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Non accade spesso che un comune cittadino possa varcare le porte del carcere, ancora meno se per assistere nel cortile dell’ora d’aria a una performance dei ragazzi detenuti. Un evento quindi davvero eccezionale, soprattutto per la sua portata simbolica che sottende concetti come fiducia e bellezza.


Noi di Famiglia Cristiana, eravamo tra i pochi ammessi all’evento finale di un progetto che ha visto da un lato Fondazione Catella, BAM, la Biblioteca degli Alberi e Fondazione Lottomatica, dall’altro tutto il personale del carcere minorile Beccaria, uno dei più affollati, uno di quelli con maggiori tensioni (ricordiamo, per esempio, le proteste di massa del marzo scorso e i diversi tentativi di fuga degli ultimi anni), ma anche uno di quelli dove ogni giorno si offrono agli adolescenti che hanno commesso gravi reati (il carcere minorile è infatti l’estrema ratio nei percorsi giudiziari per i ragazzi) strumenti educativi e rieducativi, che in questo caso vanno dal laboratorio di teatro alla scuola in carcere, dal supporto psicologico alla piscina, dai campus sportivi alla palestra.
Il progetto, che fa parte del tradizionali appuntamento Back to the City, realizzato a Milano da Bam – Biblioteca degli alberi Milano, quest’anno dedicato a La bella addormentata di Čajkovskij (un concerto open air il 10 settembre alle 20.00 per la cittadinanza ed eventi che coinvolgono in 7 quartieri persone con disabilità motorie e cognitive) giovedì dsi è articolato in tre momenti: i danzatori professionisti di Move On Hub hanno fatto una serie di brevi flash mob nei diversi gruppi in cui è suddiviso il carcere (che attualmente ospita 63 detenuti dai 15 ai 23 anni), dopo i quali c’è stata una presentazione dei due laboratori, uno di danza e uno di scrittura di canzoni, coordinato da Carlo Gilardi, a cui hanno liberamente aderito alcuni ragazzi. E poi la restituzione finale di fronte a giornalisti, volontari, amministratori pubblici, operatori culturali. per accedere al cortile dell’ora, dopo aver lasciato tutti gli effetti personali e i cellulari, passiamo da un meraviglioso giardino curato dagli stessi detenuti grazie a un progetto di Fondazione Rava, in cui placida sonnecchia una gatta, mentre la cucciolata dei suoi micini zampetta tra le siepi e gli alberi. Uno scorcio di bellezza circondato da alte mura con filo spinato e torrette di avvistamento


«Organizzare un momento di restituzione di fronte al pubblico ha comportato il coinvolgimento di tutto il personale del carcere, dalla comandante agli educatori, dai volontari e agenti di polizia penitenziaria, oe in particolare Iolanda Tortù, commissaria capo e comandante del reparto di Polizia Penitenziaria del carcere, affinché fosse garantita la massima sicurezza», ha spiegato la direttrice del carcere, Eleonora Cinque, classe 1993, una laurea in Giurisprudenza, arrivata qui nell’aprile scorso, ma, da quello che abbiamo potuto osservare, rispettata e benvoluta dai ragazzi, che, quando ha parlato prima dell’esibizione, hanno ascoltato in assoluto silenzio e si percepiva, sia nelle sue parole sia nella loro attenzione, un rapporto di fiducia reciproca.
«Questi ragazzi, anche per il loro trascorso, hanno un’intelligenza istintiva, sanno inquadrare subito chi hanno di fronte. Questo tipo di lavoro io l’ho scelto perché credo nella possibilità di fare un lavoro di rieducazione, che parte dall’ascolto, al rispetto reciproco. Io li conosco uno a uno, tengo moltissimo a loro, hanno avuto un’interruzione educativa che ha prodotto un grande male per la società civile, ma non hanno mai incontrato modelli positivi di riferimento; per loro il carcere può essere una grande possibilità».


La bellezza di una musica che non hanno mai ascoltato e che in ognuno può risuonare su corde diverse, la possibilità di esprimere quello che hanno dentro attraverso le canzoni rap che loro stessi hanno scritto e cantato, e, durante l’anno, il teatro (a fianco del carcere c’è lo spazio teatrale PuntoZero, dove di recente i ragazzi si sono cimentati, di fronte al pubblico, nell’Antigone), i laboratori artistici (la direttrice nel suo ufficio ci mostra alcuni quadri realizzati dai ragazzi), il campus estivo di Rugby: sono tutti tasselli di un percorso.
Anche in questa occasione così speciale, anche se non è più il cappellano del carcere, non è voluto mancare don Gino Rigoldi, a cui è stata concessa l’unica sedia per il pubblico (anche le sedie, in situazioni a rischio, possono diventare un oggetto di offesa).
«In 53 anni qui», ci ha detto, «ho incontrato migliaia di ragazzi, li porto tutti nel cuore. E ancora penso a loro, a quello che potremmo fare, di meglio, di più».
È andato tutto bene. I ragazzi erano emozionati, ma molto orgogliosi di esibirsi davanti al pubblico di esterni e di fronte ai loro compagni. Nel cortile dell’ora d’aria, graffiti e parole evocatrici. Due su tutte ci hanno colpito: “Chi sbaglia paga”, scritta da uno di loro su una porta verde di ferro, e “speranza”. I due poli necessari perché la detenzione sia il necessario passaggio verso un futuro fuori dalla criminalità, con un progetto di vita, per loro ma anche per la società tutta.





