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Nel giorno della vigilia dell’Ascensione, la memoria del professor Giuseppe Lazzati ha nuovamente riempito la chiesa di Sant'Antonio a Milano. A quarant'anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 18 maggio 1986, la città ambrosiana ha voluto rendere omaggio a una delle sue figure più limpide: un intellettuale, un padre costituente, un educatore instancabile e, dal 2013, un venerabile della Chiesa cattolica. L’evento centrale della commemorazione è stata la Messa presieduta dall’arcivescovo monsignor Mario Delpini, che ha offerto un ritratto profetico di Lazzati, definito «un uomo serio che ha preso sul serio la parola di Gesù».
Prendendo spunto dal capitolo 15 del Vangelo di Giovanni e dall’invito del Signore a «Rimanere in Lui», monsignor Delpini ha tracciato il filo rosso della vita del professore: la perseveranza. «Lazzati ha ascoltato la parola di Gesù e ne ha fatto la regola di vita che ha guidato tutte le sue giornate e ispirato tutte le sue scelte». Un’esistenza vissuta lontana dalle mode passeggere, che l’Arcivescovo ha definito «i vagabondi del capriccio», e ancor più lontana dalla retorica, dai sentimentalismi e dai compromessi.
Fu proprio questa serietà evangelica a rendere Lazzati «esemplare nella perseveranza, affidabile nelle responsabilità». E «perciò ha sopportato le prove, le fatiche, i contrasti», ha aggiunto Delpini, ricordando la coerenza che lo portò a rifiutare l’adesione al fascismo e a subire la deportazione nei lager nazisti.
Laico consacrato, uomo di grande umanità e cultura, rimase impressionato, in gioventù, dalla lettura della biografia di Pier Giorgio Frassati tanto che volle prenderlo come modello spirituale. Più tardi, nel 1931 (era nato nel 1909) il corso di esercizi spirituali guidato da padre Agostino Gemelli e da monsignor Francesco Olgiati lo convinse a scegliere la consacrazione secolare. Dopo aver prestato servizio militare negli alpini viene chiamato a collaborare al Centro diocesano di Azione cattolica a Milano. Il cardinale Schuster, nel 1933 lo vuole presidente della Federazione diocesana della Gioventù cattolica. Incarico che svolge fino al 1943 quando viene internato in un lager a Stablak e poi a Deblin-Irena. Quando ha la possibilità di essere liberato grazie all’interessamento di Gemelli, preferisce rimanere per sostenere gli altri internati. Vine trasferito in altre tre campi di concentramento diversi finché alla fine della guerra, nel 1945, riesce a tornare in Italia. La sua esperienza e la sua sensibilità ne fecero un uomo di primo piano per la ricostruzione civile e morale dell’Italia alla caduta del fascismo. Viene eletto prima consigliere comunale a Milano, poi consigliere nazionale della Democrazia cristiana e, infine, membro dell’Assemblea costituente.
Una vita impegnata, la sua, a costruire quella “città dell’uomo” dove ciascuno può trovare cittadinanza. Una società terrena guidata da valori democratici ed evangelici, che, pur rifuggendo il clericalismo, non rinnega la fede. Un concetto, il suo, al quale ha dedicato la sua riflessione fino agli ultimi giorni di vita immaginandolo non come una teocrazia, ma un luogo in cui i laici credenti devono agire come cittadini maturi, assumendosi la responsabilità politica e sociale del bene comune.
Ammalatosi di tumore, morì alle prime ore della festa di Pentecoste. I funerali furono celebrati in duomo dal cardinale Carlo Maria Martini e il corpo traslato, nel 1988, nell’eremo di san Salvatore, a Erba, dove Lazzati teneva corsi vocazionali ritiri spirituali soprattutto per i giovani. Il 18 maggio 1991 comincia il percorso verso gli altari voluto dall’Istituto Secolare Cristo Re, fondato dallo stesso Lazzati. Il 5 luglio 2013 papa Francesco ha promulgato il decreto che riconosce le “virtù eroiche” del Servo di Dio, conferendogli così il titolo di Venerabile. Un riconoscimento che sancisce la fama di santità di un laico consacrato che ha saputo incarnare il Vangelo nelle complessità della politica, dell’università e della vita ecclesiale del Novecento.
La commemorazione del 16 maggio scorso ha visto anche la presentazione di tre nuovi volumi dedicati al suo pensiero, a testimonianza di una riflessione che non smette di interrogare il presente. L’auspicio lanciato dalla chiesa ambrosiana è che l’esempio di Lazzati possa indicare la via per “salvarci dal naufragio” contemporaneo. A quarant’anni dalla morte, Giuseppe Lazzati resta un faro per laici e credenti, un maestro per chi cerca un cristianesimo autentico, lontano dalle scorciatoie e fedele alla roccia del Vangelo.
«Rimanendo in comunione con Gesù, docile alla grazia», ha concluso monsignor Delpini, «ha prodotto frutti di cui ancora si rallegrano coloro che sanno apprezzare le cose serie e vere».





