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Il Vicepresidente della Camera dei Deputati Giorgio Mulè scherza con il Deputato Roberto Giachetti durante la Conversione in Legge del Decreto Sicurezza alla Camera dei Deputati Roma, 21 aprile 2026
Così proprio non va. Sarebbe la frase trapelata dal Quirinale a proposito dell’emendamento con il premio agli avvocati entrato nella legge di conversione del Decreto sicurezza al Senato. Il termine di 60 giorni scade il 25 aprile, se entro quel giorno la legge di conversione non viene approvata dalla due Camere in testo identico il decreto decade. Il Governo, per blindare la norma, aveva deciso di porre il voto di fiducia alla Camera dopo il testo uscito dal Senato emendato, ma la modifica che contiene un compenso di 615 euro da parte dello Stato per gli avvocati che assistano con successo (ossia con rimpatrio effettivo) migranti che scelgano volontariamente di tornare a casa, pone problemi di difficile soluzione.
I 45 minuti di colloquio tra il Presidente della Repubblica e il Segretario del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano, nel tardo pomeriggio del 20 aprile, hanno fatto capire che così com’è, con quel punto controverso, la legge di riconversione rischierebbe di tornare alle Camere senza la firma di Sergio Mattarella.
Si cerca in queste ore una soluzione: l’ipotesi più accreditata è che il testo sia approvato senza modifiche e che arrivi, però, subito un nuovo decreto per correggere il punto dolente: una soluzine inedita che qualcuno già chiama “decreto per aggiustare un decreto”.
Nel mentre abbiamo chiesto ad Alberto Mittone, avvocato penalista, autore di con il collega Fulvio Gianaria di chiarissimi saggi divulgativi sul ruolo dell’Avvocatura, come L’avvocato del futuro e L’avvocato necessario (Einaudi), che cosa non va nell’emendamento che è riuscito, dopo tanti stracci volati in tempi di campagna referendaria, a mettere d’accordo Consiglio Nazionale Forense, Unione delle Camere Penali italiane e Associazione Nazionale Magistrati, tutti uniti nel dire che proporre un pagamento di Stato all’avvocato il cui cliente scelga il rimpatrio volontario, togliendo il gratuito patrocinio al cliente in caso di ricorso, non è cosa che si possa fare, pena il rischio di violare i principi del diritto di difesa, che la Costituzione riconosce a tutti.


Avvocato Mittone, che cosa c’è in questo emendamento e perché crea problemi? «Questa norma è politica: si vuole incentivare il rimpatrio volontario di migranti e si cerca la strada per ottenerlo, ma quella che hanno trovato con l’emendamento confligge con l’articolo 24 della Costituzione, perché l’avvocato, nel momento in cui esplica il proprio mandato, deve scegliere i suggerimenti più consoni alla volontà del cliente non fare altri interessi diversi».
Ci fa un esempio?
«Se un cliente viene da me e mi dice: sono colpevole ma voglio difendermi sostenendo l’innocenza, io posso decidere se accettare o meno il mandato, ma se lo accetto poi devo seguire la sua volontà. Un po’ come quando il medico ritiene che per salvare un paziente si debba procedere a un’amputazione ma non può imporla se il paziente rifiuta. Se una legge, ed è il caso dell’emendamento uscito dal Senato, garantisce o suggerisce un incentivo economico all’avvocato che spinga il proprio assistito in una direzione, senza che sia certo che l’assistito abbia già deciso in quella direzione, fa venir meno la difesa come la prevede la Costituzione. Meno problematico sarebbe se si stabilisse che la sovvenzione arrivi dopo, per l’avvocato che assista un cliente che ha già deciso per il rimpatrio».


Non c’è il rischio che si configuri un conflitto di interesse tra avvocato e cliente, ossia che l’avvocato nel suggerire al cliente la strada che possa portarlo nella direzione del proprio interesse anziché verso quello dell’assistito?
«Se il pagamento avviene prima che il cliente abbia deciso di rimpatriare, non è accettabile tanto più che si tratta di clienti particolari: spesso capiscono poco la lingua, sono manovrabili perché in condizione di grande debolezza, non si sa mai bene quanto autonoma sia la loro decisione e quanto dell’avvocato. In un momento di crisi professionale dell’avvocatura si rischia di introdurre una innovazione legislativa pelosa: un avvocato potrebbe pensare: chissà se e quando mi pagherà, se lo convinco a scegliere il rimpatrio volontario, sarò pagato regolarmente. Insomma una proposta indecente ma avvertita come decentissima da un avvocato che se ne infischiasse delle regole costituzionali: non dimentichiamo che le tentazioni e le pressioni esistono, si pensi a quanto l’avvocato rischia di subire la pressione del cliente in contesti dove ci sono reati associativi di criminalità organizzata».
È una professione a rischio di proposte indecenti?
«Il confine di quello che si può e non si può fare deve indicarlo la coscienza, perché nell’idea di certi clienti quel confine può essere molto fluido: se un gruppo di persone ti chiede di assistere il sodale in carcere, ti mette un pacco di soldi sul tavolo e ti chiede anche di andare a dire la tal cosa, di portare il tal biglietto, se fai l’avvocato e non hai bene a mente il confine dei tuoi doveri in carcere rischi di finirci tu. Bisogna saper evitare di trovarsi schiacciati tra opposte tentazioni, da una parte quella di clienti che possono indurre a violare doveri col miraggio del quattrino, dall’altra parte quello dello Stato che cerca di far fare all’avvocato ciò che gli è comodo».
Le Camere penali nel conflitto potenziale tra interesse personale e dello Stato e interesse del cliente vedono il rischio di patrocinio infedele, reato per il codice penale. Condivide la preoccupazione?
«Vedo di più il rischio per le regole deontologiche, se lo Stato paga perché l’avvocato prenda una direzione invece di un’altra. Si pensi a come sarebbe se lo Stato dicesse che nei processi di mafia l’avvocato che induca il cliente alla confessione avrà la parcella pagata dallo Stato. L’esempio è diverso, ma la sostanza è la stessa. Siamo sempre stati convinti che la posizione dell’avvocato sia anfibia: da un lato deve guardare agli interessi del cliente, ma dall’altro non può farlo fino al segno di violare le regole dello Stato: se io perché mi pagano un sacco di soldi manipolo le prove nell’interesse del cliente, e mi mangio o brucio un pezzo di carta, finisco sotto processo, perché vado contro la regolarità dell’amministrazione della giustizia. Questo emendamento discusso in questo senso è una cosa marchianamente da furbi che solletica l’avvocato a distorcere i doveri deontologici. L’averlo pensato parrebbe spia di un potere dello Stato che ha l’aspirazione a un rapporto con la giustizia non paritario, una concezione che traspariva anche nella riforma poi bocciata dai cittadini al referendum».





