PHOTO


Quattordici morti sulle Alpi in una manciata di giorni e un anno, il 2017, che ha fatto registrare il record di interventi del Soccorso alpino, più di 9mila. Cosa sta succedendo in montagna? Aumentano i pericoli? Diminuisce la capacità di accettare i limiti?
Senza soffermarsi sulla cronaca o disquisire su eventuali responsabilità – a questo stanno lavorando le Procure – le ultime tragedie in Svizzera (7 scialpinisti morti lungo la traversata Haute Route Chamonix–Zermatt), nel Bellunese, sulle Alpi Bernesi e fra Monte Bianco e Monte Rosa, invitano a qualche riflessione di carattere generale.
Partiamo dai dati – ahinoi – certi. Il Soccorso alpino (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, Cnsas) parla di 485 deceduti nel 2017, in aumento del 20 per cento rispetto all'anno precedente. Sempre rispetto al 2016, è cresciuto del 21,89% anche il totale delle persone soccorse. Complessivamente, accennavamo prima, gli interventi sono stati più di 9 mila, oltre la media complessiva dell’ultimo decennio, che si ferma a 8mila casi all’anno. In assoluto, quindi, gli incidenti in montagna sono in aumento.


Attenzione però a gridare “montagna assassina”, prima c’è da fare la tara. La Commissione internazionale per la protezione delle Alpi stima a 100.000 gli appassionati che annualmente praticano scialpinismo sulle Alpi (con un incremento del 400% negli ultimi 15 anni). Le stime parlano poi di non meno di 4-5 milioni di escursionisti che annualmente si incamminano sui sentieri della Penisola. «Negli ultimi anni la frequentazione della montagna è andata aumentando», fa notare Adriano Favre, direttore del Soccorso alpino della Valle d’Aosta. «Per questo possiamo dire che la percentuale di escursionisti e alpinisti che muore in ambiente è bassa e le oscillazioni sono collegate al numero dei frequentatori. Vero è però che le morti sono sempre troppe: tanti interventi, magari risoltisi anche nel migliore dei modi, si sarebbero potuti evitare».
Dai bollettini valanghe alle previsioni meteo, oggi gli appassionati di montagna hanno a disposizione diversi strumenti per ridurre il rischio di trovarsi in mezzo alla nebbia o a una tempesta di neve. «Evidentemente non tutti leggono o sanno interpretare correttamente le informazioni, dato che moltissimi incidenti avvengono per il cambio repentino delle condizioni atmosferiche», aggiunge Favre. «Nelle ultime stagioni la meteo è sempre più instabile e non è raro assistere a fenomeni come temporali violentissimi in quota: veri inediti nella memoria di chi pure vive nelle valli».
Quando il tempo si fa brutto, non ci sono abbastanza ore di luce per portare a termine il percorso con un margine di tempo ragionevole, o la stanchezza si fa sentire, un vecchio detto dovrebbe far capolino nella mente di tutti: “La montagna resta lì”. «Io la chiamo cultura della rinuncia, ma in giro ne vedo sempre meno», osserva Favre. «Sarà che i ritmi del lavoro quasi impongono di cogliere i week end a qualsiasi condizione, ma prima di partire bisogna analizzare itinerari, bollettini, assumere informazioni da chi conosce bene i luoghi e poi essere sempre pronti a tornare indietro».


La montagna, come non si stanca di ripetere il decano degli alpinisti Reinhold Meissner, è oggettivamente pericolosa. «Questo significa che va frequentata con competenza e preparazione», aggiunge Vincenzo Torti, presidente generale del Club Alpino Italiano. Un dato su tutti aiuta a capire come la formazione faccia la differenza: nel 2017 solo il 7% dei interventi del Soccorso ha riguardato soci Cai, in Italia più di 317 mila. «Frequentare le attività Cai – come le iniziative Sicuri in montagna, dedicate alla prevenzione degli incidenti (prossimo appuntamento domenica 17 giugno 2018, ndr)– o andare in montagna accompagnati dai professionisti è essenziale», ricorda Torti.
Allo stesso modo, è sempre bene non affidarsi completamente alla tecnologia. «Dal gps (utile a seguire il percorso in caso di scarsa visibilità) allo zaino airbag (che facilita il galleggiamento in valanga) alcuni strumenti possono dare l’illusione di poter tenere sotto controllo tutte le evenienze, ma non è così», concordano Favre e Torti. Ad esempio a basse temperature le batterie elettroniche possono scaricarsi all’improvviso e, allo stesso modo, l’air bag può non essere efficace davanti alla potenza inesorabile della neve che si stacca dai versanti.
«La montagna non è sinonimo di libertà totale», chiude il presidente del Cai. «Prudenza e rispetto dell’ambiente sono limiti che bisogna accettare». La famosa cultura della rinuncia, appunto, quella che ti fa dire “sarò pronto per la prossima volta”.





