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Gennaro Panzuto, in una immagine tratta da un video su suoi profili social su cui si proponeva come influencer anticamorra.
Nella sua prima vita Gennaro Panzuto, noto come Genny Terremoto, era stato figura apicale del clan della Torretta, arrestato nel 2007 in Inghilterra, aveva scontato 14 anni. Tornato in libertà, dopo aver collaborato con la giustizia, aveva costruito una seconda vita da “influencer anticamorra” su Tiktok: raccontava i suoi trascorsi, la negatività del suo passato, tanto che alcune scuole lo invitavano. Il 17 marzo è uscita la notizia che Panzuto è stato nuovamente arrestato per scontare un residuo di pena, una condanna a otto anni e rotti diventata definitiva per una vicenda di traffico di stupefacenti del passato.
È noto che da tempo su Tik tok si veicolano contenuti collegati in qualche modo alla criminalità organizzata e alla camorra in particolare, un tema di cui si occupa da tempo, Marcello Ravveduto, direttore dell’Osservatorio Ri.Ma. (Osservatorio per la Ricerca sugli Immaginari delle Mafie), Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’Università di Salerno. Gli abbiamo chiesto aiuto per inquadrare il tema.
Professor Ravveduto, come interpretare la figura di Panzuto su Tiktok?
«La sua dimensione era quella del racconto “esemplare”, in qualche modo per le giovani generazioni fortemente implicate non solo nell’utilizzo di Tiktok, ma anche nell’uso della violenza ed esposte alla manipolazione ai fini della costruzione di un linguaggio camorristico sui social, in grado di parlare ai ragazzi attraverso la costruzione di uno stile di vita che induca a pensare che con la camorra si guadagna, raggiungendo un lusso che la vita normale non consente».
Panzuto si poneva come esempio da non seguire, come si colloca in questo?
«Solo i magistrati, forse, possono dire se si fosse davvero ravveduto, ma con la sua attività Panzuto ha costruito una immagine che definirei ambigua, perché il suo messaggio era un “non fate come me”, ma intanto ha raccontato al pubblico senza intermediazioni quello che un tempo i collaboratori avrebbero raccontato solo ai magistrati e, in questo modo, ha finito per alimentare meccanismi di reazione: tantissimi creator camorristi sono entrati in Tiktok per attaccarlo dicendo che usava i social per lavarsi la coscienza dai crimini, altri, invece, ci sono entrati per difenderlo: un botta e risposta che ha finito per contribuire ad alimentare quello che ormai è il genere social della camorra raccontata dall’interno».
Quali sono gli effetti di questa narrazione: come distinguere dove finisce la denuncia e dove comincia l’esaltazione?
«Direi che il primo effetto negativo è la normalizzazione: un processo nel quale il racconto delle mafie sui social, collegato al meccanismo dei trend, porta l’immaginario a incorporare la realtà a un punto tale da sdoganarla come un racconto possibile sui social alla stregua di un tema come un altro: la vera “rivoluzione” sta nel fatto che la rappresentazione delle mafie diventa qui un’autorappresentazione: mentre prima se ne parlava in modo mediato, attraverso il cinema, il giornalismo, l’analisi, che davano conto anche della dimensione drammatica, oggi è direttamente la criminalità organizzata, attraverso la camera retroversa dello smartphone, a mostrarsi: fa vedere i mobili barocchi, la volgarità delle donne, l’ambizione al consumo sfrenato del lusso da parte dei giovani. Quello che preoccupa è il modello di vita, tutto incentrato sul fare soldi, presentato come vincente».
Quanto è difficile contrastare tutto questo, dato in pasto a un pubblico di giovanissimi che non ha filtri autodifensivi?
«Molto, perché la logica è quella degli algoritmi, che distribuiscono contenuti sulla base di follower, like e tempo trascorso su contenuti che hanno ormai un pubblico standardizzato: non solo quello dei mafiosi ma è soprattutto quello dei cosiddetti “mafiofili”, coloro che sono affascinati dal racconto da dentro: Giovanni Falcone diceva oltre trent’anni fa che la vera propagazione della mentalità mafiosa avviene attraverso i suggestionati dalla mafia, e la normalizzazione ormai è tale che troviamo sui social un racconto per sottocategorie di narrazione che entrano nei trend e fanno presa sui giovani che si lasciano affascinare una volta dal sorriso, una volta dalla satira, una volta dal trash, sono contenuti che “bucano” al punto da spingerci a coniare per questo modo delle mafie di stare nella sfera digitale, il termine di “mafiosfera”».
Quale sfida rappresenta per il contrasto alle mafie?
«Occorre distinguere, c’è una dimensione che riguarda il contrasto alla criminalità vera e propria generata dentro il dark web con il cybercrime e c’è l’aspetto di cui ci occupiamo noi: la rappresentazione social del fenomeno mafioso e la capacità di contrastarne la diffusione algoritmica. Come tutti gli altri anche questi contenuti si diffondono perché hanno “like”, follower, sharing, che li rendono appetibili all’algoritmo che più ha segnali più distribuisce. L’unico modo di combattere questa rappresentazione “post veritativa” della realtà che mira a far credere che i mafiosi siano il modello positivo, i “buoni”, sta nel farle una “guerra mediale” nella quale tutti coloro che credono nell’antimafia sociale costruiscono contenuti in grado di far aumentare l’onda algoritmica da quel lato. Purtroppo c’è ancora snobismo nell’antimafia sociale: c’è molto lavoro da fare rispetto all’uso dei social per campagne civili, capaci di costruire un ingaggio che le renda visibili sulle piattaforme».
La maggior parte degli utenti social non è così consapevole di contribuire al modo con cui l’algoritmo le porta contenuti. È un problema?
«È la ragione per cui ci preoccupiamo tanto dell’utilizzo “tossico” dei social. Le persone rischiano di vivere esposte inconsapevolmente a bolle di realtà parallele delle quali con i loro like, con le loro condivisioni, inconsapevolmente creano i presupposti, semplicemente seguendo il flusso dei contenuti che arrivano sulle loro piattaforme. Nei casi di cui parliamo si tratta di trovarsi esposti a un autonarrazione delle mafie opposto alla realtà, in cui le mogli di detenuti per gravi reati, come il narcotraffico, per esempio, li raccontano come persone perbene e padri esemplari. Il caso di Panzuto presentava ambiguità perché stava a cavallo tra i due mondi, tra il mondo della legge e della società regolare con cui aveva collaborato, e quello della società mafiosa che si autogiustifica sui social. La domanda è: i ragazzi che su Tiktok si mettono come simbolo Joker che cosa comunicano indirettamente? Forse che se si identificano in lui, mentre noi, mondo regolare, siamo Batman che considerano nemico?».
Quanto è alto il rischio che le mafie finiscano per agganciare per questa via ragazzi che non si sentono un posto nel mondo reale?
«Rischi di reclutamento diretto non ce ne sono, perché la criminalità organizzata non è così ingenua da andarsi a prendere affiliati che non conosce attraverso una piattaforma digitale. Quello che può accadere è che si rafforzi in giovani che già sono borderline, che già vivono condizioni di disagio, un atteggiamento di attenzione, un guardare al clan come punto di riferimento. Occorre tenere conto del fatto che nella stragrande maggioranza dei casi la rete dei follower di questi contenuti è territoriale: insiste sullo stesso quartiere dove agisce il clan che li diffonde, come è emerso da una indagine della Procura di Napoli sul clan Amato Pagani. Dove c’è una difficoltà economica, dove c’è disagio, un modello “vincente” che ti fa credere che anche se non sei nessuno, se non hai studiato, stando sulla piazza di spaccio ottieni le scarpe firmate, offre un modello accattivante, in sociologia un modello “aspirazionale”. Peccato che questa rappresentazione dia spazio a un immaginario desiderabile, rimuovendo il fatto che si regge sulla violenza».







