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Non è così frequente vedere un capo che pubblicamente fa ammenda dicendo: «Ho commesso un errore, chiedo scusa». A meno che non si faccia i Ct della Nazionale italiana di pallavolo, a quanto pare. Nella quotidianità magari accade anche spesso, ma nel chiuso delle stanze. I ct delle nazionali femminile e maschile di pallavolo invece lo hanno fatto davanti al mondo. Dopo Italia-Cuba, secondo incontro valso la qualificazione agli ottavi alle azzurre impegnate nel mondiale tailandese, Velasco ha affermato davanti ai microfoni: «Mi spiace solo non aver potuto dare più spazio a Fersino a cui non ho dato la maglia di secondo libero, ammetto il mio errore, perché avrebbe potuto giocare al posto di De Gennaro nel terzo set».
Prima lo aveva fatto il suo omologo Ct della Nazionale di pallavolo maschile, Ferdinando "Fefè" De Giorgi che il giorno dopo la finale Vnl persa contro la Polonia, ha scritto un lungo post pubblicato il 6 agosto su Instagram, in cui affermava: «in panchina abbiamo sbagliato a digitare sul tablet l’ordine della formazione. Un errore che non si deve fare, ma che purtroppo è successo e ha messo in difficoltà i ragazzi con i quali mi scuso! In “Noi Italia ” C’è un sentimento valoriale di profonda reciprocità, quando c’è un errore si cerca di aiutare e di migliorare, non cerchiamo colpevoli cerchiamo di migliorare! Chi cerca colpevoli ha già perso!».
Incontrandolo negli uffici Dhl all'aeroporto di Malpensa dove l'Italia maschile si è ritrovata per partire per Torino, per la Fipav Cup Men Elite torneo di preparazione al Mondiale, gli abbiamo chiesto che cosa abbia innescato l'ammissione pubblica. De Giorgi aprendo il suo sorriso disarmante da Stregatto ha risposto come fosse la scelta più ovvia al mondo: «La sincerità, perché la fiducia passa attraverso la sincerità: non è che evitando di ammettere di aver commesso un errore si risolva niente, io credo che anzi chi è responsabile di una struttura come è il caso dello staff di una squadra nazionale, se sbaglia debba essere onesto. Tutti sbagliamo, i giocatori possono sbagliare dei palloni che costano partite, ma quando accade non è che succeda nulla, bisogna guardare avanti». De Giorgi ribadisce la convinzione che alla lunga la sincerità sia un buon investimento: «Io sono convinto l'onestà alla fine paga come la competenza».
Non sarà un caso se i grandi allenatori vengono spesso reclutati come consulenti aziendali in tema di team building, quello fanno nella vita: costruiscono squadre vincenti, anche se spesso ci arrivano per percorsi di formazione diversi per ciascuno. Di sicuro i due di cui sopra hanno dimostrato di aver ben chiaro e di saper mettere in pratica quello che la maggior parte delle agenzie di formazione in tema di leadership riporta come il primo segnale di riconoscimento di un buon leader, ossia la capacità di ammettere i propri errori per far crescere la squadra: un atto di coraggio che, però, - a quanto pare soprattutto in azienda – si è spesso restii a compiere per timore che sia possa essere interpretato come un segno di debolezza. Secondo quanto scrive Paolo Vellani Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale sulla rivista online di management Saliremo, funziona invece proprio esattamente al contrario: «L’errore più comune – e forse il più insidioso –», spiega, «è proprio la resistenza ad ammettere i propri sbagli. Molti leader temono che riconoscere un errore possa essere interpretato come segno di debolezza o incompetenza, compromettendo la loro immagine di fronte al team. In realtà, le ricerche dimostrano esattamente il contrario. Uno studio condotto dall’Università di Stanford ha rivelato che i leader che ammettono apertamente i propri errori vengono percepiti come più autentici e affidabili dal 76% dei collaboratori. Questo perché l’onestà intellettuale crea un clima di trasparenza e incoraggia l’intero team ad adottare un approccio costruttivo verso gli errori, trasformandoli in opportunità di apprendimento».




