si fa fotografare c’è scritto «Meritevoli di un futuro»: parola di merito, non di favore.

Le vetrine e le tende

Dopo i disordini di Milano, quando le vetrine rotte hanno riempito le cronache, il presidente Mattarella ha parlato di «violenze inaccettabili» da parte di «soggetti inediti» e ha chiesto «un’analisi intelligente e approfondita». Le violenze vanno condannate senza attenuanti; ma capire da dove nasca la rabbia non vuol dire assolverla. Il governo, intanto, prepara misure che prevedono l’ipotesi del fermo preventivo anche per i minorenni: la risposta più rapida è quasi sempre la più semplice, e raramente la più utile.

Il rischio riguarda tutti. Le proteste pacifiche, le tende, i cortei ordinati, le richieste messe nero su bianco finiscono sepolte sotto il fragore dei vetri. E se anche a chi sceglie le parole si risponde con una lezione, alla piazza arriva il messaggio peggiore: per essere ascoltati bisogna rompere qualcosa. È la frase che quattro giovani denunciati a Milano hanno consegnato alle telecamere: «Grazie alla violenza siamo stati ascoltati». Spetta a noi adulti smentirla, e non con i silenzi.

Ascoltare prima

La tradizione cristiana conosce da sempre il valore dell’ascolto: il libro dei Proverbi giudica stoltezza rispondere prima di aver ascoltato. Ascoltare non significa dare ragione, significa riconoscere all’altro il diritto di essere un interlocutore. Un dato si può contestare, anzi si deve; ma dopo aver lasciato finire la frase.

«Posso rispondere?», ha chiesto Brizzola. Era una domanda semplice, e dentro c’era un’idea intera di democrazia. Se una generazione deve chiedere il permesso per replicare e riceve in cambio un invito a tornare sui libri, prima o poi smetterà di chiedere, e il silenzio di una generazione non è pace: è attesa. Porta a porta, si chiama il programma: la porta, almeno, dovrebbe restare aperta anche a chi bussa con una domanda scomoda.